Trony a Napoli chiude, 105 licenziamenti al Vomero. E storie simili. Dove è la ripresa?

Crisi occupazionale alla sede Trony del Vomero: annunciati 41 licenziamenti. Al via sit in di protesta. La situazione attuale

Trony a Napoli chiude, 105 licenziamenti

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La crisi occupazionale colpisce anche la sede occupazionale di Trony di Napoli: mentre le ultime notizie parlano di miglioramento dell’occupazione nel nostro Paese, sono comunque diverse le realtà che, invece, continuano ad affrontare un momento di crisi. E non c'è solo Trony di Napoli, ma anche la Rinascente o tante altre fabbriche come raccontiamo. Dove è la ripresa?

Trony Napoli e piano licenziamenti

Stando a quanto riportano le ultime notizie, infatti, per 105 lavoratori di Trony si starebbe prospettando un Natale decisamente ricco di cattive notizie: qualche giorno fa, hanno ricevuto la comunicazione di licenziamento collettivo e tra loro sono decine le famiglie con figli e mutui da pagare che si chiedono cosa si potrebbe fare per evitare che la sede chiuda definitivamente. Dei 105 lavoratori di Trony che hanno ricevuto la lettera di licenziamento, 41 sono impiegati nel negozio di via Luca Giordano (Ex Fnac) di Napoli.

Le prime avvisaglie di questa crisi che stava per abbattersi sulla sede napoletana di Trony del Vomero si erano, tuttavia, già avute, tra scaffali sempre più vuoti e chiusura, decisamente strana, nel giorno della festa dell'Immacolata, quando invece diversi esercizi anche della grande distribuzione, erano aperti.

Annuncio di chiusura Trony di Napoli

Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori Collinari, ha dato l’annuncio del piano di chiusura della sede del Vomero di Trony, spiegando che già nei giorni scorsi, appunto, aveva notato che qualcosa non andava bene, compreso il fatto che fosse sparita la vigilanza solitamente all’ingresso dello store. Lo stesso Capodanno ha inoltre reso noto che da oggi, lunedì 18 dicembre, in attesa che azienda e sindacati raggiungano un (sospirato) accordo, sosterrà i 41 dipendenti che rischiano di rimanere senza lavoro e che hanno organizzato sit-in di protesta per scongiurare il licenziamento.

Rinascente Genova chiude nel 2018, 60 senza lavoro

Era successo qualche anno fa anche a Napoli e le reazioni erano state simili se non proprio uguali. A proposito della chiusura della sede di Via Toledo, sgomento ed incredulità la facevano da padroni, come accade oggi. Come è possibile? La domanda più frequente. Non potrebbe essere altrimenti quando la notizia della chiusura non riguarda negozi piccoli e grandi che siano.

Ma il marchio, e che marchio, che per anni, in Italia, ha incarnato il modello unico ed invincibile del grande magazzino, quando i grandi magazzini rappresentavano qualcosa di esotico. Non essendo ancora diffusi in maniera così capillare come sarebbe capitato qualche decennio più tardi, rappresentavano quasi la Mecca dell’acquirente più incallito, quello più furbo e quello che voleva dimostrare di avere orizzonti ampi. Stiamo parlando della Rinascente di Genova che chiude i battenti nel 2018 e apre l’ennesima crisi del lavoro in Italia.

Circa sessanta persone resteranno dall’oggi al domani senza più un’occupazione. Un dramma che non riguarda solo la Rinascente perché basta fare una panoramica anche suk web per capire che poi, tutto sommato, le aziende italiane non godono di ottima salute. E, come spesso accade, queste vicende si circondano di un’aura di beffa visto che alcuni indicatori economici suggerirebbero euforia e la certezza che la crisi è ormai alle spalle. Ma non è così come vedremo nel corso di questo articolo.

Incredulità e rabbia. Questi sono i sentimenti che la chiusura della Rinascente nel centro di Genova lascia in eredità a chi aveva sempre visto questo marchio come invincibile. Una chiusura che avverrà entro il ventotto ottobre del 2018. E d’altra parte la genesi della Rinascente, o meglio le speranze di chi a vario titolo ha contribuito a rendere la Rinascente il mito che è attualmente, voleva essere proprio questo. Alla stregua di altri grandi gruppi internazionali ai quali spesso questo marchio è stato accostato.

Un colpo all’occupazione della città visto che sessanta persone resteranno senza lavoro e alla città stessa che perde un’altra grande azienda presente nel capoluogo ligure dal 1960, a causa della sua scarsa appetibilità commerciale, a quanto pare. Incredibile ma vero. come incredibili ed inutili sono stati anche i sacrifici dei dipendenti che non si sono risparmiati ed hanno provato in tutti i modi a resistere come dimostra il contratto di solidarietà che avevano deciso di adottare negli ultimi cinque anni.

Honeywell: un'altra azienda che chiude in Italia e si sposte all'estero

Stiamo iniziando a perdere il conto e questa volta tocca alla multinazionale statunitense Honeywell, che realizza anche turbocompressori per motori diesel, a interrompere l'attività lavorativa. Nel suo caso, lo stop alla produzione riguarda l'impianto di Atessa, provincia di Chieti. C'è già un cronoprogramma ben preciso che porterà alla dismissione: da aprile 2018. La decisione rischia di provocare il licenziamento di 420 addetti di un impianto storicamente con alti livelli di produttività. Un caso non di poco conto, a tal punto che il governo ha deciso di aprire un tavolo di confronto al Mise per scongiurare l'abbandono dello stabilimento. Ma, come premesso, non si tratta dell'unico caso che sta guadagnando i riflettori per lo stesso motivo.

La multinazionale americana Honeywell chiude allora lo stabilimento di Atessa dove produceva turbo diesel per molti marchi automobilisti. Dal punto di vista occupazione significa mandare a casa tutti i 420 lavoratori, a meno che non accettino il trasferimento in Slovacchia, dove è in corso il processo di delocalizzazione. Un annuncio che ha lasciato sorpreso il ministro dello Sviluppo economico che aveva avviato un tavolo di trattativa. Appena l'altro giorno al Mise era stato ricevuto il vertice aziendale e il governo aveva rinnovato la disponibilità piena a sostenere programmi di investimento in innovazione e ricerca, per 50 milioni di euro, per mantenere l'attività produttiva nello stabilimento di Atessa. La Honeywell non ha accolto la proposta avanzata dal ministro e ha comunicato la decisione di cessare l'attività.

In una nota il gruppo parla di difficile decisione presa in seguito a un'approfondita analisi dello stabilimento, che da diversi anni si trova ad affrontare problemi di sovracapacità e di competitività a causa del declino dei motori diesel e della crescente concorrenza internazionale. Nello stesso comunicato la multinazionale a stelle e strisce si dice disponibile fin da subito ad avviare il dialogo con i rappresentanti dei lavoratori, per individuare le soluzioni migliori che possano minimizzare l'impatto su tutte le persone coinvolte. La vertenza era iniziata già a luglio quando la Honeywell ha dato disposizione di fare il back up dei codici di produzione di Atessa per utilizzarli in uno stabilimento della Slovacchia.

Non si tratta dell'unica fabbrica in difficoltà

Solo pochi giorni fa, abbiamo appreso che le storiche autolinee pugliesi Marozzi, controllate dalla società Sita Sud, è costretto ad accompagnare all'uscita 85 lavoratori (su 92) per via della concorrenza insostenibile con con Flixbus, la compagnia di trasporto low cost. Impossibile competere con le tariffe infinitamente più convenienti per muoversi dalla Puglia alle città di Roma, Siena, Firenze e Pisa, solitamente molto frequentate dagli studenti. E che dire di Melegatti, la famosa azienda veneta del pandoro, pronta a passare in mani maltesi? Dal punto di vista occupazionale stiamo parlando una realtà di circa 300 lavoratori tra dipendenti fissi e stagionali.

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