Madri lavoratrici, licenziamento collettivo legittimo per la Corte Ue. Impatto sull'Italia quale sarà?

La situazione è già grave in Italia per le mamme, lo potrebbe diventare ancora di più dopo la decisione dell'Ue.

Madri lavoratrici, licenziamento collett

Madri lavoratrici, per la Corte Ue è legittimo il licenziamento collettivo. Quale impatto avrà sull’Italia?


Già a situazione per le donne non è certamente buona, ma ora con questa decisione a livello Ue, si rischia ancora di più in Italia.

Licenziamento collettivo legittimo per le madri lavoratrici

Nel caso di licenziamento collettivo, una norma che permette l'allontanamento di una lavoratrice incinta non è contraria al diritto comunitario. Anche se ciascuno Stato membro resta libero di includere forme di tutele più garantiste per le lavoratrici in stato di gravidanza.

A mettere un punto su questa vicenda è stata la Corte di Giustizia dell'Unione Europea su richiesta della Corte Suprema della Catalogna e in merito al caso della legittimità di un licenziamento collettivo in Spagna nei confronti di una lavoratrice mamma.

Si tratta di una pronuncia importante perché va a impattare con le regole in vigore all'interno dei singoli Paesi, tra cui l'Italia, in cui vige il divieto assoluto di licenziamento della lavoratrice dall'inizio della gestazione fino al compimento del primo compleanno del bambino. E cosa succederà a quelle lavoratrici che trascorrano periodi di attività in altri Paesi dell'Unione europea nel contesto di gruppi internazionali?

Secondo i giudici non è prevista una priorità al mantenimento del posto di lavoro né alla riqualificazione applicabili prima di tale licenziamento, per le lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, senza che ciò escluda, la facoltà per gli Stati membri di garantire una protezione più elevata.

E già la situazione è grave...

E questa sarebbe una situazione da Paese civile, avanzato e attento alle esigenze degli individui e delle famiglie? Se la fotografia dell'ispettorato nazionale racconta di un vero e proprio boom di neomamme costrette a lasciare il lavoro, significa che c'è qualcosa che non va. Anzi, c'è molto che non gira per il verso giusto perché da una parte sono 25mila le mamme che presentano la lettera di dimissioni e dall'altra i posti all'asilo sono pochi, i costi sono alti e il numero di nonni lavoratori è in crescita. Una situazione tra il critico e drammatico che mette in luce tutte le contraddizioni di un Paese e di una classe di governanti che mette in luce lo scarso tasso di natalità, ma che poco o nulla fa per mettere le mamme in condizione di allevare un figlio nelle migliori condizioni possibili.

Secondo i dati aggiornati forniti dall'Ispettorato nazionale del lavoro e oggetto di discussione, tra le donne che hanno fatto un passo indietro rispetto al mondo dell'occupazione, 24.618 hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino e di conciliare la vita da mamma con il lavoro. Insomma, qui in Italia c'è evidentemente poca attenzione per la genitorialità. I numeri parlano chiaro e lo fanno in maniera drammatica:

  1. 37.738 genitori con figli fino a 3 anni di età si sono dimessi nel corso del 2016
  2. 29.879 neomamme si sono dimesse nel 2016: solo 5.261 sono passate in un'altra azienda
  3. 7.859 neopapà si sono dimessi nel 20116: di questi 5.609 sono passati a un'altra azienda

Senza voler essere troppi crudi, crescere un bambino in Italia può rappresentare in molti casi un peso. Andando più a fondo nei dettagli sono proprio le donne come lavori meno pagati a essere costrette a licenziarsi. La maggiore quota di dimissioni si registra infatti tra impiegate e operai e solo in percentuali minori tra quadri e dirigenti.

A incidere non è solo il lavoro svolto, ma anche il luogo di provenienza. In pratica vivere in alcune città e in alcune regioni è ben più costoso e impegnativo rispetto ad altri. La maggior parte delle dimissioni arriva dalla Lombardia, anche e soprattutto per assenza di accoglienza al nido, non disponibilità di parenti per prendersi cura del neonato, costi troppo alti per l'assistenza. Alle spalle della Lombardia si colloca il Veneto e in questo caso a fare la differenza sono anche la mancata concessione del part time e la modifica dei turni. I primi posti della graduatoria per numero di dimissioni vedono la presenza del Lazio e dell'Emilia Romagna.

Jobs Act, bolla pronta a esplodere?

In questo contesto di difficoltà accertata, le prospettive non sono affatto delle migliori. Basta ascoltare con attenzione le parole del presidente di Confimprenditori Stefano Ruvolo per rendersene conto. A suo dire l'intero impianto del Jobs Act ovvero la riforma del mercato del lavoro su cui i precedenti governi hanno giocato le loro carte, è una bolla pronta a esplodere. Il motivo è molto semplice: questo è l'ultimo anno degli incentivi triennali per le assunzioni e terminato questo periodo, il costo del lavoro tornerà a essere difficilmente sostenibile per le aziende. In ballo c'è il futuro di un milione di contratti.

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