Obbligato ad aprire partita Iva dal datore di lavoro, cosa fare. Come difendermi

di Marianna Quatraro pubblicato il
Obbligato ad aprire partita Iva dal dato

Obbligato ad aprire partita Iva

La principale ragione per cui un datore di lavoro potrebbe obbligare il dipendente ad aprire una partita Iva e trasformare il rapporto di lavoro è di natura fiscale.

L'ordinamento italiano prevede due maxi tipologie di rapporto di lavoro: quello autonomo ovvero con partita Iva e quello di tipo dipendente, a tempo determinato o indeterminato.

Si tratta di due modalità completamente differenti perché nel primo caso il lavoratore dispone della piena autonomia nell'organizzazione del lavoro, dei tempi e dei modi così come del luogo in cui esercitare la propria attività. In buona sostanza, può scegliere se lavorare a casa, nel suo studio, in uno spazio di co-working o nell'ufficio del proprio committente, ad esempio.

Con il rapporto di lavoro di tipo dipendente, il lavoratore è invece chiamato al rispetto delle regole aziendale sia in riferimento al luogo di lavoro e sia alle tempistiche. In poche parole, è tenuto a seguire le direttive, così come da contratto di lavoro. Cosa succede se il datore di lavoro obbliga ad aprire una partita Iva? Perché dovrebbe farlo? Analizziamo allora.

  • Quando datore di lavoro obbliga ad aprire un partita Iva
  • Come difendersi dall'obbligo di aprire un partita Iva

Quando datore di lavoro obbliga ad aprire un partita Iva

La principale ragione per cui un datore di lavoro potrebbe obbligare il dipendente ad aprire una partita Iva e trasformare il rapporto di lavoro è di natura fiscale.

È ben noto che la principale voce di spesa per le aziende è il costo del lavoro perché, accanto allo stipendio netto da versare ogni mese agli assunti, ci sono le imposte a cui aggiungere i contributi previdenziali e le spese per l'assicurazione.

Il tutto senza dimenticare la tredicesima ed eventualmente la quattordicesima, la malattie e le ferie pagate, ma anche il trattamento di fine rapporto da corrispondere al termine del rapporto lavorativo. Tutti questi oneri cadono nel caso in cui il rapporto di lavoro sia di tipo collaborativo e dunque con partita Iva.

In questo caso il datore di lavoro è chiamato a pagare solo quanto è indicato in fattura e le tasse da pagare sono quasi tutte a carico del lavoratore. Non solo, ma con l'innalzamento delle soglie per aderire al regime forfettario, la convenienza è ancora maggiore.

Come difendersi dall'obbligo di aprire un partita Iva

Dopo aver scoperto le ragioni che possono spingere un datore di lavoro a obbligare un lavoratore ad aprire una partita Iva, capiamo adesso se questo passaggio è possibile ovvero se è concesso trasformare il rapporto di lavoro da subordinato ad autonomo.

Ebbene, questo è il caso delle famigerate false partita Iva, severamente perseguite dall'Agenzia delle entrate, dalla Guardia di finanza e dagli istituti di previdenza. Si tratta di rapporti di lavoro dipendente camuffati da lavoro autonomo con partita Iva.

Ecco quindi che nel tempo è stato introdotto un limite ben preciso: il divieto di fatturare prevalentemente al datore di lavoro attuale ovvero a uno o più ex datori di lavoro degli ultimi due anni.

La difesa passa appunto dai rischi e delle irregolarità a cui va incontro il datore di lavoro.

Anche nel caso di lavoro con partite Iva può infatti scattare la presunzione di subordinazione, possibile se si verificano due di queste circostanze: la collaborazione con lo stesso committente ha una durata di 8 mesi per anno per due anni consecutive; il corrispettive costituisce più dell'80% di quello annuo; il lavoratore dispone di una postazione fissa in una delle sedi del committente.

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