Negozi, scontro aperti o chiusi festività. E la vergogna dei 4 euro all'ora

Dai politici alle associazioni dei consumatori, dai lavoratori ai sindacati fino ad arrivare a papa Francesco, una cosa è certa: non c'è unità di vedute.

Negozi, scontro aperti o chiusi festivit

Negozi aperti o chiusi nei giorni festivi


Con l'avvicinarsi delle festività non manca il riacuitizzarsi dello scontro tra negozi e aperti e chiusi con appelli di chi è costretto a lavorare durate le festività  le domeniche dell'anno. Ma non manca anche la piaga degli stiepndi a 4 euro l'ora sempre più numeri la nuova schiavità italiana.

La polemica è servita puntuale anche in questi giorni di attesa del Natale: nei festivi i negozi devono restare aperti o chiusi? Da una parte c'è chi fa notare come sia inconcepibile pensare di non lavorare nelle domeniche o comunque nei giorni festivi anche perché dal punto di vista imprenditoriale è un periodo di grande affluenza e dunque di affari dai quali dovrebbero beneficiare tutti, datori di lavoro e dipendenti. Dall'altra parte, c'è chi rivendica il diritto di tutti di trascorrere le festività in famiglia o come meglio crede e sottolinea la non indispensabilità di tenere aperto un negozio così come una pizzeria perché non si tratta di servizi di pubblica utilità. L'impressione è che le scelte siano sempre personali e che sia sempre difficile regolamentare dall'altro l'apertura o la chiusura. D'altronde è anche vero come non sempre ci sia la piena libertà del lavoratore di rifiutarsi, seppur pagato con straordinari, anche per via della difficoltà a trovare sostituti già formati.

Quali comparti lavorano nei festivi e nelle domeniche

A dimostrazione di come il tema sia particolarmente sentito ci sono le tantissime categorie di chi ha voluto prendere una posizione, dai politici alle associazioni dei consumatori, dai lavoratori ai sindacati fino ad arrivare a papa Francesco. Una cosa è certa: non c'è unità di vedute e ciascuno la pensa a modo suo, in modo pressoché polarizzato. Ma quali sono i settori in cui la presenza di lavoratori la domenica è maggiormente richiesta? Secondo l'Ufficio studi Cgia su dati Istat, sono 4,7 milioni gli italiani impegnati nel settimo giorno della settimana, di cui 3,43 milioni sono dipendenti e 1,3 milioni autonomi (artigiani, commercianti, esercenti, ambulanti, agricoltori). A ogni modo, la fotografia attuale è la seguente:

  1. Alberghi e ristoranti 688.300 pari al 68,3%
  2. Amministrazioni pubbliche (Difesa, Sanità e altri) 686.300 pari al 23,0%
  3. Commercio 579.000 pari al 29,6%
  4. Industria 329.300 pari all'8,2%
  5. Pubblica amministrazione 329.100 pari al 25,9%
  6. Altri servizi collettivi e alla persona 241.400 pari al 17,8%
  7. Trasporto e magazzinaggio 215.600 pari al 22,7%
  8. Attività immobiliari, servizi alle imprese 203.300 pari al 13,8%
  9. Agricoltura 72.700 pari al 16,1%
  10. Informazione e comunicazione 52.500 pari all'11,7%
  11. Costruzioni 22.000 pari al 2,6%
  12. Attività finanziarie e assicurative 8.900 pari all'1,7%

E fuori dall'Italia cosa succede?

Vale poi la pena fare un confronto con quanto accade fuori i confini nazionali. Emerge infatti come in confronto agli altri Paesi europei, la quota di lavoratori domenica sul totale dei dipendenti è tra le più basse in Italia. La media tra i 28 Paesi dell'Unione europea è del 23,2% mentre questi sono i dati Stato per Stato:

  1. Danimarca 33,9%
  2. Slovacchia 33,4%
  3. Paesi Bassi 33,2%
  4. Croazia 33,0%
  5. Slovenia 30,3%
  6. Malta 29,1%
  7. Svezia 28,7%
  8. Cipro 27,1%
  9. Grecia 26,2%
  10. Finlandia 25,7%
  11. Regno Unito 25,5%
  12. Repubblica Ceca 24,8%
  13. Lussemburgo 24,8%
  14. Irlanda 24,0%
  15. Germania 23,8%
  16. Estonia 23,5%
  17. Polonia 23,1%
  18. Lettonia 22,6%
  19. Romania 21,3%
  20. Portogallo 21,0%
  21. Ungheria 20,5%
  22. Spagna 20,3%
  23. Bulgaria 20,1%
  24. Italia 19,5%
  25. Austria 19,4%
  26. Francia 19,3%
  27. Belgio 19,2%
  28. Lituania 18,0%

La voce di chi lavora nei giorni festivi

E si moltiplicano gli appelli di stare a casa, di non comprare durante i giorni festivi di non andare a fare la spesa da parte di chi lavora in questi giorni e non può godersi lo stare con la propria famiglia. Si sono sono formati dei veri gruppi online su Internet e c'è questa grande richiesta. e un tamtam battente proprio in occasione di questo Natale per sfuttare la visibilità data da una delle feste della famiglia più simboliche, anzi forse la più simbolica.

I sottopagati, i nuovi schiavi italiani

Il mondo è diviso in due parti: c'è chi ha un lavoro debitamente retribuito e chi è costretto a sbarcare il lunario per 4 euro l'ora. Definirlo low cost o nuova schiavitù cambia poco, resta il fatto che questo fenomeno ha subito una decisa accelerazione negli ultimi anni, complice anche la crisi che ha spinto le aziende a cercare e proporre impieghi a cottimo. E incrociando i dati ufficiali c'è stato chi è andato alla scoperta dei mestieri sottopagati. La fotografia scattata è piuttosto impressionante, anche e soprattutto perché alla fine del mese o della settimana, il guadagno rischia di essere pari a zero per la semplice ragione che nella contabilità generale occorre inserire anche i costi di spostamento o quelli necessario per lo svolgimento dell'attività.

Salta allora fuori un tariffario piuttosto imbarazzante: 4,5 euro l'ora per un operaio agricolo, 6 euro per una cameriera di catering, 4 euro per un autista, 7,5 euro per un addetto alle pulizie, 6 euro per un facchino magazziniere, 5,60 euro per un fattorino in bici, 6,50 euro per un lavapiatti, 4 euro per un postino privato, 6,70 euro per una badante, 8 euro per un educatore di una cooperativa in subappalto. Il lavoro è a chiamata e dinanzi a questa situazione, anche vivere alla giornata diventa un esercizio complicato. Inutile ricordare come le tutele contrattuali siano inesistenti e gli straordinari sono un miraggio. Anche perché sono gli stessi ordinari a mancare. C'è una ragione ben precisa alla base di questa deregulation: non esiste un salario minimo stabilito per legge se non nel caso della contrattazione collettiva.

I settori del lavoro low cost

Non tutti i comparti lavorativi attraversano la stessa situazione ovvero fanno segnare la stessa crisi dei numeri. Fermo restando che la pratica del cosiddetto lavoro low cost è trasversale, ci sono settori ben precisi in cui si registra una maggiore percentuale di lavoratori sottopagati ovvero quelli in cui si registra il maggior numero di violazione delle paghe minime orarie di settore. A elaborare una vera e propria classifica ci ha pensato il quotidiano piemontese la Stampa. E non mancano alcune sorprese:

  1. agricoltura e settore minerario 31,63%
  2. arti e attività domestiche 30,89%
  3. hotel e ristorazione 20,66%
  4. settore immobiliare e attività amministrative 15,48%
  5. educazione 15,07%
  6. commercio al dettaglio 11,81%
  7. finanza e assicurazioni 10,24%
  8. manifattura, servizi acqua ed elettricità 10,12%
  9. salute 8,20%
  10. trasporti 7,93%
  11. costruzioni 7,41%
  12. informazione e comunicazione 7,02%
  13. pubblica amministrazione 4,15%

Stando sempre all'incrocio dei dati Istat e Inps, viene anche fuori come i settori con retribuzione media annua più bassa tra i dipendenti del settore privato (esclusi operai agricoli e domestici) sono in ordine decrescente attività artistiche, sportive, intrattenimento e divertimento (14.280 euro lordi l'anno), noleggi, agenzie viaggio servizio supporto imprese (13.738 euro lordi l'anno), istruzione (13,611 euro lordi l'anno), attività di servizi alloggio e ristorazione (10.269 euro lordi l'anno).

Blocco aperture centri commerciali

Centri commerciali addio, è questa l'idea del Trentino ma anche di un trend mondiale che si sta rivelando sempre più vero.
In Italia sono sempre più numerosi i centri commerciali che vedono al loro interno chiudere parecchi negozi e non avere il ricambio necessario e qualche centro commerciale è chiuso o, se doveva nascere, non è mai nato. Nella patria dei grandi centri commerciali, dove sono nati, oltre quatttromila hanno già chiuso negli Stati Uniti, e ulteriori mille e più lo faranno nei prossimi anni.
Un crollo di un modo di fare commercio, di una tendenza al marketing di massa che sembra non piacere più ai consumatori che lentamene ma inseroabilmente sembrano ritornare ai piccoli centei commerciali dove è la qualità a farla da padrona

In Italia, prima legge in vigore

E in Italia, addirittura, c'è il Trentino Alto Adige che ha deciso che non si potranno mettere in vendita terreni sopra i diecimila metri quadrati per costruire edifici per la vendita. Occorre pensare che poco meno del 15% del Trentino ha una superfice adatto pe rle costruzioni e l'agricoltura il resto è montagna o roccia. da qui la decisione, ma anche per perservare la tradizione e diminuire l'inquinamento che possono condurre i grandi centri commerciale.
Tra l'altro negli ultimi 40 anni, in Trentino il territorio con edifici è quasi arrivato al 200% e solo il 24% delle grandi estensioni rimane libero. Tutti dati per cui si è deciso di preservere al massimo il territorio oltre che per i piccoli negozi e le attività commerciali da proteggere e che possono portare la vera qualità secondo alcuni dei decisori

I risvolti occupazionali ed economici

Insieme alla chiusra dei centri commercialo o alla loro non nascita ci sono dei risvolti economici chiari. In primis la disoccupazione che si potrebbe creare e anche l'impoverimento del'indotto se il personale non sarà in grado di rientrare nelle piccole strutture che dovrebbero ritorare a dominare il territorio iper specializzati e con pochi prodotti. Una scommessa interessante che si dovrebbe sostenere con le politiche adatte.