Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Bambini influencer: quando la legge tutela i minori dalla monetizzazione forzata dei genitori

WhatsApp X Telegram
di Chiara Compagnucci pubblicato il

L'ascesa dei bambini influencer solleva interrogativi su privacy, diritti economici e tutela da abusi online. Tra nuovi rischi, contesto normativo e responsabilità, emerge la necessità di proteggere l'infanzia digitale

L'ascesa dei "bambini protagonisti dei social network"evidenzia l'aumeno di casi in cui giovanissimi sono messi sotto i riflettori digitali, spesso all’interno di contesti domestici e familiari. Il fenomeno pone interrogativi etici e sociali: da una parte, si celebra la creatività e la presenza digitale precoce, dall’altra emergono rischi di sfruttamento e di esposizione non consapevole. Numerose inchieste e studi accademici hanno dimostrato che la presenza online dei minori può facilmente tradursi in una forma di monetizzazione dell’immagine e dell’identità. Questa nuova realtà chiama in causa genitori, piattaforme e legislatori, che devono fronteggiare un vuoto normativo e culturale senza precedenti. La crescita di una vera e propria economia legata ai contenuti prodotti con o da minori mostra quanto sia urgente definire regole chiare per impedire fenomeni di sfruttamento, tutelare i diritti dei più piccoli e garantire il loro benessere psicofisico.

La monetizzazione dell’infanzia online: come nascono i baby influencer

Il percorso verso la notorietà digitale dei minori segue spesso due strade: la crescita spontanea di profili personali, oppure la loro inclusione mirata in progetti editoriali pensati dai genitori o da agenzie specializzate. Nei casi più significativi, i giovanissimi sono trasformati in veri e propri brand familiari, alimentando la cosiddetta “economia dell’infanzia online”. Numerose ricerche hanno inserito il kidfluencing in un mercato multimiliardario, senza una regolamentazione strutturata a livello nazionale o internazionale.

La produzione di contenuti avviene quasi sempre in ambito domestico, con i genitori a gestire processi creativi, rapporti commerciali e contratti. Dai video di giocattoli alle stories sponsorizzate, passando per challenge e promozioni di prodotti, i bambini possono raggiungere milioni di utenti, attirando l’attenzione di marchi globali e locali. In Italia, secondo stime recenti, circa 336.000 minorenni tra 7 e 15 anni avrebbero svolto attività lavorative online, molte delle quali non riconosciute formalmente. Alcuni settori, come la cosmesi, generano ricavi particolarmente elevati attraverso la promozione affidata ai più piccoli.

L’apparente spontaneità di questi contenuti maschera spesso una logica commerciale ben codificata: la quotidianità familiare viene costruita e presentata anche per massimizzare l’engagement e il profitto, trasformando l’intimità in prodotto digitale. Piattaforme come Instagram e TikTok favoriscono questo modello attraverso sistemi di monetizzazione accessibili, senza sempre garantire i livelli di tutela previsti per altri settori occupazionali. Il risultato è un mondo in cui l’infanzia rischia di perdere valore esperienziale e protezione, divenendo parte di un meccanismo di business con scarsa trasparenza e controlli ridotti.

Sharenting e family influencer: rischi, numeri e implicazioni psicologiche

Il fenomeno del “sharenting”, ovvero la condivisione di foto, video e dettagli della vita dei figli da parte dei genitori, rappresenta una delle espressioni più diffuse dell’evoluzione digitale dell’infanzia. Numerosi studi raccontano come la maggioranza dei contenuti che riguardano i minori sia pubblicata da adulti, spesso in chiave di documentazione affettiva ma anche promozionale. Negli ultimi anni, l’attenzione si è spostata dagli influencer minorenni alle famiglie che usano i social come palcoscenico economico, sollevando interrogativi specifici su privacy, autostima, autorappresentazione e consenso.

Secondo una ricerca condotta da Terre des Hommes, su oltre 1.300 contenuti analizzati e 20 profili di family influencer, i bambini sono protagonisti in almeno metà dei casi e parte attiva in un contenuto su tre a scopo pubblicitario. A preoccupare è la prevalenza di minori tra 0 e 5 anni (quasi l’80%) nella produzione di contenuti, proprio in una fascia d’età in cui il consenso è inattuabile e la percezione delle conseguenze è del tutto assente. Rilevante è la percentuale di situazioni problematiche rispetto alla privacy: spesso si riprendono momenti intimi o si coinvolgono i bambini in trend e challenge in modo inconsapevole.

Le implicazioni psicologiche sono profonde: il sentirsi in dovere di partecipare alle attività genitoriali digitali può minare il rapporto di fiducia, causare stress, ansia da prestazione e adultizzazione precoce. Crescere nell’ottica della visibilità e del gradimento online, espone a rischi di conformismo e perdita di autenticità. Senza adeguate tutele, la normalizzazione di queste dinamiche rischia di trasformare l’infanzia in spettacolo monetizzabile e la relazione genitore-figlio in collaborazione economica, con possibili conseguenze durature sullo sviluppo emotivo e sociale.

Il quadro normativo italiano e le novità della proposta di legge

In Italia la disciplina sui minori online si è basata sul Decreto legislativo 101/2018, che fissa a 14 anni il consenso digitale ai sensi del GDPR, e sulla legge 977/1967, pensata per il lavoro minorile “tradizionale”. Questi strumenti, tuttavia, non coprivano la dimensione domestica e digitale della content creation da parte dei più giovani. Il disegno di legge n. 1136, ancora in discussione, intende finalmente introdurre una disciplina organica, rispondendo a un vuoto normativo e alle crescenti preoccupazioni sociali.

Secondo la proposta, l’accesso ai social network e alle piattaforme di condivisione video sarà vietato ai minori di 15 anni, prevedendo sistemi di verifica dell’età basati anche sull’identità digitale europea. I contratti stipulati con soggetti di età inferiore saranno nulli, salvo esplicito consenso parentale. Per la parte economica, la legge interviene imponendo l’autorizzazione dell’Ispettorato territoriale del lavoro per attività produttive di ricavi superiori a una soglia annuale, l’obbligo di versamento dei proventi in conti vincolati intestati ai minori e una trasparenza rafforzata nei rapporti con brand e piattaforme digitali.

Agcom e Garante Privacy assumono compiti di vigilanza e regolazione, mentre sanzioni amministrative e penali sono previste per le violazioni più gravi. Il nuovo testo mira a evitare che l’intimità e l’immagine dei minori restino privi di protezione, introducendo meccanismi di protezione giuridica e contrattuale più solidi e adeguati alla realtà familiare odierna.

Esperienze e modelli internazionali: il caso Francia e l’approccio europeo

A livello europeo, le norme sul consenso digitale variano tra i 13 e i 16 anni a seconda dello Stato membro. Spicca il caso della Francia, dove la legge n°2020-1266 disciplina, dal 2020, il lavoro dei minori online equiparandoli agli attori bambini: per i minori sotto i 16 anni, ogni attività remunerata online richiede autorizzazione amministrativa, sono previsti limiti orari, il diritto alla disconnessione e l’obbligo di deposito dei compensi su conti protetti fino alla maggiore età.

Un elemento innovativo della normativa francese è rappresentato dal “diritto all’oblio commerciale”, che garantisce ai ragazzi, una volta maggiorenni, il diritto di chiedere la rimozione dei contenuti che li riguardano. La legge francese si distingue per il suo carattere organico, anticipatorio e per la prevenzione dell’abuso commerciale dell’immagine dei minori. In Italia, al contrario, la normativa si focalizza maggiormente su controllo e accesso anagrafico, lasciando ancora margini di indefinitezza nella gestione economica e contrattuale delle attività digitali dei più giovani.

Il Regolamento Europeo Digital Services Act obbliga tutte le piattaforme a introdurre strumenti adeguati a tutela dei minori. L’evoluzione normativa europea rappresenta un modello di riferimento per promuovere l’effettiva protezione dei diritti minorili nel contesto digitale, suggerendo all’Italia la necessità di un aggiornamento sistemico e coerente con le migliori prassi internazionali.

Diritti economici, privacy e consenso dei minori: sfide irrisolte

Nonostante la recente attenzione normativa, permangono zone grigie nella tutela patrimoniale ed espressiva dei bambini protagonisti dei media digitali. Una delle principali criticità riguarda la gestione dei proventi generati dall’attività online dei minori, nonché la difficoltà a distinguere tra lavoro, gioco e collaborazione familiare. L’obbligo di versare compensi in conti bloccati, l’eventuale autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro e il diritto all’oblio commerciale sono passi avanti, ma non risolvono il problema della definizione giuridica dello status di “creator minorenne”.

Va segnalato che, nella maggior parte dei casi, le attività sono esercitate fuori da qualsiasi rapporto di lavoro formalizzato: manca una contrattualistica specifica per il lavoro digitale domestico e, senza riconoscimento legale, i minori non accedono a tutele sanitarie, previdenziali o a limiti di orario. Anche la questione del consenso digitale resta articolata: spesso i bambini più piccoli non hanno la capacità di comprendere le implicazioni della loro esposizione pubblica e della cessione dei diritti sull’immagine.

L’emergere di nuove forme di adescamento, cyberbullismo e sfruttamento (potenziate dall’intelligenza artificiale e dalla pervasività delle piattaforme) sottolinea l’urgenza di attribuire ai minori diritti patrimoniali, di privacy e di autodeterminazione realmente esigibili e tutelati, senza lasciare spazi di incertezza interpretativa e di disparità sociale o familiare.

Verso una legge organica: prospettive, limiti e raccomandazioni per la tutela dei minori

Il percorso legislativo italiano, nato dal confronto tra esperienze internazionali e realtà sociali domestiche, mostra progressi ma anche limiti. Il tentativo di regolamentare l’attività degli influencer minorenni procede verso una definizione più chiara di diritti, obblighi patrimoniali e strumenti di protezione. Tuttavia permangono rischi di “invisibilità normativa”: esclusioni informali dai social, aggiramenti della legge attraverso profili familiari o mancato riconoscimento dei rapporti economici.

Le raccomandazioni più autorevoli suggeriscono di:

  • riconoscere lo status giuridico del minore-creator,
  • vincolare i proventi in conti protetti,
  • rafforzare la cooperazione tra piattaforme e autorità,
  • introdurre il diritto all’oblio commerciale attivo,
  • diffondere l’alfabetizzazione digitale come forma di prevenzione.
Occorre superare una visione limitata al semplice controllo anagrafico, adottando invece un modello integrato di tutele patrimoniali, privacy, trasparenza e responsabilità educativa, in modo da rispondere alle sfide di un’economia dell’infanzia sempre più sofisticata.


Chiara Compagnucci

Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...