Un'inchiesta di settore ha acceso i riflettori su una verità che nessuno aveva mai documentato con questa precisione: molti dei telai in carbonio venduti dai grandi marchi occidentali escono dalle stesse fabbriche cinesi che producono, con marchio proprio, biciclette vendute a una frazione del prezzo.
Un'inchiesta di settore ha acceso i riflettori su una verità che in pochi, tra addetti ai lavori e appassionati, ignoravano del tutto ma che nessuno aveva mai documentato con questa precisione: molti dei telai in carbonio venduti dai grandi marchi occidentali escono dalle stesse fabbriche cinesi che producono, con marchio proprio, biciclette vendute a una frazione del prezzo. Il risultato è un vero e proprio terremoto per l'industria del ciclismo, che si trova costretta a fare i conti con margini di ricarico difficili da giustificare agli occhi dei consumatori.
Ciò che, in partiocolare, è emerso è che le stesse fabbriche riforniscono sia brand premium che brand cinesi diretti e si tratta principalmente di quattro produttori, XDS Carbon Tech, Topkey, Quest Composite Technology e Ten Tech Composites, che realizzano telai sia per i colossi occidentali sia per i marchi cinesi che vendono online al consumatore finale.
Per anni il mondo del ciclismo ha vissuto una sorta di tabù non dichiarato: sapere, senza mai dirlo apertamente, che gran parte dei telai in carbonio dei marchi più blasonati veniva prodotta in Asia. Un'indagine ha, però, ricostruito, documenti alla mano, l'intera filiera produttiva dei telai in carbonio, dimostrando che diversi brand occidentali di primo piano e i marchi cinesi che vendono direttamente online escono letteralmente dagli stessi stabilimenti.
Non si tratta di un sospetto o di una voce di corridoio. Topkey, uno dei quattro produttori individuati dall'inchiesta, dichiara pubblicamente di realizzare telai per marchi come Specialized e Cannondale e rivendica una quota superiore al 25% della produzione globale di telai in carbonio. Accanto a Topkey operano altri tre colossi manifatturieri, XDS Carbon Tech, Quest Composite Technology e Ten Tech Composites, che riforniscono contemporaneamente sia i brand storici europei e americani sia i marchi cinesi nati per vendere direttamente al consumatore, senza intermediari e senza il costoso passaggio dai negozi tradizionali.
Il dato che più ha colpito l'opinione pubblica riguarda proprio i numeri. Una Trek Madone, uno dei modelli più ambiti nel segmento delle bici da corsa di fascia alta, costa intorno ai 12.000 dollari. Una Winspace T1600, che secondo l'inchiesta condivide lo stesso tipo di fornitore per il telaio, ha un frameset che oscilla tra 2.400 e 2.850 dollari, mentre la versione completa con gruppo Shimano Ultegra Di2 si attesta attorno ai 5.999 dollari.
La differenza, quindi, non è di poco conto: si parla di una bici completa che costa meno della metà di un solo telaio del marchio blasonato. È qui che nasce la domanda che sta scuotendo il settore: cosa giustifica davvero un simile scarto di prezzo, se il punto di partenza produttivo è lo stesso stabilimento?
Chi difende i grandi brand occidentali sottolinea che il prezzo non riguarda solo il telaio in sé, ma un pacchetto più ampio fatto di ricerca e sviluppo, controllo qualità, rete di assistenza, garanzia gestita a livello locale, presenza nei negozi fisici e, non ultimo, la partecipazione a competizioni di alto livello come il Tour de France o il Giro d'Italia, che hanno un valore di marketing enorme. Sono elementi che un marchio cinese di nicchia, venduto solo online, non sempre riesce a offrire con la stessa capillarità.
Tuttavia, sempre più consumatori ed esperti di settore fanno notare che il ricarico applicato appare sproporzionato rispetto al reale valore aggiunto. Non è la prima volta che il tema emerge: già in passato era stato osservato come i costi di produzione dei telai, spesso poche centinaia di euro, lievitassero fino a diverse migliaia di euro una volta arrivati sugli scaffali dei negozi europei, complice anche una normativa che consente di etichettare come made in Italia o made in Germania prodotti semplicemente verniciati o assemblati in Europa.
Un capitolo importante di questa vicenda riguarda i dazi antidumping. Le tariffe applicate dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti sulle importazioni cinesi servono proprio a ridurre il vantaggio competitivo dei produttori asiatici, ma dall'inchiesta emerge che il divario di prezzo resta comunque significativo, anche dopo l'applicazione di queste misure.
Il tema si è fatto ancora più caldo sul fronte delle e-bike. La Commissione Europea ha infatti deciso di prorogare per altri cinque anni le misure antidumping e compensative sulle importazioni di biciclette elettriche dalla Cina. Durante il periodo di revisione, l'Unione Europea ha importato circa 221.000 e-bike dalla Cina, con un prezzo medio di appena 298 euro per unità. Un dato che si confronta con i 790 euro medi delle e-bike importate dal Vietnam e con i 1.393 euro di quelle provenienti da Taiwan, evidenziando quanto il prezzo cinese sia fuori scala rispetto agli altri mercati asiatici.
Proprio questo scarto ha spinto LEVA-EU, l'associazione europea di settore, a sollevare dubbi sul rispetto dei requisiti tecnici e normativi da parte dei modelli cinesi venduti a prezzi così bassi, inclusi i test di conformità, la certificazione CE e la corretta gestione delle batterie a fine vita.
Se sul fronte delle bici da corsa la discussione riguarda principalmente il prezzo, su quello delle e-bike il tema si sposta sulla sicurezza. Nei Paesi Bassi, ad esempio, migliaia di biciclette elettriche con velocità superiore ai limiti consentiti sono state confiscate dalle autorità dopo un grave incidente mortale che ha acceso l'attenzione pubblica sul fenomeno.
Le associazioni di categoria segnalano inoltre un rischio ulteriore, ovvero l'elusione dei dazi attraverso l'errata classificazione doganale delle biciclette elettriche, un espediente che permetterebbe ad alcuni importatori di aggirare le tariffe previste per questa categoria di prodotto. Un fenomeno che, secondo gli esperti, rischia di alimentare un mercato parallelo poco trasparente e potenzialmente pericoloso per i consumatori finali.
Il fenomeno descritto non riguarda più soltanto le bici da corsa di fascia alta. Sempre più aziende cinesi stanno infatti affacciandosi direttamente sul mercato europeo con il proprio marchio, senza passare più dai brand occidentali per cui un tempo producevano in conto terzi. Un passaggio epocale che, secondo diversi osservatori del settore, ha radici già nel periodo della pandemia, quando le fragilità della filiera produttiva occidentale sono emerse con particolare evidenza.
Molti operatori del settore, tra cui diversi rivenditori italiani, ammettono ormai apertamente che componentistica e telai vengono prodotti in Cina e poi rivenduti a prezzi che, in alcuni casi, appaiono difficilmente giustificabili. Una consapevolezza che sta crescendo anche tra i consumatori finali, sempre più informati e sempre meno disposti ad accettare ricarichi percepiti come eccessivi.
Resta da capire come reagiranno i grandi marchi occidentali di fronte a questa trasparenza forzata sulla filiera produttiva. Alcuni segnali indicano che gli sconti generosi applicati ai rivenditori negli ultimi mesi potrebbero non essere più sostenibili nel lungo periodo, con il rischio di un riassestamento dei prezzi verso l'alto.
Ma la strada più probabile, secondo molti analisti del settore, resta quella di una maggiore trasparenza sulla filiera produttiva, unica via per riconquistare la fiducia di un pubblico ormai consapevole di quanto siano vicine, in fabbrica, le biciclette che sembravano appartenere a mondi completamente diversi.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...