Trony, scenario assai preoccupante come in migliaia di casi in Italia nascosti. Eccoli

Milano, Napoli e Albenga e Vado ligure stanno vivendo un dramma occupazionale legato alla crisi del gruppo Trony. Ore decisive per gli 800 lavoratori che vogliono sapere cosa ne sarà del loro futuro

Trony, scenario assai preoccupante come

Crisi del gruppo Trony. A rischio 800 lavoratori in tutta Italia. Decisivo il tavolo di lunedì 19 febbraio al Ministero


Una situazione estremamente difficile per Trony e i suoi dipendenti con negozi senza merce, dipendenti al 20% dello stipendio e rischi di licenziamento per almeno 500-800 persone fino allo scenario peggiore della chiusura di diversi centri. Ma la situazione del Trony non è l'unica in Italia anzi ce ne sono migliaia e spesso vengono taciute

La crisi di Trony si è abbattuta come un fulmine a ciel sereno sulla situazione occupazionale italiana. Se, infatti, i dati divulgati dall’Istat parlano di una ripresa dell’occupazione, seppure non così massiccia come si poteva immaginare, si apprende ora che 800 lavoratori del gruppo Trony stanno vivendo il loro dramma personale legato all’incertezza sul proprio futuro.

Prospettive nere che si trascinano dallo scorso dicembre, infatti, i lavoratori stanno percependo solo un quinto del proprio stipendio a causa della crisi scaturita per alcune scelte sbagliate da parte della dirigenza e anche per il ruolo sempre più ingombrante che l’e-commerce si è ritagliato proprio a danno della grande distribuzione. Gli stabilimenti finiti nell’occhio del ciclone si trovano a Milano, Napoli, Genova e Savona. Una situazione drammatica come dimostra l’ammissione alla procedura del concordato in bianco. Da allora, era il 24 gennaio scorso è alla ricerca di un possibile acquirente.

A Milano rischio chiusura per Trony

A Milano il rischio chiusura è molto reale. La Lombardia è una terra fertile per Trony visto che dei quaranta punti vendita presenti in Italia, ben nove sono presenti in Lombardia per un totale di centoquaranta dipendenti degli 800 totali che stanno vivendo ore di ansia per questa vicenda. Che continuano a lavorare quotidianamente ma con un grosso groppo in gola.

Perché la crisi non è per niente passeggera e le incognite maggiori riguardano le prospettive future. C’è grande attesa per capire se la notizia che circola da circa un mese riguardo un misterioso acquirente disposto a sobbarcarsi questa situazione, sia attendibile oppure no. ma non ci sono novità di rilievo né in un senso né nell’altro. Speranze che si affievoliscono sempre di più e che adesso vengono riposte anche nell’incontro, programmato la prossima settimana al Ministero del Lavoro, con l’obiettivo di sbloccare la situazione di una delle controllate.

La situazione a Napoli e nel savonese

Ma la situazione è critica anche in Campania e in Liguria dove gli stabilimenti di Napoli, Genova e Savona versano nelle medesime condizioni. Anzi forse in condizioni peggiori si trova senza dubbio il punto vendita di Luca Giordano a Napoli, dove lunedì 19 febbraio scadranno i 75 giorni previsti dalla legge per il licenziamento collettivo. I quarantuno dipendenti vedono ridursi ogni giorno di più le speranze di una risoluzione positiva anche dopo il fallimento dei reiterati incontri al Ministero del Lavoro. Stesso discorso in Liguria. Nel capoluogo il rivenditore Trony ha abbassato definitivamente la saracinesca con i dipendenti che sono subito scesi in strada a protestare sostenendo di essere stati avvisati appena quattro ore prima.

Nel savonese i dipendenti sono pronti a protestare davanti ai punti vendita di Albenga e Vado Ligure. Un incontro decisivo, per scongiurare il fallimento di questi stabilimenti è stato fissato a lunedì 19 febbraio al ministero del Lavoro. Già annunciato il presidio delle filiali di Albenga e Vado ligure da parte dei lavoratori riuniti in assemblea sindacale.

E la Rinascente

Era successo qualche anno fa anche a Napoli e le reazioni erano state simili se non proprio uguali. A proposito della chiusura della sede di Via Toledo, sgomento ed incredulità la facevano da padroni, come accade oggi. Come è possibile? La domanda più frequente. Non potrebbe essere altrimenti quando la notizia della chiusura non riguarda negozi piccoli e grandi che siano.

Ma il marchio, e che marchio, che per anni, in Italia, ha incarnato il modello unico ed invincibile del grande magazzino, quando i grandi magazzini rappresentavano qualcosa di esotico. Non essendo ancora diffusi in maniera così capillare come sarebbe capitato qualche decennio più tardi, rappresentavano quasi la Mecca dell’acquirente più incallito, quello più furbo e quello che voleva dimostrare di avere orizzonti ampi. Stiamo parlando della Rinascente di Genova che chiude i battenti nel 2018 e apre l’ennesima crisi del lavoro in Italia.

Circa sessanta persone resteranno dall’oggi al domani senza più un’occupazione. Un dramma che non riguarda solo la Rinascente perché basta fare una panoramica anche suk web per capire che poi, tutto sommato, le aziende italiane non godono di ottima salute. E, come spesso accade, queste vicende si circondano di un’aura di beffa visto che alcuni indicatori economici suggerirebbero euforia e la certezza che la crisi è ormai alle spalle. Ma non è così come vedremo nel corso di questo articolo.

Incredulità e rabbia. Questi sono i sentimenti che la chiusura della Rinascente nel centro di Genova lascia in eredità a chi aveva sempre visto questo marchio come invincibile. Una chiusura che avverrà entro il ventotto ottobre del 2018. E d’altra parte la genesi della Rinascente, o meglio le speranze di chi a vario titolo ha contribuito a rendere la Rinascente il mito che è attualmente, voleva essere proprio questo. Alla stregua di altri grandi gruppi internazionali ai quali spesso questo marchio è stato accostato.

Un colpo all’occupazione della città visto che sessanta persone resteranno senza lavoro e alla città stessa che perde un’altra grande azienda presente nel capoluogo ligure dal 1960, a causa della sua scarsa appetibilità commerciale, a quanto pare. Incredibile ma vero. come incredibili ed inutili sono stati anche i sacrifici dei dipendenti che non si sono risparmiati ed hanno provato in tutti i modi a resistere come dimostra il contratto di solidarietà che avevano deciso di adottare negli ultimi cinque anni.

Non solo la Rinascente, gli altri scenari di crisi

A riportare tutti sulla terra e a ricordare che, purtroppo la crisi economica, nonostante un generale ma insufficiente miglioramento degli indici economici dell’Italia, continui a mordere, ci sono tutta una serie di esempi. Anche in questo caso si tratta di aziende storiche che hanno accompagnato intere generazioni nel corso della loro esistenza. Come non citare Melegatti, un secolo di vita e più con un fatturato che lo scorso anno si è chiuso a settanta milioni di euro e che, proprio in questo periodo, iniziava a fare capolino dagli schermi televisivi degli italiani con i suoi spot dolci e rassicuranti. Bene, anche Melegatti oggi è sull’orlo della chiusura come Ericsson he per anni ha fatto la voce grossa nel campo della telefonia della telefonia e non solo e che rischia di lasciare a casa seicento lavoratori italiani.

L'esempio della Toscana, 9mila persone a rischio

Abbiamo ftto degli esempi, nominando alcune realtà specifiche della grande distribuzione (e non solo), ma solo in Toscana, ad esempio, vi sono poco meno di 40 tavoli aperti di crisi tra Regione, Statoe  Aziende per cercare di evitare chiusure e licenzienti totali o parziali che dovrebbero coinvolgere circa 9mila persone. E dietro queste 9mila persone ci sono le loro famiglie. E la chiusura di queste aziende, farebbe chiudere o limitare altre aziende sia del settore, sia dell'indotto. E parliamo di una realtà come la Toscana.

Altri tavoli...in tutta Italia ben 162

Sono circa centossesantadue, infatti, i tavoli aperti al Mise, il Ministero dello sviluppo economico tra Sindacati e Governo e dai primi di settembre si riparte con una fitta serie di appuntamenti che vanno dalla Perugina alla delicata situazione di Ilva, dall'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. Un tentativo di sciogliere diverse matasse che si sono create intorno a queste aziende. Vicende più complesse del previsto sia perché alcune di queste sono state lasciate a marcire e adesso sono incancrenite, sia perché con un contesto di ammortizzatori sociali meno forte del passato, lo spettro dei licenziamenti sono dietro l’angolo.

I 162 tavoli aperti interessano aziende che impiegano complessivamente circa centocinquanta mila persone. Le vertenze senza dubbio più importanti sul tavolo sono quelle dell’Ilva, dell’Alitalia, dell’la Aferpi di Piombino.

Imprese in crisi 162 tavoli aperti al Mise

I buoni numeri sulla ripresa italiana che nelle ultime settimane hanno occupato le cronache italiane, non sono infatti sufficienti per scacciare definitivamente gli spettri.

Le industrie sentono ancora le conseguenze dell'urto che l'ultima crisi economica ha causato loro. Per questo motivo sono ancora 162 i tavoli di crisi aperti presso il Mise, il Ministero dello sviluppo economico. Sono in campo diverse proposte per affrontare queste crisi. I numeri non sono aumentati rispetto allo scorso anno, ma la situazione è un più complesse, proprio perché nel frattempo è passato un altro anno e sua perché gli ammortizzatori sociali è più debole e questo pone la prospettiva che ci siano licenziamenti. All'inizio del prossimo mese ripartiranno gli incontri che mettono di fronte imprese e lavoratori con la mediazione del ministero. Tra i primi faccia a faccia in programma, Perugina , l'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. E si parla solo di aziende di grandi, medie dimensioni e tutte le altre? E i professionisti?

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di Luigi Mannini pubblicato il
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