Pensioni dilemma generazionale tra papÓ e figli e il peso baby pensioni

La generazione attuale e soprattutto quella futuro si trova costretta a pagare il salatissimo conto sulle pensioni per via degli errori di valutazione del passato. I casi limite.

Pensioni dilemma generazionale tra papÓ

Pensioni dilemma generazionale tra papÓ e figli


Quello a cui stiamo assistendo è una vera e propria spaccatura generazionale. Da una parte c'è chi ha goduto di regole sulla pensione molto favorevole che hanno permesso di ritirarsi a vita privata presto, troppo presto, anche a 55 anni e con un assegno piuttosto robusto. Dall'altra c'è la generazione successiva alle prese con tagli e condizioni sempre più restrittive sia in riferimento all'importo della pensione e sia al momento del congedo, oltre la soglia di 70 anni. Diciamolo pure c'è chi ha scialacquato e c'è chi adesso paga il conto. Due dati diventano adesso significativi. L'Istat conferma che le speranze di vita si sono allungate e di conseguenza l'esecutivo ne approfitterà per allungare il momento del taglio del traguardo della pensione. Stando ai calcoli dell'Istituto nazionale della previdenza, il costo delle baby pensioni per le casse dello Stato è stata da record: 150 miliardi di euro.

Baby pensioni: fardello da smaltire

Il costo mostruoso delle baby pensioni non è stato ancora smaltito ed è proprio questo una delle cause del disastro delle pensioni in Italia di cui stiamo ancora pagando il conto. In buona sostanza, poco più di quarant'anni fa, il governo aveva assunto la decisione di concedere

  1. agli statali di andare in pensione dopo 19 anni e mezzo;
  2. ai lavoratori degli enti locali dopo 25 anni;
  3. alle impiegate pubbliche con figli dopo 14 anni, sei mesi e un giorno.

Una mossa poco lungimirante che non creò solo casi limite, come quelli delle bidelle ritirate dalla vita lavorativa a 29 e a 32 anni, con assegno di pensione molto simile allo stipendio. Ma anche un infinito flusso di denaro che uscirà dalle casse dello Stato finché tutti loro rimarranno in vita. E a poco sono servite le proposte di aggiustamento, come il contributo di solidarietà a carico delle baby pensioni o il ricalcolo con il meno vantaggioso sistema contributivo. Sono idee rimaste ferme sulla carta.

Vie di uscita onerose per cercare di uscita prima

Ecco allora che per la generazione attuale (e ancor più per quella futura) si pone il problema di come uscire prima perché andare avanti fino a 70 anni e oltre diventa un'impresa titanica e quasi innaturale. La totalizzazione consente di valorizzare i contributi versati in più gestioni quindi, anche se ha requisiti di accesso elevati, in alcuni casi avvicina la pensione perché la somma di tanti spezzoni consente di ricevere l'assegno prima che si maturi il diritto in una sola gestione. Inoltre risulta comunque vantaggiosa per gli uomini rispetto alla pensione anticipata ordinaria, dato che l'assegno, anche tenendo conto della finestra mobile, viene pagato tre mesi prima.

Per chi ha svolto attività particolarmente faticose o notturne è possibile andare in pensione con il sistema delle quote che richiede almeno 35 anni di versamenti e comporta, in genere, un'età inferiore rispetto alla pensione di vecchiaia. Per un lavoratore dipendente con 35 anni di contributi, l'età di uscita oscilla tra 61 anni e 7 mesi e 63 anni e 7 mesi in base alla tipologia di lavoro usurante. Inoltre con la normativa usuranti si ottiene la pensione senza decurtazioni o prestiti. In caso di gestione di esuberi per crisi aziendale, l'intervento dei fondi di solidarietà o il ricorso all'isopensione introdotta dalla legge Fornero per le imprese con più di 15 dipendenti consente di ricevere un assegno di accompagnamento fino alla pensione per un massimo rispettivamente di 5 o 4 anni, sia rispetto ai requisiti della pensione di vecchiaia che di quella anticipata. I costi sono a carico dell'azienda o dei fondi, la pensione non viene decurtata.







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