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Zaino con 20mila euro in contanti lasciato in tribunale a Verona: il giallo che divide procura e avvocati

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di Chiara Compagnucci pubblicato il
Tra procura e avvocati

Uno zaino con 20mila euro, dimenticato in un’aula del Tribunale di Verona, apre un caso tra Procura e avvocati: al centro le indagini per ricettazione, il sequestro e i limiti delle garanzie difensive.

Un maresciallo della Guardia di finanza ha ispezionato l’8 ottobre 2026 uno zaino dimenticato in un’aula del Tribunale di Verona. All’interno c’erano 20mila euro in contanti, un computer, fascicoli processuali e chiavette USB. La Procura ha aperto un’indagine contro ignoti per ricettazione e disposto il sequestro dei beni. Il legale proprietario ha ricondotto il denaro al pagamento di parcelle; la Camera penale contesta le modalità dell’intervento e la tutela riservata al materiale difensivo. Proprio la privacy è il tema in gioco in questa vicenda.

Il ritrovamento nell’aula del Tribunale

Lo zaino era stato lasciato in un’aula utilizzata per le udienze collegiali. Dopo la segnalazione, è intervenuta la polizia giudiziaria e un maresciallo della Guardia di finanza ha aperto la borsa. Dentro, oltre ai contanti, c’erano strumenti e documenti di lavoro legati all’attività di un avvocato penalista. Un oggetto smarrito è così diventato materia di indagine.

Gli atti contenuti nella borsa hanno permesso di identificare il proprietario. Il legale si è presentato per riprenderla, ma nel frattempo era stato disposto il sequestro e lo zaino non gli è stato restituito. In seguito il professionista è stato sentito dagli investigatori. Ha spiegato che i 20mila euro provenivano da parcelle pagate in contanti da alcuni clienti.

La Procura vuole ricostruire la provenienza della somma e le circostanze in cui lo zaino è arrivato nell’aula. La Camera penale di Verona, che rappresenta gli avvocati penalisti, ha posto l’accento su un altro profilo: il trattamento della borsa e dei dati conservati nei dispositivi e nei fascicoli.

Perché la Procura indaga per ricettazione

La Procura della Repubblica di Verona, guidata in reggenza da Rita Caccamo, ha aperto un fascicolo contro ignoti per l’ipotesi di ricettazione. L’indagine riguarda persone ancora non identificate. La pista prospettata è che lo zaino possa essere stato sottratto e poi lasciato in tribunale da chi lo aveva ricevuto o detenuto.

L’articolo 648 del Codice penale punisce chi acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un delitto, con l’obiettivo di procurare a sé o ad altri un profitto, quando ricorrono i presupposti indicati dalla norma. Nel fascicolo rientrano quindi gli accertamenti sull’origine dei beni e sulle condotte di chi li avrebbe ricevuti o nascosti.

Il legale ha indicato una provenienza professionale per il denaro: pagamenti ricevuti per prestazioni difensive. Gli investigatori stanno raccogliendo gli elementi utili a ricostruire la vicenda. La somma in contanti è uno dei dati al centro delle verifiche.

La contestazione della Camera penale

Il 10 ottobre 2026 la Camera penale ha inviato una lettera, tra gli altri, alla reggente della Procura Rita Caccamo e al presidente del Tribunale Ernesto D’Amico, criticando la gestione dello zaino. Gli avvocati hanno contestato il mancato avviso al legale, l’ispezione eseguita in sua assenza e il successivo invio della borsa a un organo di polizia giudiziaria. Hanno lamentato anche la mancata notifica al proprietario di un provvedimento che giustificasse il trattenimento dei beni e del denaro.

Per i penalisti, la borsa richiedeva cautele diverse da quelle riservate a un comune oggetto smarrito. Conteneva fascicoli processuali, dispositivi e materiali legati al lavoro del difensore e ai rapporti con gli assistiti. La Camera penale richiama la riservatezza del rapporto fiduciario tra avvocato e cliente e l’articolo 24 della Costituzione, che riconosce il diritto di difesa come inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.

La contestazione investe anche il possibile accesso, durante l’ispezione o la conservazione dei dispositivi, a informazioni estranee agli accertamenti sul denaro. Il tema della riservatezza si affianca così alle verifiche sulla provenienza dei contanti. Le modalità con cui vengono acquisiti e trattati i materiali difensivi restano al centro delle obiezioni sollevate dalla Camera penale.

Il dissequestro e le chiavette USB

Il 15 ottobre 2026 il pubblico ministero di turno ha disposto il dissequestro dello zaino, poi restituito al legale. La Camera penale, in una comunicazione diffusa nei giorni successivi, ha riferito che le chiavette USB non sarebbero state riconsegnate. Secondo l’associazione, contengono atti riservati; i penalisti hanno inoltre contestato l’assenza di una comunicazione formale sulle ragioni del loro trattenimento.

La sorte dei supporti digitali è dunque uno dei punti ancora al centro del confronto. Riguarda la possibile permanenza nella disponibilità degli investigatori di atti e informazioni legati all’attività difensiva, mentre la Procura prosegue gli accertamenti sulla somma e sulle circostanze del ritrovamento.

La lettera della Camera penale è stata indirizzata anche al presidente del Tribunale. La vicenda coinvolge così la gestione investigativa dello zaino e i rapporti istituzionali tra gli uffici giudiziari e la difesa. Gli sviluppi comprendono l’apertura del fascicolo, il dissequestro disposto dalla Procura e le contestazioni formalizzate dai penalisti.

Cosa prevede l’articolo 103 del Codice

Le garanzie specifiche per i difensori sono regolate dall’articolo 103 del Codice di procedura penale. La norma indica in quali casi sono consentite ispezioni e perquisizioni negli uffici degli avvocati e vieta, salvo eccezioni, il sequestro presso i difensori di carte o documenti relativi all’oggetto della difesa. Per questi atti, quando si svolgono nello studio del legale, è previsto anche l’avviso al Consiglio dell’Ordine degli avvocati, così che il presidente o un consigliere delegato possa assistere. Durante le indagini preliminari, le ispezioni, le perquisizioni e i sequestri negli uffici dei difensori sono eseguiti dal pubblico ministero in forza di un decreto motivato di autorizzazione del giudice.

Il luogo in cui si compie l’atto e la natura dei materiali acquisiti sono elementi da considerare separatamente. Le garanzie sui documenti difensivi e le regole operative previste per gli uffici del legale hanno ambiti diversi. L’obbligo di avviso al Consiglio dell’Ordine e le disposizioni sull’autorità che esegue l’atto riguardano gli interventi nell’ufficio del difensore. A Verona lo zaino è stato trovato in un’aula di tribunale, non nello studio dell’avvocato. Occorre quindi individuare quali norme regolino ciascuna delle attività svolte.

L’articolo 103 tutela anche i documenti relativi all’oggetto della difesa, oltre alle procedure circoscritte agli uffici legali. Per individuare il materiale coperto dalla garanzia contano il collegamento effettivo con l’attività difensiva e la natura dei documenti. La stessa valutazione può riguardare i dati contenuti nei supporti digitali, che possono conservare atti relativi a procedimenti differenti.

Nel caso veronese, la verifica sulla provenienza del denaro si accompagna dunque alla necessità di distinguere i materiali utili all’indagine dagli atti legati alla difesa degli assistiti. La Camera penale ha chiesto attenzione proprio alla gestione di fascicoli e dispositivi, oltre che alla comunicazione dei provvedimenti adottati.

La questione concreta è come verificare la provenienza dei 20mila euro proteggendo fascicoli e comunicazioni riservate da controlli estranei all’indagine. La Procura raccoglie elementi sull’origine della somma e sulle circostanze del ritrovamento. La difesa chiede che l’acquisizione e l’esame dei materiali avvengano nel rispetto delle garanzie poste a tutela del rapporto con i clienti.

In gioco ci sono l’accertamento dell’ipotesi di reato, per ora iscritta contro ignoti, e la riservatezza di atti e informazioni affidati a un difensore. Il confine riguarda l’utilità investigativa dei beni e la protezione del diritto di difesa. La gestione dei supporti USB, dopo la restituzione dello zaino, resta uno dei nodi sollevati dalla Camera penale.




Chiara Compagnucci

Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...