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Boschi che bruciano e legname sempre più importato: le verità e paradossi nascosti

di Dott. Marco Castagna pubblicato il

L'Italia è tra i paesi europei con la maggiore superficie boschiva in espansione. Eppure brucia ogni estate, importa milioni di metri cubi di legno dall'estero e lascia che i suoi boschi invecchino senza cure

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L'Italia è un paese sorprendentemente boscoso. Secondo i dati dell'Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio (INFC), le foreste italiane coprono oggi circa 11 milioni di ettari, pari a quasi il 37% del territorio nazionale. Rispetto al dopoguerra, la superficie boschiva è praticamente raddoppiata, grazie all'abbandono delle campagne e al rimboschimento spontaneo di molte aree montane e collinari. Sembra una buona notizia. In realtà, nasconde una crisi silenziosa.

La grande maggioranza di questi boschi è abbandonata a sé stessa, priva di qualsiasi forma di gestione attiva. Si tratta spesso di foreste giovani, dense, con alberi di piccolo diametro e molta biomassa secca accumulata al suolo. Boschi che non vengono né diradati, né ripuliti, né valorizzati economicamente. 

Perché i boschi italiani bruciano: le cause strutturali

Ogni estate, le cronache italiane si riempiono di immagini di incendi devastanti. Dalla Sicilia alla Sardegna, dal Lazio alla Calabria, le fiamme consumano migliaia di ettari di vegetazione. Ma ridurre il fenomeno al dolo o alla siccità sarebbe troppo semplicistico. Le cause più profonde sono strutturali e legate all'abbandono.

Ecco i principali fattori di rischio:

  • Accumulo di biomassa secca: nei boschi non gestiti, rami secchi, sterpaglie e lettiera si accumulano per anni formando un "combustibile" pronto ad accendersi al primo innesco.
  • Mancanza di discontinuità: una foresta ben gestita prevede radure, fasce tagliafuoco e aree diradate. Quella abbandonata è una massa compatta e continua, in cui il fuoco si propaga senza ostacoli.
  • Espansione incontrollata dell'interfaccia urbano-forestale: molte abitazioni rurali, agriturismi e borgate sono oggi circondate da vegetazione densa, aumentando il rischio per persone e infrastrutture.
  • Spopolamento delle aree interne: i contadini e i pastori che un tempo mantenevano puliti i margini dei boschi non ci sono più. Con loro è scomparsa una manutenzione diffusa e capillare del territorio.
  • Cambiamento climatico: estati sempre più calde e siccità amplificano gli effetti dell'abbandono, trasformando situazioni di rischio moderato in catastrofi.
Il risultato è un circolo vizioso: i boschi abbandonati bruciano, il fuoco impoverisce il suolo e favorisce nuove infestazioni, le aree diventano ancora più difficili da gestire.

Il paradosso del legname importato

Mentre milioni di ettari di bosco italiano restano inutilizzati, il nostro paese importa ogni anno tra i 25 e i 30 milioni di metri cubi di legname, collocandosi tra i maggiori importatori europei. I fornitori principali sono Austria, Germania, Romania, ma anche paesi extraeuropei come Ucraina e Russia (prima delle sanzioni del 2022). Una dipendenza che ha un costo economico, ambientale e strategico enorme.

Le ragioni di questo paradosso sono molteplici:

  • Scarsa organizzazione della filiera: la gestione forestale italiana è frammentata tra migliaia di proprietà private di piccole dimensioni, spesso abbandonate dagli eredi di famiglie emigrate in città.
  • Burocrazia eccessiva: ottenere un'autorizzazione per il taglio di alberi in Italia può richiedere mesi, con iter complessi che scoraggiano anche chi vorrebbe gestire il proprio bosco in modo sostenibile.
  • Mancanza di cultura forestale: a differenza di Austria, Finlandia o Svezia, dove la selvicoltura è parte dell'identità nazionale, in Italia il bosco è stato a lungo percepito come uno spazio "da lasciare intatto", confondendo la tutela ambientale con l'abbandono.
  • Assenza di una politica forestale nazionale organica: l'Italia si è dotata di una Strategia Forestale Nazionale solo nel 2022, con decenni di ritardo rispetto agli altri paesi europei.

Le conseguenze ambientali e idrogeologiche dell'abbandono

L'abbandono forestale non è solo un problema economico. Ha conseguenze ambientali dirette e drammatiche, spesso sottovalutate nel dibattito pubblico. Un bosco non gestito non è necessariamente un bosco sano. Al contrario:
  • Aumenta il rischio idrogeologico: paradossalmente, foreste dense e mal strutturate possono accelerare il ruscellamento superficiale e l'erosione, specialmente dopo gli incendi. Un bosco ben gestito, con suolo ricco di humus e lettiera, assorbe l'acqua molto meglio di uno bruciato o intasato di vegetazione morta.
  • Riduce la biodiversità: i boschi che crescono senza disturbo tendono a essere dominati da poche specie competitive (come la robinia o il pino), a scapito delle specie autoctone e della fauna selvatica che dipende da ecosistemi diversificati.
  • Diminuisce l'efficienza come serbatoio di carbonio: un bosco abbandonato alla maturità e poi bruciato rilascia nell'atmosfera tutta la CO₂ sequestrata in decenni. La gestione attiva, al contrario, mantiene le foreste in una fase di crescita attiva, quella in cui sequestrano più carbonio.
  • Favorisce la diffusione di parassiti e malattie: la densità eccessiva stressa gli alberi e crea condizioni ideali per la proliferazione di bostrico tipografo e altri parassiti, come dimostrato dalla crisi delle foreste di abete rosso in tutto l'arco alpino.

Cosa si potrebbe fare: gestione forestale sostenibile

La risposta al paradosso forestale italiano non sta nelle soluzioni estreme, né nell'abbandono totale né nello sfruttamento industriale ma in un approccio intermedio che l'Europa del Nord conosce bene: una filiera forestale sostenibile, locale e certificata, capace di trasformare il bosco da problema a risorsa. Sul piano pratico, le priorità sono chiare. Occorre innanzitutto snellire la burocrazia che oggi scoraggia anche il semplice diradamento, distinguendo finalmente tra interventi industriali su larga scala e piccola gestione locale. Parallelamente, aggregare i proprietari privati in cooperative e associazioni fondiarie è l'unico modo per rendere economicamente sostenibile la cura di un patrimonio frammentato in migliaia di particelle catastali.

Sul fronte economico, puntare sulla filiera corta del legno, dall'edilizia all'arredo, fino alla biomassa energetica, significherebbe ridurre le importazioni e creare occupazione stabile nelle aree interne, oggi tra le più colpite dallo spopolamento. A questo si accompagna la necessità di formare nuove figure professionali: selvicoltori, tecnici forestali, operai specializzati. Professioni che in Italia quasi non esistono più, ma che in Austria o Finlandia rappresentano un settore produttivo solido.

Infine, due leve spesso trascurate: riconoscere economicamente i servizi ecosistemici che i boschi forniscono quali sequestro di carbonio, regolazione idrica, turismo, per incentivare i proprietari a gestirli attivamente e investire davvero nella prevenzione degli incendi, non solo acquistando canadair, ma ripulendo i boschi, creando fasce tagliafuoco e presidiando il territorio tutto l'anno, non solo in agosto.




Dott. Marco Castagna

Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...