Furti nei supermercati: un fenomeno complesso tra stereotipi e dati reali. Dai taccheggiatori insospettabili ai prodotti più rubati, passando per i motivi, i limiti dei dati e le strategie.
L'immaginario comune sulle sottrazioni nei punti vendita alimentari spesso ruota attorno a figure marginali o in difficoltà economica, descritte come individui che cercano di reperire generi di prima necessità. Tuttavia, l'analisi dei dati reali restituisce una scenario ben differente e più articolato. Sotto il profilo dei responsabili, emergono almeno quattro tipologie di comportamenti: sottrazioni occasionali, furti legati al bisogno, taccheggi seriali e azioni finalizzate alla rivendita, talvolta organizzate.
In molti casi, il ladro non si distingue per aspetto o comportamento: può trattarsi del vicino di coda, di un gruppo che conosce perfettamente disposizione e punti ciechi del negozio, ma anche di dipendenti interni che sfruttano la conoscenza dei processi. L'elenco dei prodotti rubati sorprende: accanto a beni facilmente immaginabili come alcolici, cosmetici o tecnologia, compaiono prodotti apparentemente insospettabili quali tonno, formaggi, caffè, pile. Un'unica certezza: non esiste una sola modalità né un solo profilo di autore del reato.
Stimare l'impatto economico dei furti tra gli scaffali della distribuzione moderna rappresenta un passaggio essenziale per comprendere la portata del fenomeno. Secondo le indagini di settore, il 62,3% delle imprese dichiara episodi frequenti di sottrazione, mentre per quasi il 20% i casi sono quotidiani o settimanali. Il danno stimato può arrivare fino al 2% degli incassi. La perdita media per il 2024, come ricostruito da più fonti, supera i 4 miliardi di euro, pari a circa l'1,2% delle vendite complessive.
Tuttavia, un aspetto spesso trascurato ma rilevante per la trasparenza riguarda la distinzione tra furto effettivo e perdite inventariali: queste ultime comprendono anche merce deteriorata, errori amministrativi, scarti e anomalie logistiche. Importante ricordare che attribuire ogni differenza tra inventario teorico e reale esclusivamente alle sottrazioni indebite genera stime distorte. Il peso sociale e finanziario del fenomeno resta comunque elevato e in crescita rispetto agli anni precedenti, complice la diffusione di nuove modalità di taccheggio e di tecnologie che, se da una parte facilitano l'acquisto, dall'altra aprono nuove opportunità di abuso.
Non esiste un identikit unico dell'autore di taccheggio. Dai dati e dalle testimonianze dei responsabili della sicurezza emerge che clienti apparentemente ordinari rappresentano la maggioranza degli episodi registrati. Secondo le ricerche, il 53% delle sottrazioni è attribuibile a potenziali clienti: individui che spesso agiscono per un'occasione, ma anche soggetti recidivi che conoscono dinamiche e criticità dei punti vendita. L'aspetto esteriore o l'età, nella fascia 18-50 anni i casi sono maggiori, non rappresentano criteri utili per distinguere chi acquista onestamente da chi agisce a danno dell'attività commerciale.
I gruppi organizzati costituiscono una fetta degli episodi: metodi e preparazione differenziano queste azioni dalla semplice sottrazione d'impulso. Le modalità vanno dai sopralluoghi alle tecniche di occultamento, all'uso di abiti dotati di tasche specifiche fino alla coordinazione tra diversi individui, mirando prodotti facilmente rivendibili. Il valore sottratto spesso cresce in presenza di più persone coinvolte nello stesso episodio.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda i furti commessi dai dipendenti stessi. Secondo alcune fonti, fino al 21% delle perdite è dovuto a comportamenti interni: si va dalla mancata registrazione di merce allo sconto irregolare, dall'annullamento improprio degli scontrini fino alla manipolazione di resi e rimborsi. Va sottolineato che questi numeri non vanno letti come una generalizzazione sul personale, ma rappresentano la quota stimata rispetto alle perdite totali.
Individuare la categoria sociale che ruba di più nei supermercati è estremamente complesso e spesso porta a conclusioni affrettate o errate. I dati disponibili derivano perlopiù da episodi scoperti e denunciati: ciò significa che fotografano soprattutto chi viene individuato o fermato e non la totalità dei reati commessi. In molti casi, le informazioni raccolte si basano sulle percezioni dei responsabili della sicurezza o sulle statistiche delle aziende, che variano enormemente in base al settore, all'ubicazione del punto vendita e alla presenza di deterrenti.
Non tutto ciò che viene sottratto viene realmente rilevato, e spesso chi commette queste azioni agisce in modo tale da confondersi tra gli altri clienti. Cercare un unico responsabile sulla base di età, provenienza geografica o stato sociale porta fuori strada. L'unica certezza deriva dai comportamenti rilevati e non dal profilo sociale degli autori.
L'osservazione dei dati sugli articoli più sottratti nei grandi punti vendita restituisce sorprese importanti. Negli ultimi anni, i generi alimentari confezionati risultano tra i preferiti, specialmente tonno e carne in scatola, formaggi, salumi e caffè. Seguono gli alcolici di qualità, i cosmetici, i prodotti per l'igiene personale e le pile. Nel settore tecnologico, accessori per telefoni o piccoli dispositivi vengono presi di mira sia per l'uso diretto sia per la facile rivendibilità.
La graduatoria delle categorie a rischio varia a seconda che si valuti l'importo totale sottratto, il numero di pezzi mancanti o la percentuale di aziende che segnala una specifica categoria. È un errore comune associare il maggior numero di furti ai prodotti più costosi: spesso a essere sottratti sono articoli facilmente occultabili e con un'ampia domanda.
Il tonno in scatola ha conquistato negli anni un primato inatteso tra gli articoli automaticamente considerati ad alto rischio. Il motivo è semplice: unisce caratteristiche che lo rendono è liquido sul mercato dei furti. Non deperisce facilmente, ha un prezzo per unità interessante, è compatto e standardizzato. Viene acquistato da fasce molto ampie della popolazione e non reca numeri seriali o altri codici che potrebbero renderne difficile la rivendita.
Non è quindi solo la fame a generare sottrazioni di tonno, quanto la facilità di convertirlo in denaro tramite la rivendita o lo scambio. Le stesse ragioni valgono anche per caffè, cosmetici, detergenti e formaggi ben confezionati: prodotti richiesti, facilmente trasportabili e con alto tasso di rotazione sugli scaffali.
Il valore della refurtiva non coincide con il prezzo di listino: anzi, i prodotti scelti sono generalmente articoli dal costo medio, facilmente occultabili e che rispondono a una domanda costante e trasversale. Perché un prodotto venga frequentemente sottratto, serve che abbia almeno tre caratteristiche: un valore sufficiente a giustificare il rischio, una dimensione idonea al trasporto dissimulato, e la possibilità di essere rapidamente rivenduto senza destare sospetti.
Ecco perché, ad esempio, cosmetici, pile, caffè, formaggi e carne in scatola risultano spesso ai primi posti delle classifiche anche davanti ad articoli più onerosi ma ingombranti o tracciabili, come piccoli elettrodomestici. Non conta solo il prezzo, ma anche l'anonimato e la traccia debolmente collegabile alla provenienza.
Distinguere tra le sottrazioni dettate dal bisogno e quelle finalizzate al profitto richiede grande cautela. Alcuni segnali possono aiutare:
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...