Striano, le pagano un quarto della pensione per 5 anni. Ora riceve 46mila euro ora

di Chiara Compagnucci pubblicato il
Striano, le pagano un quarto della pensi

Calcolo della pensione ed errori

Il suggerimento del patronato è di far controllare la propria posizione previdenziale perché gli errori nell'assegno potrebbero coinvolgere un numero elevato di pensionati.

Se neanche degli enti pubblici (o comunque garantiti dallo Stato) ti puoi fidare, significa che siamo costretti a muoverci in cattive acque. Perché solo adesso è venuto fuori che, per un errore contabile o un errore umano, l'Inps non ha versato a una ex commerciante arretrati fino a 46.000 euro. Una somma di un certo conto che è saltata fuori solo in seguito alla ricostruzione della sua posizione da parte della stessa donna. In buona sostanza, rispetto ai 940 euro al mese che doveva percepire, e incassava 232 euro al mese. Una gran bella differenza che l'Istituto nazionale della previdenza sociale si trova adesso a dover compensare.

Riceveva 232 euro al mese rispetto a 940 euro

Le incongruenze sono saltate fuori in occasione della visita della donna al patronato Epaca di Nocera Inferiore per un modello Isee. Ed è proprio in questa sede che gli esperti hanno notato un'anomalia sull'assegno Inps mensile per poi avviare la ricostruzione delle situazione pensionistica della loro assistita. Viene da pensare Senza l'intervento del patronato, la pensionata avrebbe continuerebbero a percepire un importo della pensione non corretto. Da qui il suggerimento della stessa struttura a far controllare la propria posizione perché gli errori potrebbero coinvolgere un numero elevato di pensionati.

Un'altra storia da leggere

Sta facendo il giro del web, la storia delle baby pensioni, in modo particolare della baby pensionato friulana che da quando aveva 29 anni percepiva le pensione. Cerchiamo di capire meglio e cosa potrebbe accadere anche in futuro.

La vicenda è emersa a Quarto Grado, in un servizio su Rete 4, dove si spiegava la vicenda di questa signora che, ormai a 64 anni, e che è andata in pensione a 29 anni con 14 anni e 6 mesi e un giorno di contributi e con il 94% della pensione corrispondente alla sua retribuzione.

E altri diritti violati

Protagonista della vicenda è Ciro Marra, ex dipendente dell'Eav, l'holding dei Trasporti della Campania, che è andato in pensione prima dopo aver scoperto di avere un tumore allo stomaco e curarlo. Ma una volta richiesta il suo Trattamento di Fine rapporto all’azienda ha scoperto che l’Agenzia di Riscossione, ex Equitalia, lo aveva bloccato insieme a tutti gli altri bonus dovuti. Caduto nella grande disperazione, Ciro ha ora minacciato di uccidersi dandosi fuoco. Ma le brutte notizie non finiscono qui: stando a quanto spiegato dal suo avvocato, Angelo Pisani, senza la notifica di un pignoramento, è anche impossibile difenderlo, perché nel momento in cui ha deciso di andare in pensione anticipata per operarsi allo stomaco a causa del tumore, sul tfr e sul bonus pensionistico c'era un blocco. Per Eav, il signor Marra non ha diritto al suo tfr, bloccato a causa di presunte cartelle esattoriali non pagate. La vicenda è delle più drammatiche che si siano sentite in quest’ultimo periodo, ma non la sola che attesta le tante ingiustizie del nostro sistema spesso a danno delle persone malate.

Non aver comunicato in anticipo al signor Marra la decisione di blocco del Tfr e del relativo bonus pensionistico rappresenta un diritto violato da parte dell’azienda nei confronti del lavoratore. Si tratta, infatti, di una informazione che avrebbe dovuto esser resa nota al momento della domanda di pensionamento anticipato, in modo da dare al signor Marra tempo e possibilità di eventuali altre organizzazioni per riuscire a sostenere economicamente famiglia e trattamenti per la cura della sua malattia. Ma questo è solo uno degli ultimi casi che definiscono un Paese ancora in forte difficoltà e spesso incurante di tutelare i lavoratori stessi.

E’ dello scorso anno la notizia, per esempio, di un infermiere di Ancona, 60enne con 42 anni di anzianità contributiva, che sarebbe stato sanzionato per non essersi presentato al lavoro la mattina dopo il turno di reperibilità notturna. La sua assenza è stata motivata con una impegno fisico notturno che non gli avrebbe consentito di tornare a lavoro solo qualche ora dopo la fine del turno notturno e di svolgere in maniera efficiente la propria attività. E’ stato comunque punito, nonostante da sempre si ripeta che il riposo è un diritto irrinunciabile. Indimenticabile anche la vicenda, sempre dello scorso anno, di un lavoratore rimasto invalido sul posto di lavoro ma che, a distanza di 10 anni, non ha ancora mai ricevuto dall’Inps l’invalidità spettante e per cui ancora oggi la figlia combatte.

E come dimenticare la lettera lasciata dal ragazzo 30enne suicida perché precario senza prospettive di un lavoro stabile, diritto di ogni persona che viva in un Paese civile? Nella sua lettera, Miche (nome di fantasia) spiegava che la sua è la generazione che ‘si vendica di un furto, il furto della felicità. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, è un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive…Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l'altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata’.

Dal'altra parte come la signora sono tanti gli italiani che hanno usufruito della legge sulla baby-pensioni e che magari non a 29 anni, ma a 34 o 38 o anche meno sono potuti andare in pensione. E la quetione ora scalda anche gli animi perchè per andare in pensione e neppure con un assegno così dignitoso bisogna aspettare i 66 anni e tra poco i 70 anni, legandosi alle aspettative di vita che continuano a salire. Dunque, ci sono anche persone che hanno lavorato per 30 anni o 40 anni, ma che non raggiungendo i requisiti richiesti devono continuare a lavorare.

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