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Abiti e scarpe usate donate alla Caritas: solo l'1% va ai poveri secondo le inchieste di Le Iene, Report e Greenpeace

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di Marcello Tansini pubblicato il

Un GPS nascosto negli abiti ha rivelato tutto: solo 2 su 26 finiscono dove dovrebbero. Gli altri alimentano un business da 200 milioni

Ogni giorno milioni di italiani depositano nei cassonetti gialli vestiti, scarpe e accessori convinti di fare un gesto di solidarietà. Il logo Caritas sul contenitore, il simbolo di un cuore o di una mano tesa: tutto comunica beneficenza, aiuto ai bisognosi, economia circolare virtuosa. La realtà, secondo una serie di inchieste giornalistiche e indagini delle autorità, racconta qualcosa di molto diverso. E più scomodo.

L'inchiesta con il GPS: solo 2 capi su 26 finiscono dove dovrebbero

Il dato più clamoroso viene da un'indagine condotta nell'arco di un anno intero. L'Unità investigativa di Greenpeace Italia e la trasmissione Report di Rai3 hanno seguito da giugno 2024 a maggio 2025 il percorso di 26 capi d'abbigliamento usati, 14 integri e 12 danneggiati, dotandoli di tracker GPS in grado di trasmettere la posizione. I risultati mostrano che solo 2 dei 26 capi consegnati ai servizi di raccolta in 11 città italiane hanno trovato collocazione nel mercato del riuso. 

Gli altri 24? Quattro sono finiti in India e quattro in Africa, in paesi come Tunisia, Sudafrica e Mali, in zone prive delle strutture necessarie per trattare nel modo corretto gli scarti tessili, mentre i restanti si sono fermati tra Italia ed Europa con destinazione incerta. Il servizio di Report, intitolato "Panni sporchi", ha mostrato come il monitoraggio abbia permesso di fare luce in una rete intricata, che spesso ha poco a che vedere con la beneficenza e molto con il profitto e le illegalità

Il giro d'affari da 200 milioni e il ruolo della camorra

Non si tratta di un fenomeno nuovo. Già nel 2019 un'inchiesta condotta da Luigi Pelazza per Le Iene aveva tracciato con il GPS il percorso di una borsa depositata in un cassonetto a Milano. Dopo un primo passaggio in un deposito dell'hinterland, gli abiti erano stati trasportati fino alla provincia di Napoli, per poi arrivare dopo un mese in un'azienda a Maddaloni, in provincia di Caserta, che li rivende in tutto il mondo. I vestiti vengono acquistati a 40 centesimi al chilo e poi rivenduti a 3-5 euro. 

Il meccanismo economico è chiaro. I vestiti che pensiamo vadano ai bisognosi finiscono per generare un giro d'affari da circa 200 milioni di euro l'anno, di cui solo l'1% è realmente destinato a progetti solidali. Il resto ingrassa le casse di società private che pagano una piccola percentuale per utilizzare il marchio Caritas sui contenitori.

E non è solo una questione di opacità commerciale. Le cooperative sociali che gestiscono il sistema vendono a loro volta a società che chiedono parte dei pagamenti in nero. Anche la Direzione investigativa antimafia ha puntato i riflettori su queste realtà, rilevando collegamenti con la camorra. Le aziende coinvolte spesso non igienizzano i capi come previsto dalla normativa.

Come ha confermato Greenpeace, come dimostrato negli ultimi anni da diverse inchieste giornalistiche e indagini dell'Antimafia, si tratta di una filiera opaca e spesso soggetta a infiltrazioni criminali. 

La percezione pubblica non corrisponde alla realtà

C'è un problema di comunicazione profondo alla base di tutto questo. Come hanno scritto gli autori del briefing europeo sulle esportazioni di tessili usati pubblicato dall'Agenzia Europea dell'Ambiente, la percezione comune del pubblico riguardo alle donazioni di abiti usati come regali generosi per le persone bisognose non corrisponde pienamente alla realtà. 

A complicare ulteriormente il quadro c'è il problema strutturale della raccolta differenziata. Ogni anno un cittadino europeo acquista in media 19 kg di vestiti e produce 16 kg di rifiuti tessili. In Italia, nonostante dal 2022 la raccolta differenziata del tessile usato sia obbligatoria, solo il 19% dei rifiuti tessili urbani viene effettivamente conferito nei cassonetti, meno di 3 kg pro capite. Come ha spiegato Massimiliano Lanz, Direttore del Centro nazionale rifiuti e economia circolare dell'ISPRA, l'81% di questi scarti finisce incenerito. 

Il fast fashion che manda in tilt il sistema

A rendere tutto ancora più complicato è l'esplosione del fast fashion. Il sistema di raccolta e riciclo degli abiti usati è in crisi a causa del fast fashion che riempie i cassonetti gialli di capi non riutilizzabili. Capi economici e di scarsa qualità intasano il sistema di raccolta e riciclo degli abiti usati, mettendo in ginocchio le cooperative sociali. L'allarme arriva direttamente dalla Caritas Ambrosiana, che da anni denuncia come la qualità degli indumenti donati sia peggiorata drasticamente con la diffusione dei capi usa e getta a basso costo.

Il paradosso è evidente: più le persone comprano vestiti economici e li donano convinte di fare bene, più il sistema collassa. Un capo da tre euro non ha nessun valore commerciale sul mercato dell'usato e non è riutilizzabile da chi ha bisogno. Finisce per essere un rifiuto che qualcuno deve smaltire, spesso scaricandolo in paesi che non hanno le infrastrutture per farlo in modo corretto.

Chi fa le cose per bene: le differenze tra enti

Non tutti i sistemi di raccolta funzionano allo stesso modo. Esistono organizzazioni che gestiscono il processo in modo trasparente e documentato. Humana People to People Italia, ad esempio, opera attraverso una rete di oltre 5.000 contenitori in 37 province italiane con una filiera tracciata: i vestiti invernali e una parte dei vestiti estivi sono venduti nei negozi solidali di Humana in Italia, presenti a Milano, Torino, Genova, Firenze, Bologna, Verona e Roma, per massimizzare il valore di ogni singolo capo, mentre i vestiti estivi vengono donati alle consociate in Africa per sostenere progetti umanitari attivi in loco

La differenza fondamentale, secondo Andrea Fluttero, presidente di UNIRAU, sta nella distinzione tra dono e raccolta di rifiuti. Chi vuole davvero donare dovrebbe rivolgersi direttamente a una onlus o a un ente che gestisce un guardaroba sociale, non affidarsi ai cassonetti stradali, dove il controllo su chi gestisce il contenuto è quasi sempre nullo.

Cosa fare davvero

Il messaggio che emerge da anni di inchieste è scomodo ma necessario: depositare un vestito in un cassonetto stradale non equivale a donarlo a qualcuno che ne ha bisogno. Equivale a cederne il controllo a una filiera opaca il cui unico interesse è spesso economico, non solidale.

Chi vuole che i propri abiti vadano davvero a chi ne ha bisogno deve scegliere canali diretti: i guardaroba sociali gestiti da enti verificati, le raccolte organizzate direttamente da cooperative sociali trasparenti, o le donazioni fisiche a centri di accoglienza e strutture di assistenza. Come conclude Greenpeace, non solo la gestione dei rifiuti tessili deve essere ripensata, ma serve agire all'origine del problema, mettendo un freno alla produzione massiva di abiti a basso costo della fast fashion e dell'ultra fast fashion. 

Il cassonetto giallo in fondo alla strada non è un gesto di generosità. È spesso l'inizio di un viaggio che non porta dove si pensa.




Marcello Tansini

Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...