Nuovi contratti a termine: regole nuove. Proroghe meno, obbligatoria causale e attesa decisioni Governo

Nuove e vecchie regole sui contratti di lavoro a tempo determinato. Ecco cosa sta cambiando. Ma intanto aumenta il ricorso al lavoro a tempo parziale.

Nuovi contratti a termine: regole nuove.

Le regole sui contratti a termine


Se c'è un prima modifica allo studio nella normativa dei contratti a termini è quella del numero massimo di proroghe. Il nuovo ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, intende infatti ridurle da 5 a 4, dopodiché scatterebbe l'assunzione a tempo indeterminato. Nessuna modifica è stata invece avanzata rispetto alle tempistiche del periodo cuscinetto tra un contratto e l'altro, strategico per i datori di lavoro per l'azzeramento del conteggio delle proroghe dei contratti a termine. Un altro passaggio cruciale è la reintroduzione della causale per ogni rapporto a tempo determinato, abolita dal Jobs Act approvato dal precedente governo.

Cosa prevedono le regole sui contratti a termine

Stando alle regole adesso in vigore, la durata massima del contratto a termine è di 36 mesi, proroghe incluse, che non possono essere più di 5, ma nel caso di periodo di pausa, il nuovo contratto non si considera prorogata. Concluso questo periodo, il periodo di occupazione può proseguire per 30 giorni se il contratto ha una durata inferiore a 6 mesi, per 50 giorni se il contratto ha una durata maggiore di 6 mesi. Fatta la regola, trovato il modo per raggirarlo? No, perché questa mini proroga ulteriore ha un costo in più per il datore di lavoro: 20% al giorno di compenso in più fino al decimo giorno successivo e 40% per ciascun giorno ulteriore. Insomma, diventa un po' meno conveniente. E attenzione, se anche questa ulteriore barriera viene abbattuta, il contratto viene automaticamente trasformato da tempo determinato a tempo indeterminato ovvero in assunzione a tutti gli effetti e senza la previsione scritta di una fine.

Va da sé che tutti i passaggi di ogni proroga devono essere accettati e sottoscritti dal lavoratore e trasmessi ai locali servizi per l'impiego con modello Unilav. Si accennava al periodo di pausa tra un contratto e l'altro, che di fatto rappresenta una scappatoia per il datore di lavoro per azzerare il numero di proroghe. Ebbene, non può essere maggiore di 60 giorni se la durata del primo contratto è inferiore ai 6 mesi o di 90 giorni se la durata del primo contratto è superiore ai 6 mesi.

Intanto aumentano i contratti a termine

Per conoscere la tendenza del mondo del lavoro in Italia è sufficiente leggere l'ultima Nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell'occupazione relativa al primo trimestre 2018, redatta da Anpal (Agenzia nazionale politiche attive lavoro), Istat (Istituto nazionale di statistica), Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) e Inail (Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro). I numeri sono inequivocabili perché segnalano un netto aumento del ricorso al lavoro a termine e dunque del numero dei lavoratori in somministrazione temporanea. Più precisamente le attivazioni a tempo determinato sulle attivazioni totali sono pari all'80,1%, in aumento rispetto al 77,6% registrato nel primo trimestre del dello scorso anno. Cresce, anche se con cifre leggermente inferiori, il numero dei lavoratori a chiamata o intermittenti.

Riduzione del limite per i contratti a termine

La partita della rimodulazione dei contratti a termine già dal 2018 è più complessa di quella che sembra. Il punto di partenza è rappresentato dall'accordo raggiunto nella maggioranza sul fronte del lavoro. I contratti a termine potranno durare al massimo 24 mesi contro i 36 attuali. La proposta è stata condivisa da vari gruppi parlamentari e portata avanti dal Partito democratico, che ha presentato un emendamento in commissione Bilancio, incassando il via libera anche del governo. Tutto risolto? Nient'affatto, a iniziare dalla disapprovazione di Confindustria. E poi ci sono gli ulteriori aggiustamenti allo studio, come la previsione di una sorta di paracadute per i rapporti a tempo determinato in corso e, soprattutto perché è stata materia di accesa discussione, la riduzione delle proroghe da cinque a tre.

C'è una ragione ben precisa ad avere ispirato questa azione ovvero l'evidenza che il numero dei contratti a termine è costantemente maggiore rispetto a quelli a tempo indeterminato. E non è casuale perché l'esecutivo ha interrotto gli incentivi per le assunzioni stabili e di conseguenza le imprese stanno ora puntando sulle proposte di lavoro con scadenza. Tanto per avere un'idea dei numeri che circolano, il terzo trimestre di quest'anno, quello che va da luglio e settembre e dunque in coincidenza con la stagione estiva tradizionalmente favorevole per questo tipo di contratti, ha fatto registrare il massimo storico: 2 milioni 800.000 occupati. Si tratta evidentemente di una cifra che il governo avrebbe voluto evitare poiché l'obiettivo dichiarato è piuttosto favorire le assunzioni a tempo indeterminato.

Ma vista la non disponibilità a rinnovare gl incentivi, la strada scelta è stata quella di ridurre il limite per i contratti a termine. E la domanda nasce spontanea: aumenteranno le assunzioni o i disoccupati? La riduzione di 12 mesi della durata è dunque oggetto di discussione e qui entrano in gioco le perplessità di Confindustria. Secondo l'associazione degli imprenditori italiani, le conseguenze potrebbero essere contrarie alle intenzioni. Le ripercussioni potrebbero essere immediate, già sui lavoratori assunti con contratto a termine ormai in scadenza. Potrebbero essere infatti le prime vittime di questa situazione e non a caso, come premesse, è allo studio una sorta di paracadute per evitare un impatto disastroso già nel 2018 nell'immediata applicazione delle nuove disposizioni.

La possibile alternativa

E c'è da rilevare che anche lo stesso ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, ha messo i guardia sugli effetti di questo taglio. La proposta alternativa, ormai definitivamente saltata per questa legge di Bilancio, è il taglio del cuneo fiscale ovvero il costo del lavoro a carico delle imprese. Con un deciso taglio delle tasse, argomentano i sostenitori di questa strada, a beneficiarne sarebbero sia gli imprenditori e sia i lavoratori che finirebbero per costare di meno se regolarmente assunti a tempo indeterminato.

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