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Sembra un normale stabilimento balneare ma è abusivo: sono migliaia con guadagni milionari che si dividono in tanti

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di Chiara Compagnucci pubblicato il

Paghi l'ombrellone, ordini al bar, passi la giornata al mare. Ma quello stabilimento potrebbe non avere alcun titolo legale per essere lì

Entri, paghi l'ombrellone, ti siedi sulla sdraio, ordini qualcosa al bar. Tutto normale. Tutto come ogni altra estate. Quello che non sai è che quello stabilimento balneare dove hai appena lasciato i tuoi soldi potrebbe non avere alcun titolo legale per essere lì. Potrebbe avere una concessione scaduta da anni. Potrebbe non avere mai avuto una concessione regolare. Potrebbe occupare demanio marittimo pubblico, cioè un bene che appartiene a tutti gli italiani, in modo del tutto illegittimo. E probabilmente nessuno lo fermerà neanche questa estate.

Il paradosso italiano: spiagge pubbliche in mani private senza titolo

L'Italia ha circa 8.300 chilometri di coste, di cui una quota significativa è classificata come demanio marittimo e quindi, per legge, di uso pubblico. Eppure secondo i dati elaborati da Legambiente nel Rapporto Spiagge, oltre il 42% delle coste sabbiose italiane è occupato da stabilimenti balneari, con punte che superano il 70% in Liguria, Emilia-Romagna e Campania, e in alcuni comuni che arrivano oltre il 90%.

Ma il dato più esplosivo non è questo. È quello che riguarda la legittimità di quelle occupazioni. Le concessioni balneari sono scadute il 31 dicembre 2023, poi prorogate al 2024, poi ancora al 2025 e infine, con la Legge 166/2024, fino al 30 settembre 2027. Proroghe su proroghe, senza gare, senza bandi, senza concorrenza. Il Consiglio di Stato ha già dichiarato queste proroghe illegittime in più occasioni. La Commissione europea ha aperto procedure di infrazione contro l'Italia. Eppure gli stabilimenti restano lì, aperti, operativi, redditizi.

"Dall'1 gennaio 2024 gli stabilimenti hanno le concessioni scadute e in teoria non potrebbero neanche somministrare bevande e alimenti", ha dichiarato Roberto Biagini, presidente di Mare Libero. Una frase che fotografa con precisione chirurgica l'assurdità della situazione.

I numeri del business: fatturati da capogiro, canoni da ridere

Per capire perché questo sistema non cambia mai, bisogna guardare ai numeri. E i numeri sono devastanti.

Il giro d'affari complessivo del settore balneare italiano è stimato intorno ai 15 miliardi di euro annui (fonte: studio Nomisma citato da Legambiente). Il valore aggiunto generato è stimato in oltre 2 miliardi di euro all'anno (Corte dei Conti 2024).

Quanto paga allo Stato chi gestisce questo business? Nel 2022 lo Stato ha incassato circa 103 milioni di euro da oltre 12.000 concessioni, con una media di appena 8.500 euro all'anno per ciascuna. Il canone minimo fissato per il 2024 è di 3.225,50 euro annui. Secondo un report di Legambiente, l'incidenza media del canone sul fatturato di uno stabilimento si attesta tra l'1,2% e l'1,3%.

Il caso di Rimini è emblematico: 410 concessioni cittadine versano al demanio appena 3,2 milioni di euro rispetto a centinaia di milioni di fatturato complessivo.

Per capire le proporzioni, il confronto è immediato:

  • Fatturato medio di uno stabilimento: tra 200.000 e 300.000 euro a stagione
  • Nelle località di lusso: oltre 1 milione di euro a stagione
  • Canone medio pagato allo Stato: 8.500 euro l'anno
  • Incidenza del canone sul fatturato: circa 1,3%
Qualsiasi altra attività commerciale che occupasse suolo pubblico con queste proporzioni sarebbe considerata un caso di studio nell'inefficienza dello Stato. Nel settore balneare è la norma da decenni.

Chi occupa cosa: la mappa dell'abusivismo

Il sistema delle concessioni balneari italiane conta in totale 103.620 concessioni demaniali marittime censite sul Sistema Informativo Demanio del Ministero delle infrastrutture, di cui 15.414 a uso turistico-ricreativo. Le imprese balneari registrate sono circa 6.592, il che significa che ogni stabilimento occupa in media 2,3 concessioni demaniali.

La distribuzione geografica delle concessioni vede in testa:

  • Liguria: 20.513 concessioni
  • Emilia-Romagna: 15.649
  • Sardegna: 11.884
  • Marche: 10.402
  • Toscana: 9.788
  • Puglia: 9.599
Ma dentro questi numeri si nasconde il vero fenomeno: le concessioni con titolo irregolare, scadute, mai formalmente rinnovate o addirittura mai rilasciate. Sono quelle che occupano tratti di costa dove chioschi, strutture fisse e recinzioni stanno sul demanio marittimo senza alcuna legittimazione reale, protette da un meccanismo preciso: la protezione silenziosa dei comuni, che non revocano, non sgomberano, non sanzionano.

Il ruolo dei comuni: il silenzio che conviene a tutti

Perché i comuni non intervengono? Le ragioni sono diverse e si sovrappongono.

La ragione politica è la più evidente. I balneari sono una categoria organizzata, presente sul territorio, con peso elettorale in molti comuni costieri. Revocare concessioni o avviare sgomberi significa scontrarsi con categorie che hanno la capacità di mobilitarsi, fare pressione e spostare consensi.

La ragione economica è altrettanto concreta. Gli stabilimenti balneari, anche quelli con titoli irregolari, generano indotto: personale assunto, fornitori locali, turisti attratti. Un comune che sgombera uno stabilimento storico deve rispondere alle conseguenze economiche locali, non solo a quelle legali.

La ragione burocratica completa il quadro. Le procedure di revoca delle concessioni sono complesse, soggette a ricorsi, e i comuni costieri spesso non hanno né le risorse né la volontà di avviarle. Molto più semplice aspettare, rinviare, attendere che il governo nazionale decida qualcosa. Il governo nazionale, dal canto suo, continua a prorogare.

Il risultato è un sistema autoreferenziale dove tutti sanno, tutti tacciono e tutti ci guadagnano qualcosa, tranne il cittadino che non trova spiaggia libera e lo Stato che incassa una frazione ridicola del valore che viene estratto dal bene pubblico.

Chi si divide i guadagni: i protagonisti del sistema

Il business balneare italiano non è un affare solitario. Attorno a ogni stabilimento, regolare o meno, ruota una rete di interessi che spiega perché il sistema non si smonta mai.

I concessionari storici sono il centro del sistema. Spesso famiglie che gestiscono la stessa spiaggia da generazioni, hanno trasformato una concessione pubblica in un asset privato trasmissibile di padre in figlio, vendibile sul mercato, affittabile a terzi. Il valore di avviamento di uno stabilimento in posizione privilegiata può superare il milione di euro, a volte diversi milioni. Un patrimonio costruito su un bene che non è loro.

La criminalità organizzata è uno degli attori meno visibili ma più presenti. La Direzione Investigativa Antimafia ha segnalato in più relazioni annuali come il settore balneare sia uno dei canali preferiti per il riciclaggio di denaro sporco. Le ragioni sono strutturali: alta incidenza di contante difficile da tracciare, bassa pressione fiscale reale, asset formalmente sottovalutati ma con valore di mercato altissimo — condizioni ideali per ripulire denaro attraverso compravendite di avviamenti e gestioni in nero. Le regioni a maggiore infiltrazione mafiosa, Campania, Sicilia, Calabria, ma anche Lazio e alcune zone pugliesi, sono anche quelle dove l'abusivismo balneare è più radicato e le revoche delle concessioni irregolari praticamente assenti. Casi giudiziari documentati riguardano stabilimenti riconducibili a clan camorristici sul litorale domizio e flegreo, ndrangheta sulla costa calabrese e cosa nostra in Sicilia, spesso con prestanome formalmente intestatari delle concessioni.

I comuni costieri ci guadagnano in modo indiretto ma reale: i canoni demaniali che incassano, per quanto bassi, rappresentano entrate certe. L'indotto economico degli stabilimenti alimenta il tessuto commerciale locale. E i gestori sono elettori organizzati, presenti, capaci di fare pressione. Sgombrarli costa politicamente più di quanto convenga.

Le banche e i fondi hanno scoperto negli ultimi anni il valore nascosto delle concessioni balneari come asset finanziario. Alcune grandi catene stanno acquisendo stabilimenti storici, rilevando posizioni di rendita che il mercato prezza già come se le proroghe fossero eterne.

I fornitori e l'indotto locale completano il quadro: ogni stabilimento genera una filiera di fornitori, manutentori, stagionali, distributori. Chi vive di questo indotto ha tutto l'interesse a che nulla cambi.

Attenzione, lo Stato, paradossalmente, è l'unico che ci perde: incassa una frazione irrisoria del valore generato sul suo demanio e rinuncia a miliardi di potenziali entrate ogni anno.

La Bolkestein che non arriva mai

La Direttiva europea Bolkestein del 2006 impone che le concessioni di servizi, incluse quelle balneari, vengano assegnate tramite gare pubbliche aperte e competitive. L'obiettivo è garantire libera concorrenza, evitare rendite di posizione e assicurare che il bene pubblico venga affidato a chi offre le condizioni migliori per la collettività.

L'Italia avrebbe dovuto recepire questa direttiva da quasi vent'anni. Quello che è successo invece è una sequenza di proroghe, deroghe, rinvii e leggi ad hoc che hanno tenuto in vita il sistema esistente:

  • 2009: prima proroga automatica delle concessioni
  • 2011: proroga fino al 2020
  • 2018: proroga fino al 2033 (poi dichiarata illegittima)
  • 2022: legge Draghi fissa scadenza al 31 dicembre 2023
  • 2023-2024: nuove proroghe comunali al 2024 e 2025
  • 2024: Legge 166/2024 proroga fino al 30 settembre 2027
Le gare sono ora previste entro il 30 giugno 2027, con conclusione entro il 30 settembre 2027. Ma chi ha seguito questa storia negli ultimi vent'anni sa che ogni scadenza ha prodotto una nuova proroga.

Cosa succederà quando le gare partiranno davvero

Se le gare del 2027 si faranno davvero, il cambiamento sarà radicale per molti gestori attuali. Chi ha gestito la stessa spiaggia per generazioni si troverà a competere con chiunque voglia presentare un'offerta. Il criterio non sarà più la continuità storica ma la qualità del progetto, la sostenibilità ambientale e l'offerta economica.

I nuovi bandi del Comune di Roma per Ostia, già avviati nel 2024, danno un'idea di come funzionerà: 70% del punteggio su qualità architettonica, sostenibilità, accessibilità e offerta culturale; 30% su offerta economica e royalty proporzionali al fatturato. La durata delle nuove concessioni sarà compresa tra 5 e 20 anni in funzione degli investimenti proposti.

Per chi ha comprato negli anni la propria posizione di rendita a prezzo di canoni ridicoli, il cambiamento sarà traumatico. Per i cittadini che non hanno mai trovato spiaggia libera, potrebbe essere l'inizio di qualcosa di diverso.

Il mare è di tutti, ma non per tutti

La spiaggia, nella Costituzione italiana e nella normativa europea, è un bene pubblico. Il suo uso deve essere accessibile a tutti i cittadini, non solo a chi può permettersi uno stabilimento. Eppure in alcune regioni la spiaggia libera è diventata una rarità: meno del 20% del litorale totale in molte aree, sotto il 10% in Liguria.

Chi non può permettersi ombrellone e lettino si trova relegato a porzioni marginali di costa, spesso prive di servizi, difficilmente accessibili, lontane dai centri. La privatizzazione di fatto del demanio pubblico ha prodotto una disuguaglianza nell'accesso al mare che nessuna legge formalmente prevede ma che nella pratica è diventata la norma.

Nel frattempo, su quella stessa spiaggia pubblica, qualcuno incassa tra 200.000 e 300.000 euro a stagione e versa allo Stato 3.225 euro di canone. Un euro ogni cento incassati, su un bene che non è suo. Ed è, nella migliore delle ipotesi, legalmente discutibile.




Chiara Compagnucci

Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...