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Aumenti stipendi per 1 miliardo ai magistrati, Meloni non firma, ma è inutile: ecco perchè ci saranno lo stesso

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Il no di Meloni non basta a fermare gli aumenti degli stipendi dei magistrati: sentenze e adeguamenti automatici possono far scattare nuovi importi. Tra costi per lo Stato, fondi e ricorsi, cosa può accadere.

Lo scontro sugli aumenti degli stipendi dei magistrati entra nel vivo proprio mentre il governo prepara la manovra. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, come confermano fonti di Palazzo Chigi, non intende firmare il Dpcm necessario per sbloccare gli adeguamenti retributivi della magistratura. Una scelta dal forte valore politico, ma che rischia di restare sul piano simbolico: gli aumenti, infatti, arriveranno comunque. 

Meloni non firma il Dpcm: cosa è successo

Secondo quanto riferito da fonti di Palazzo Chigi, la premier non ha intenzione di firmare il decreto del presidente del Consiglio dei ministri che dovrebbe dare attuazione agli aumenti per i magistrati. Questi adeguamenti derivano da alcune sentenze del Consiglio di Stato e ammonterebbero complessivamente a circa un miliardo di euro.

Il tema è delicato per ragioni di bilancio, ma anche di priorità. Il Documento programmatico di bilancio (Dpb) varato per il 2027 prevede, infatti, un fondo sentenze una tantum da 1,9 miliardi di euro, pari a circa lo 0,08% del Pil. La maggior parte di queste risorse dovrebbe essere destinata proprio agli adeguamenti per i magistrati.

Il punto che pesa di più, nella valutazione di Meloni, è il confronto con le altre emergenze del Paese. Per la presidente del Consiglio, la cifra legata ai magistrati è circa dieci volte superiore a quella che il governo sta cercando per dare risposte ai problemi del settore dell’autotrasporto.

Si tratta di un comparto strategico: le difficoltà degli autotrasportatori rischiano di bloccare la consegna delle merci in tutta Italia, con effetti a catena su industria, commercio e consumatori. Da qui la lettura di Palazzo Chigi: mentre per una categoria si fatica a trovare poche decine di milioni, per un’altra si dovrebbe stanziare una somma enorme in virtù di un meccanismo automatico stabilito da sentenze.

Perché la firma di Meloni è inutile

Anche se la premier Meloni non firma, i magistrati avranno comunque i loro aumenti. Il motivo sta nel nuovo metodo di calcolo per gli adeguamenti stipendiali, introdotto a seguito dei pronunciamenti della giustizia amministrativa.

In concreto, si stima che ogni magistrato possa ricevere fino a circa 100mila euro, arretrati compresi, a cui si aggiungerebbe un aumento di circa 20.000 euro l’anno per gli anni successivi. Cifre rilevanti, che spiegano l’ordine di grandezza della spesa complessiva e la necessità di prevedere un apposito fondo nel bilancio 2027.

In altre parole, la mancata firma del Dpcm non cancella il diritto maturato dai magistrati, che discende da decisioni giurisdizionali. Un eventuale rifiuto potrebbe al massimo ritardare i tempi o spostare lo scontro su un altro piano, quello dei ricorsi e dell’esecuzione delle sentenze, con il rischio di ulteriori costi per lo Stato.

Come funzionano gli aumenti per i magistrati

Per capire la vicenda occorre ricordare che gli stipendi dei magistrati seguono regole diverse rispetto ad altre categorie. Non si decidono tramite contrattazione sindacale. Ogni tre anni vengono adeguati per legge, prendendo come riferimento gli aumenti riconosciuti agli altri dipendenti pubblici.

Il calcolo viene effettuato dal Governo sulla base di parametri Istat e formalizzato con un Dpcm. È questo il passaggio che oggi Meloni non intende completare, almeno alle condizioni attuali.

Il metodo usato finora

Con il sistema applicato dai governi precedenti, gli aumenti erano stati fissati nelle seguenti misure:

  • 4,85% per il triennio 2018-2020
  • 6,69% per il triennio 2021-2023.
Percentuali che i magistrati hanno però considerato inadeguate.

Il ricorso dell’Anm e le sentenze

L’Associazione Nazionale Magistrati e altre associazioni di categoria hanno impugnato il sistema di calcolo, sostenendo che andasse rivisto. I giudici del Tar e del Consiglio di Stato, ovvero magistrati chiamati a decidere su una questione che riguarda direttamente i loro colleghi, hanno dato ragione ai ricorrenti.

Il risultato è un nuovo metodo di calcolo che cambia in modo sostanziale gli importi. Gli aumenti salgono infatti al 6,22% per il primo triennio e al 12,32% per il secondo, quasi il doppio rispetto al metodo precedente per l’ultimo triennio considerato.

Questo spiega l’impatto sui conti pubblici: un adeguamento che raddoppia quasi la percentuale su un intero triennio, applicato con effetto retroattivo, genera arretrati molto consistenti e un incremento strutturale della spesa per il personale di magistratura.

Il nodo politico: conti pubblici e priorità

La posizione di Palazzo Chigi si inserisce in un quadro di finanza pubblica già complicato. Con una manovra da costruire e margini limitati, ogni miliardo conta. Il fondo sentenze da 1,9 miliardi previsto dal Dpb 2027 serve proprio a coprire gli oneri derivanti da decisioni giudiziarie che impongono spese allo Stato, ma assorbire quasi tutta la dotazione per i magistrati lascia poco spazio ad altre esigenze.

Per il governo, la questione è anche di opportunità politica: firmare un decreto che porta un miliardo nelle tasche dei magistrati, mentre si cercano risorse molto più contenute per l’autotrasporto, rischia di apparire come una scelta poco comprensibile all’opinione pubblica. La mancata firma assume quindi il valore di un segnale, anche se sul piano giuridico non cambia l’esito finale.

Quanto può costare allo Stato

Le stime circolate indicano un costo complessivo di circa 979 milioni di euro per le casse pubbliche, spesso arrotondato a un miliardo. Il calcolo riguarda una platea di circa 11mila magistrati in servizio, tra magistrati ordinari, amministrativi e contabili. Si tratta della valutazione lorda dell’onere per lo Stato, comprensiva dei contributi e degli altri costi legati alle retribuzioni.

Tra le cifre medie diffuse figurano fino a circa 70mila euro di arretrati per magistrato e un incremento retributivo di circa 20mila euro per il 2027, destinato a ripetersi negli anni successivi. Altri resoconti hanno parlato di importi fino a circa 100mila euro a testa, considerando insieme arretrati e adeguamenti. Sono stime ottenute dividendo in modo indicativo la spesa complessiva per il numero dei magistrati coinvolti. Il conteggio effettivo dipende dall’anzianità, dalla posizione stipendiale e dal periodo in cui è maturata la retribuzione.

L’Anm ha contestato la presentazione dei 100mila euro come importo individuale generalizzato, definendo prive di fondamento le stime riportate e sostenendo che le somme effettive sarebbero sensibilmente inferiori. Anche l’Associazione magistrati della Corte dei conti ha chiesto di distinguere il costo aggregato per lo Stato dai pagamenti individuali, sottolineando che le cifre diffuse sono ricostruzioni non basate su parametri certi. Il miliardo rappresenta una stima lorda complessiva; la somma netta spettante a ciascun magistrato dipende dal calcolo della sua posizione.

Cosa può succedere ora

I possibili scenari che ora si possono aprire sono diversi:

  • Esecuzione delle sentenze: i magistrati potrebbero ottenere l’attuazione delle decisioni del Consiglio di Stato anche in assenza del Dpcm, attraverso lo strumento del giudizio di ottemperanza.
  • Utilizzo del fondo sentenze: le risorse da 1,9 miliardi nel bilancio 2027 verrebbero impiegate per pagare arretrati e adeguamenti.
  • Tensione istituzionale: il braccio di ferro tra governo e magistratura potrebbe inasprirsi, in un contesto già segnato da frequenti polemiche sui rapporti tra politica e giustizia.
  • Revisione del meccanismo: non è escluso che l’esecutivo valuti in futuro un intervento normativo per modificare le regole di adeguamento, anche se ciò richiederebbe tempo e potrebbe generare nuovi contenziosi.
Sul fronte opposto resta aperta la questione dell’autotrasporto, che Meloni considera una priorità. Il settore lamenta costi crescenti, margini ridotti e criticità operative che, se non affrontate, potrebbero tradursi in fermi e rallentamenti con ripercussioni sulla logistica nazionale. Le risorse necessarie per rispondere a queste richieste sono, secondo la premier, nell’ordine di un decimo rispetto al costo degli aumenti ai magistrati.

È proprio questo squilibrio a rendere la vicenda emblematica: da un lato una spesa obbligata e quantificata in un miliardo, dall’altro una categoria produttiva che attende risposte per evitare il blocco delle merci.

 




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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