Fernanda Ceccarelli Brancaccio ha lasciato il Teatro Brancaccio e 20 milioni ai cittadini romani bisognosi. La Corte d’appello ha respinto la richiesta di 5 milioni dell’avvocato.
Ci sono storie che sembrano scritte per il cinema e che invece arrivano dalle aule di tribunale. Quella della principessa Fernanda Ceccarelli Brancaccio è una di queste: una donna vissuta oltre un secolo, legata a uno dei teatri più celebri della Capitale, che ha scelto di destinare l’intero patrimonio ai «cittadini romani bisognosi». Dodici anni dopo la sua scomparsa, la vicenda è tornata d’attualità per una sentenza che ha chiuso, almeno per ora, la pretesa del suo avvocato: 5 milioni di euro di compenso, respinti dalla Corte d’appello di Roma.
Fernanda Ceccarelli Brancaccio era la vedova del principe Marcantonio Brancaccio e il suo nome è rimasto indissolubilmente legato al Teatro Brancaccio, lo storico palcoscenico di via Merulana, nel cuore dell’Esquilino. Il teatro è un simbolo della vita culturale romana fin dal Novecento, e attorno alla famiglia Brancaccio si è costruita la sua identità.
La principessa è morta il 22 ottobre 2014, all’età di 107 anni. Una vita lunghissima, attraversata da epoche diverse, che si è conclusa lasciando dietro di sé un patrimonio imponente e una volontà molto chiara: non lasciare nulla a parenti o amici, ma restituire tutto alla città.
Le disposizioni testamentarie hanno destinato ai cittadini romani in difficoltà un insieme di beni di grande valore. Tra questi ci sono:
È una scelta rara per dimensioni e per significato. Non si tratta di una donazione simbolica, ma di un patrimonio culturale, immobiliare e finanziario affidato a una collettività intera.
Una decisione così radicale difficilmente poteva passare senza contestazioni. La prima è arrivata dall’unica parente ancora in vita, Maria Luisa Bottini, una pensionata legata alla principessa da un rapporto di quinto grado.
La donna ha messo in dubbio l’autenticità dei quattro documenti con cui la principessa aveva definito le sue ultime volontà. Il punto che alimentava i sospetti era l’età: gli atti risalivano a quando Fernanda Ceccarelli Brancaccio aveva 102 anni e, come riportato dalle cronache, possedeva la sola licenza elementare. Una circostanza che, secondo la parente, imponeva di verificare con attenzione la piena consapevolezza di chi li aveva firmati.
Il testamento è diventato così terreno di scontro giudiziario, in una vicenda che dimostra quanto le eredità di persone molto anziane siano spesso al centro di controversie, tra richieste di annullamento e accertamenti sulla capacità di decidere.
A complicare il quadro è arrivata la seconda battaglia, quella del legale che aveva assistito la principessa. Già nel 2014, subito dopo la morte della sua assistita, l’avvocato ha avviato un percorso giudiziario per ottenere 5 milioni di euro a titolo di compenso.
La sua ricostruzione è la seguente: nel 2007 la principessa gli avrebbe affidato un incarico articolato, definito nel tempo attraverso diversi accordi e atti. In quei documenti il compenso sarebbe stato fissato in poco più di 5 milioni di euro, calcolati in proporzione al valore del patrimonio ereditario. In pratica, una parcella legata alla dimensione dell’eredità e non al lavoro svolto di volta in volta.
Secondo il legale, quella somma doveva essere sottratta ai fondi destinati ai poveri per ripagare il lavoro svolto, sia come avvocato sia come amministratore di sostegno della principessa. Una pretesa che, se accolta, avrebbe ridotto in modo consistente il lascito per i bisognosi.
La prima risposta dei giudici è arrivata con la sentenza del 20 aprile 2021. Il Tribunale di Roma ha ridotto drasticamente la richiesta, riconoscendo all’avvocato soltanto 32.378 euro: una frazione minima dei 5 milioni pretesi.
Dai documenti esaminati è emerso che l’attività del legale era stata di natura piuttosto ordinaria. Tra le prestazioni documentate figuravano:
Insoddisfatto, il legale ha scelto di impugnare la decisione. Ha citato in giudizio la Fondazione e il sindaco pro tempore di Roma, tornando a rivendicare 5 milioni e 1.500 euro per le prestazioni professionali. Il periodo di riferimento, nella nuova richiesta, andava dal 2007 al 2014 e poi ancora dal 2014 al 2020.
Con la sentenza del 2 ottobre 2026, la Corte d’appello di Roma ha però respinto il ricorso. Oltre a confermare l’esito sfavorevole, i giudici hanno condannato l’avvocato a rimborsare 30.700 euro di spese alle controparti. Una doppia sconfitta, dopo quella del primo grado.
Le motivazioni della Corte poggiano su un principio di tutela molto netto, quello che riguarda le persone fragili. Vediamo i passaggi centrali:
Il secondo riguarda i compensi professionali calcolati in percentuale sul patrimonio. Quando un accordo lega la parcella al valore di ciò che si amministra, e il cliente è una persona protetta, la verifica dell’autorità giudiziaria diventa essenziale per evitare squilibri.
Il terzo tocca il valore sociale del lascito. Ogni euro riconosciuto al legale sarebbe stato sottratto ai destinatari indicati dalla principessa, cioè i romani in condizione di bisogno. La decisione dei giudici, di fatto, protegge anche questa volontà.
Per Roma si tratta di una storia di generosità e di legalità insieme: una donna che ha attraversato più di un secolo e ha scelto di lasciare tutto alla comunità, e una giustizia che, in due gradi di giudizio, ha ritenuto che quella scelta non dovesse essere erosa da una parcella da 5 milioni di euro.
Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell'ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche ...