Il 20,1% degli italiani paga per streaming sport, telefilm e film, solo il 2,8% si abbona a un sito di notizie. I dati Eurostat 2025 e i rischi nascosti per il futuro dell'informazione digitale.
I numeri diffusi da Eurostat relativi al 2025 fotografano un'Italia divisa a metà tra due mondi molto diversi. Da un lato milioni di persone che ogni mese pagano volentieri per guardare una partita, una serie televisiva o ascoltare musica in streaming. Dall'altro una minoranza sempre più ristretta disposta a spendere per leggere un giornale o una rivista online. Un divario che, dietro l'apparenza di una semplice statistica di consumo, nasconde conseguenze molto più profonde per il futuro dell'informazione nel nostro Paese.
Secondo l'indagine annuale dell'ufficio statistico dell'Unione europea, nei primi mesi del 2025 il 20,1% degli utenti internet italiani dichiarava di possedere un abbonamento a pagamento per guardare film, serie televisive o eventi sportivi in streaming. Un dato inferiore alla media dei ventisette paesi dell'Unione, ferma al 32,7%, che colloca l'Italia al ventitreesimo posto della classifica continentale. Se si considera l'intera popolazione coinvolta nell'indagine, e non soltanto chi utilizza internet, la quota italiana scende ulteriormente al 18,1%, contro il 30,7% rilevato in media a livello europeo.
Il quadro cambia radicalmente quando si passa a osservare quanti pagano per informarsi. Soltanto il 2,8% degli utenti internet italiani ha dichiarato di avere sottoscritto un abbonamento a un sito di notizie, a un quotidiano o a una rivista digitale. Un valore molto lontano dalla media europea, che si attesta al 7,2%, oltre il doppio rispetto al dato nazionale. Per fare un confronto ancora più netto, in cima alla classifica europea per abbonamenti all'informazione digitale si posizionano paesi come la Svezia, al 24,9%, e la Norvegia, addirittura al 39,8%.
Diversi fattori concorrono a spiegare questo divario così marcato. Il primo riguarda la percezione del valore immediato: un film, una partita di calcio o una serie televisiva offrono un intrattenimento concreto, fruibile in un momento preciso e ben identificabile. Le notizie, al contrario, vengono percepite come un flusso continuo, sempre disponibile e sempre aggiornato, per cui risulta molto più difficile per l'utente giustificare mentalmente un costo fisso mensile.
A questo si aggiunge una abitudine consolidata all'informazione gratuita. Per decenni gli italiani si sono informati senza costi diretti attraverso televisione, radio e, più recentemente, social media e siti web ad accesso libero. Convincere un pubblico abituato a ricevere gratuitamente un servizio a pagare per lo stesso tipo di contenuto è molto più complesso rispetto a proporre un prodotto percepito come nuovo, come le piattaforme di streaming.
Non va sottovalutata poi l'abbondanza di alternative gratuite per restare informati: aggregatori di notizie, social network e newsletter permettono di seguire l'attualità senza sborsare un euro, accettando magari contenuti meno approfonditi. Sul fronte sportivo, invece, l'esclusività dei contenuti gioca un ruolo decisivo: le grandi competizioni calcistiche e i principali eventi sportivi sono trasmessi sempre più spesso in esclusiva da piattaforme a pagamento, lasciando ai tifosi poche alternative se vogliono seguire la propria squadra del cuore.
Infine pesa la frammentazione dell'offerta editoriale italiana. Mentre una singola piattaforma di streaming offre un catalogo enorme con un unico abbonamento mensile, per informarsi in modo completo un lettore dovrebbe sottoscrivere più abbonamenti presso testate diverse, con un costo complessivo che finisce per scoraggiare qualunque sottoscrizione.
Dietro questi numeri si nasconde un rischio che va ben oltre le semplici statistiche di consumo digitale. Un settore editoriale che fatica a monetizzare direttamente dai propri lettori è un settore costretto a cercare altrove le risorse necessarie a sostenersi, spesso attraverso una dipendenza sempre più forte dalla pubblicità digitale e dai grandi aggregatori di contenuti. Questo tipo di modello economico tende a premiare i contenuti capaci di generare più clic nel minor tempo possibile, incentivando titoli sensazionalistici e articoli più brevi e superficiali, a discapito di inchieste approfondite che richiedono tempo, risorse e investimenti economici significativi.
Quando il giornalismo di qualità non riesce a trovare un modello di sostenibilità economica solido, il rischio concreto è che finiscano per prevalere fonti gratuite di minore affidabilità, spesso prive di redazioni strutturate e di un adeguato controllo editoriale. In un contesto già segnato dalla diffusione di disinformazione e da contenuti generati automaticamente, un pubblico poco abituato a pagare per informazioni verificate potrebbe finire per privilegiare la quantità di notizie disponibili rispetto alla loro effettiva qualità e attendibilità.
C'è poi un aspetto che riguarda direttamente l'occupazione nel settore. Redazioni con ricavi diretti sempre più ridotti sono spesso costrette a ridurre il numero di giornalisti professionisti, tagliare gli investimenti in inchieste di lungo periodo e affidarsi maggiormente a contenuti standardizzati o a semplici rilanci di comunicati e agenzie. Questo circolo può innescare un progressivo impoverimento della qualità media dell'offerta informativa, che a sua volta rende ancora più difficile convincere i lettori a pagare per un prodotto percepito come sempre meno differenziato rispetto ai contenuti gratuiti disponibili altrove.
I dati Eurostat evidenziano inoltre profonde differenze culturali all'interno dell'Unione europea. I paesi del Nord Europa, come Svezia, Norvegia, Danimarca e Paesi Bassi, mostrano percentuali molto più elevate sia per gli abbonamenti allo streaming video sia per quelli legati all'informazione digitale. Una tradizione radicata di pagamento per i contenuti editoriali, unita a un tessuto economico generalmente più solido, sembra favorire in queste aree un rapporto più maturo con l'informazione a pagamento.
All'estremo opposto della classifica si trovano invece paesi come Bulgaria e Croazia, dove anche gli abbonamenti musicali restano sotto il dieci per cento della popolazione connessa. L'Italia si colloca quindi in una posizione intermedia, decisamente più vicina ai livelli dell'Europa dell'est che a quelli scandinavi, sia per quanto riguarda lo streaming di intrattenimento sia, in misura ancora più marcata, per gli abbonamenti all'informazione.
Gli analisti del settore concordano su un punto: senza un cambio di rotta significativo, il divario tra spesa per l'intrattenimento e spesa per l'informazione rischia di ampliarsi ulteriormente nei prossimi anni. Alcune testate italiane hanno già iniziato a sperimentare modelli ibridi, che combinano contenuti gratuiti con articoli riservati agli abbonati, cercando di trovare un equilibrio sostenibile tra accessibilità e monetizzazione diretta.
Resta però evidente che il problema non riguarda soltanto le singole aziende editoriali, ma coinvolge un più ampio ripensamento culturale sul valore attribuito all'informazione verificata rispetto all'intrattenimento digitale. I numeri di Eurostat rappresentano quindi molto più di una semplice fotografia dei consumi: sono un campanello d'allarme su quanto gli italiani siano ancora poco abituati a considerare l'informazione di qualità come un servizio per cui vale la pena pagare, con conseguenze che potrebbero riflettersi negativamente sulla solidità dell'intero ecosistema mediatico nazionale nei prossimi anni.
Anche le istituzioni europee osservano con attenzione questa evoluzione. Un mercato dell'informazione fragile dal punto di vista economico è infatti più esposto a pressioni esterne di vario tipo, comprese quelle legate a interessi editoriali o politici particolari, proprio nel momento storico in cui la capacità dei cittadini di distinguere tra fonti affidabili e contenuti manipolati appare sempre più decisiva. In questo senso, il divario evidenziato dai dati Eurostat tra spesa per lo svago digitale e spesa per l'informazione non è soltanto una curiosità statistica, ma un indicatore da monitorare con attenzione negli anni a venire, tanto dagli editori quanto dai decisori pubblici chiamati a garantire un ecosistema informativo plurale e sostenibile.
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...