Obbligo di reperibilitÓ fuori orario di lavoro, le leggi 2019 in vigore

di Chiara Compagnucci pubblicato il

A rispondere alla fatidica domanda se la reperibilitÓ fuori orario di lavoro Ŕ un obbligo o il lavoratore pu˛ rifiutarsi ci ha pensato una recente sentenza della Corte di cassazione.

Obbligo di reperibilitÓ fuori orario di

ReperibilitÓ fuori orario di lavoro Ŕ obbligo?

Il riposo è un diritto di tutti i lavoratori. Significa che nessuna legge può obbligare di lavorare 7 giorni su 7 ed essere a disposizione per l'intera giornata. Ma può accedere che l'azienda possa aver bisogno dell'attività del dipendente anche al di fuori dell'orario di lavoro.

Qui entra in gioco il concetto di reperibilità: il datore di lavoro può imporla al lavoratore? E fino a che punto lo stesso lavoratore può rifiutarsi di assicurare la propria prestazione. Anche perché poi entrano in gioco tanti altri casi particolari al di là delle fasce orarie nell'ambito dell'obbligo di reperibilità.

Pensiamo ad esempio ai casi di infortunio, malattie, durante le ferie e perfino dopo intervento chirurgico.

Il tema è delicato anche e soprattutto in riferimento ad alcune figure lavorative, come medici e infermieri e più in generale chi esercita una professione sanitaria, ma anche le forze dell'ordine o i vigili del fuoco, o gli addetti alla manutenzione di impianti e macchinari.

Cerchiamo allora di saperne di più sulla base delle legge 2019 in vigore, ma anche di alcune importanti sentenze della Corte di cassazione.

Obbligo di reperibilità e leggi 2019

Come premesso, al riposo nessun lavoratore può rinunciare e nessun datore può imporre la rinuncia. Per intenderci, non è monetizzabile. A stabilire l'irrinunciabilità del riposo per i dipendenti pubblici e privati è perfino la Costituzione, a cui i vari Contratti collettivi nazionale di lavoro si sono adeguati.

Tenendo conto di questo punto fermo, gli stessi contratti di lavoro possono prevedere casi di lavoro straordinario al di là dell'orario di impiego purché sia retribuita con una maggiorazione rispetto a una normale giornata di lavoro e negli orari stabiliti, sia compensata con un giorno di riposo e non comporti uno sforzo eccessivo da parte del dipendente fino al punto di farlo andare in tilt.

Se queste sono le regole, la reperibilità fuori orario di lavoro è un obbligo o il lavoratore può rifiutarsi?

Prima di sciogliere questo delicato nodo è necessario chiarire che per definizione di orario di lavoro si intende qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell'esercizio della sua attività o delle sue funzioni.

Non solo il decreto legislativo emanato 16 anni fa precisa il significato, ma sottolinea che la durata massima non può essere maggiore di 48 ore alla settimana, comprese le ore di straordinario.

Può apparire singolare, ma non stabilisce il numero di ore massime giornaliere, sebbene preveda l'obbligatorietà delle pause quotidiane dal lavoro per il ristoro fisico e mentale.

Reperibilità fuori orario di lavoro è un obbligo?

A rispondere alla fatidica domanda se la reperibilità fuori orario di lavoro è un obbligo o il lavoratore può rifiutarsi ci ha pensato una recente sentenza della Corte di cassazione. La chiarezza dei giudici è massima: il lavoratore non ha l'obbligo di essere reperibile.

Tradotto in termini pratici, significa che se il datore di lavoro lo chiama mentre è a casa o in vacanza o comunque in un ambiente differente da quello del lavoro, può non rispondere senza temere sanzioni disciplinari.

Nella sentenza che ha fatto rapidamente il giro di tutte le aziende italiane, la Corte di cassazione scrive espressamente che non esiste alcun obbligo a carico del lavoratore di esecuzione di compiti, quale quello di reperibilità, palesemente aggiuntivi ed estranei alla prestazione ordinaria dedotta in contratto.

Per i giudici, la disponibilità nell'ambito della reperibilità ovvero la rintracciabilità del lavoratore al di fuori del proprio orario di lavoro con successiva richiesta di effettuare una prestazione lavorativa supplementare e di raggiungere il luogo di lavoro, non può essere configurata come prestazione lavorativa.

Si tratta piuttosto di una prestazione strumentale e accessoria rispetto alla prestazione di lavoro principale. E come tale non può scattare in alcuna circostanza lavorativa l'obbligo di imporla pena sanzione disciplinare.

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