Riforma pensioni Governo Prodi: l'età potrebbe essere fissata a 58 anni nel 2008 per poi salire

I punti che si prevedono - secondo indiscrezioni di stampa - sono di fatto tre: età pensionabile, coefficienti di trasformazione e fusione degli enti previdenziali.


Prende forma la partita sulla riforma delle pensioni e si intravede già un primo match tra governo e sindacati sull'ipotesi di taglio dei coefficienti di calcolo. Mentre Prodi si prepara a ritornare davanti alle Camere, l'esecutivo dimissionario in attesa di reinsediarsi ha già preparato uno schema di lavoro per chiudere, al più presto, la partita.

La crisi ha rafforzato la linea del ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che punta a chiudere la partita in tempi rapidi, prima delle elezioni amministrative di maggio. E, dall'altra parte, ha indebolito l'ala sinistra della maggioranza che, sulla previdenza, si apprestava ad adottare una tattica difensiva. Marzo sarà dunque decisivo, anche se la dead-line della fine del mese, prevista dal Memorandum firmato a settembre dello scorso anno tra governo e sindacati, è destinata ad essere superata.

Nel suo dodecalogo il premier Romano Prodi ha fatto riferimento al capitolo Welfare, da riordinare "con grande attenzione alla compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni più basse e i giovani". Così, i punti che si prevedono - secondo indiscrezioni di stampa - sono di fatto tre: età pensionabile, coefficienti di trasformazione e fusione degli enti previdenziali.
Al posto dello "scalone" introdotto con la riforma Tremonti-Maroni, che dal primo gennaio del 2008 porterà l'età minima per l'accesso alla pensione di anzianità da 57 anni a 60, arriveranno gli "scalini" e dal 2008 l'età potrebbe essere fissata a 58 anni per poi salire gradualmente, accompagnata da un meccanismo di incentivi. La soglia a 57 anni più 35 di contributi dovrebbe restare per chi è occupato in un lavoro usurante o faticoso.

Nella riforma delle pensioni sarà poi compresa la revisione dei coefficienti di calcolo senza la quale la Ragioneria generale dello Stato stima un'impennata del rapporto tra spesa previdenziale e Pil fino al picco del 15,8% nel 2050). Nel governo sembra prevalere la linea del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che propone di escludere dal ritocco dei coefficienti i lavoratori più giovani che hanno una carriera discontinua e, dunque, un ammontare di versamenti troppo basso, tale da non garantire una pensione dignitosa (rischierebbero di ricevere un assegno tra i 400 e i 500 euro mensili). Proprio per questa tipologia di lavoratori si sta ragionando di introdurre i cosiddetti contributi figurativi a carico dello Stato, come già accade per le lavoratrici in maternità.

Per quanto riguarda le pensioni più basse (quelle legate al versamento di contributi diverse dalle minime che hanno natura assistenziale), che attualmente non superano i 400 euro al mese, Prodi vorrebbe rivalutarle. I pensionati interessanti sono tra il milione e mezzo e i due milioni. Le risorse dovrebbero arrivare dal progetto di fusione degli enti previdenziali. I tecnici di Palazzo Chigi hanno stimato che dalla nascita del cosiddetto SuperInps (un unico istituto capace di funzionare con non più di 35mila addetti e creato attraverso la "fusione" di Inps, Inpdap, Enpals, Ipsema e Ipost) si potrebbero ricavare non meno di due miliardi di euro l'anno, escludendo in un primo tempo di coinvolgere nell'accorpamento anche l'Inail.

In vista dell'avvio del confronto con i sindacati, e prima dello scoppio della crisi, Padoa-Schioppa e Damiano avevano anche concordato, per rendere più fluido il negoziato, di gettare subito sul tavolo del welfare il tema degli ammortizzatori sociali. L'ampiezza dell'azione dipenderà molto dalle risorse a disposizione. Ma il buon andamento delle entrate fiscali, il recupero di quelle contributive, e la lotta ai privilegi previdenziali, potrebbero favorire i primi passi per disegnare i nuovi ammortizzatori. L'idea è di introdurre un'indennità di disoccupazione per tutti coloro che perdono il lavoro, fissandola a circa il 60 per cento dell'ultima retribuzione, ma vincolandola alla disponibilità del soggetto a seguire corsi per la sua riqualificazione professionale. Sarebbe la prima tappa per passare ad una concezione attiva dello stato sociale, quello che gli anglosassoni chiamano il welfare to work.

Mentre Romano Prodi è al lavoro nella messa a punto del discorso con il quale mercoledì si presenterà al Senato per chiedere la fiducia al governo, le notizie trapelate sulla stampa hanno riacceso quindi la polemica - seppur ancora soft - sulla riforma previdenziale. Un no secco alla revisione dei coefficienti previdenziali è arrivato dal ministro Paolo Ferrero trovando immediata eco di sostegno tra le forze sindacali.
La rivalutazione delle pensioni in essere, con particolare attenzione agli importi più bassi, è incompatibile, sostiene il ministro della Solidarietà sociale, con il taglio dei coefficienti di trasformazione che finirebbe per colpire proprio le pensioni più basse. Una linea condivisa apertamente dalla Cisl che si dichiara "estremamente in disaccordo" con l'ipotesi di una revisione dei coefficienti di rivalutazione pensionistici e dalla Uil, che attraverso il segretario generale Luigi Angeletti fa sapere di non essere disposta ad accettare "ciò che fino a tre giorni fa consideravamo inaccettabile". "Noi - ha aggiunto Angeletti - non abbiamo il diritto a votare la fiducia al governo ma non abbiamo neanche il dovere di garantirne la stabilità accettando una riforma delle pensioni inaccettabile".
In casa Cisl, a spiegare le ragioni del dissenso è il Segretario nazionale agigunto Pier Paolo Baretta: "Noi sui coefficienti siamo contrari perché tagliarli significa ridurre il valore della pensione, soprattutto delle giovani generazioni, sarebbe un intervento sbagliato socialmente, perché aumenterebbe le difficoltà e il disagio dei giovani ai quali da una parte diamo con la previdenza complementare e dall'altro togliamo con il calcolo dei coefficienti".

Dai sindacati, dunque, arriva un chiaro monito: pronti a lavorare per la stabilità dei governi, il sindacato non è parte di uno schieramento politico e non è il garante degli equilibri politici. "Come Cisl abbiamo detto - e non è cosa da poco - che l'età pensionabile non è un tabù", spiega Baretta. "Siamo disponibili a trovare un accordo, lavoriamo volentieri per dare stabilità ai governi, ma gli accordi si fanno in due: noi dobbiamo stipularlo con il governo, ma il governo lo deve stipulare con noi".

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il