Il racconto di Ettore che dopo una vita di lavoro ha deciso di lasciare tutto, inclusi i suoi risparmi e di vivere per strada. E per la prima, a 58 anni, dice di sentirsi felice
Mi chiamo Ettore, ho 58 anni, e fino a tre anni fa possedevo un milione di euro. Oggi dormo sotto i portici di una città che non nominerò, con un sacco a pelo, uno zaino e un termos che qualcuno mi ha regalato l'inverno scorso. Il milione me lo ero costruito da solo, partendo da zero, vendendo un'azienda di componentistica elettronica che avevo fondato a trentadue anni insieme a un socio e due dipendenti in un capannone affittato alla periferia della mia città. Sono stati vent'anni di lavoro senza sosta: weekend saltati, ferie cancellate all'ultimo momento per un cliente insoddisfatto, telefonate alle undici di sera con i fornitori cinesi per via del fuso orario. Un matrimonio è finito nel mezzo di tutto questo, perché, mi diceva mia moglie prima di andarsene, ero sposato con l'ufficio, non con lei. Aveva ragione, e ci ho messo anni a capirlo davvero.
Quando ho firmato la cessione dell'azienda a un gruppo più grande, avevo sul conto una cifra che da ragazzo, cresciuto in un appartamento di sessanta metri quadri con i miei genitori e due fratelli, non avrei nemmeno saputo immaginare. Per un anno ho fatto esattamente quello che ci si aspetta da chi si ritrova all'improvviso ricco: ho comprato una casa più grande di quanto mi servisse, ho iniziato a viaggiare in modo compulsivo, ho preso un orologio che costava più della mia prima auto usata. Ogni acquisto mi regalava una scarica di soddisfazione che però durava un giorno, forse due, e poi tornava puntuale il vuoto, come una marea che si ritira lasciando solo detriti.
Una sera d'inverno, tornando a casa in taxi dopo una cena di lavoro inutile, ho visto un uomo seduto su un pezzo di cartone fuori da un supermercato chiuso, avvolto in due coperte diverse. Non gli ho dato niente, quella sera: sono passato oltre, come tutti. Ma per settimane non sono riuscito a togliermelo dalla testa. Non per pietà, se devo essere onesto con me stesso, ma per invidia. Quell'uomo non aveva niente da perdere. Io, invece, avevo tutto da perdere, e in realtà lo stavo già perdendo, un pezzo alla volta: il sonno, gli amici veri, sostituiti da conoscenze utili, la capacità di stare fermo in una stanza senza sentire il bisogno di controllare il telefono ogni novanta secondi.
Ho cominciato a leggere, in quel periodo, storie di persone che avevano scelto di liberarsi del denaro non per povertà subita ma per scelta consapevole. All'inizio pensavo fossero eccentrici, magari persone che si potevano permettere quel lusso perché avevano comunque una rete di sicurezza alle spalle. Poi, leggendo con più attenzione, ho capito che il punto centrale non era il denaro in sé, ma quello che il denaro aveva fatto a me nel corso degli anni: mi aveva trasformato in un custode ansioso di qualcosa che, alla fine dei conti, non mi rendeva affatto felice.
Non ho preso questa decisione di getto, e voglio essere chiaro su questo punto perché è importante. Ho impiegato otto mesi solo per decidere, confrontandomi con un paio di persone di cui mi fidavo, scrivendo e riscrivendo le mie ragioni su un quaderno che ancora conservo. Poi altri quattro mesi per organizzare praticamente tutto, perché chi mi conosce bene sa che io non faccio mai niente d'impulso, nemmeno quando si tratta di rovesciare completamente la mia vita. Alla fine ho diviso il milione tra tre realtà che avevo scelto con cura, dopo aver visitato di persona ciascuna di esse. La prima è una mensa per persone senza fissa dimora nella mia città, dove ho anche passato alcuni pomeriggi a dare una mano prima ancora di decidere se donare o meno. La seconda è un fondo per borse di studio destinato a ragazzi meritevoli in un istituto tecnico del mio paese natale, lo stesso tipo di scuola che avevo frequentato io. La terza è un'associazione per il reinserimento lavorativo di ex detenuti, un progetto che mi aveva colpito per la sua concretezza.
Ho tenuto per me solo lo stretto necessario per chiudere le questioni pratiche: l'affitto disdetto con il dovuto preavviso, i mobili in parte regalati e in parte venduti, i documenti tutti in ordine, comprese le pratiche con l'avvocato per essere sicuro che le donazioni fossero legalmente inattaccabili. Il giorno in cui ho dormito per la prima volta all'aperto non è stato eroico né drammatico come qualcuno potrebbe immaginarselo leggendo questa storia. Avevo paura, certo, una paura fisica, quasi animale. Faceva freddo, un freddo che non conoscevo, perché fino ad allora il freddo per me era sempre stato qualcosa da cui rifugiarsi dietro una porta chiusa. Ma insieme alla paura c'era anche una leggerezza fisica del tutto inaspettata, come se avessi tolto uno zaino carico di pietre che portavo sulla schiena da vent'anni senza nemmeno accorgermene più.
Non voglio raccontare questa storia come una favola a lieto fine, perché non lo è, e sarebbe disonesto farlo credere. La strada è dura, davvero dura, molto più di quanto chiunque non l'abbia vissuta possa immaginare leggendo un racconto come questo comodamente seduto in poltrona. Ci sono notti in cui il freddo non ti lascia chiudere occhio nemmeno per un'ora, e ti ritrovi a camminare avanti e indietro sotto un portico solo per non congelare. Ci sono persone che ti guardano come se fossi trasparente, che attraversano la strada per evitarti, che ti trattano come un problema urbanistico più che come un essere umano. Ho conosciuto la fame vera, quella che ti fa tremare le mani, non quella che si salta un pasto per una dieta o per pigrizia. E ho conosciuto la solitudine profonda di chi non ha un indirizzo da dare a nessuno, nemmeno per ricevere una lettera.
Eppure, ed è questa la parte che quasi nessuno mi crede quando la racconto agli assistenti sociali o ai pochi giornalisti che negli anni sono venuti a cercarmi, sono più contento oggi, con niente, di quanto lo fossi con un milione di euro e una vita organizzata come un ingranaggio perfetto che scandiva ogni mia giornata. Non perché la povertà sia di per sé qualcosa di bello o romantico, e chiunque la viva davvero sa quanto sia lontana da ogni romanticismo. È perché ho smesso, in un modo che ancora oggi fatico a spiegare del tutto anche a me stesso, di avere paura di perdere qualcosa. Quando non possiedi niente, semplicemente non puoi più perdere niente, e in quel vuoto apparentemente spaventoso ho trovato, stranamente, più pace di quanta ne avessi mai provata in vent'anni di successo professionale.
La gente che mi ferma per strada, quando scopre la mia storia, mi fa sempre la stessa domanda: se rifarei tutto da capo. La risposta è sì, ma con una precisazione che tengo molto a fare ogni volta, perché non voglio che il mio gesto venga letto come un modello da seguire alla lettera. Non consiglio a nessuno di fare esattamente quello che ho fatto io, nello stesso modo, di getto e senza una rete di supporto psicologico adeguata. Il denaro, in fondo, non è il nemico, e chi ha bisogno di denaro per vivere dignitosamente ha tutte le ragioni per cercarlo e tenerselo stretto. Il problema, per me e solo per me, era quello che avevo permesso al denaro di diventare nel corso degli anni: una misura del mio valore personale, un'armatura contro le mie stesse paure, una prigione dorata costruita mattone dopo mattone con le mie stesse mani. Oggi non ho più niente da proteggere, nessuna cassaforte da controllare, nessun conto da far fruttare. E per la prima volta da vent'anni a questa parte, questo, semplicemente, mi basta.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...