Una storia che non interessa solo la singola località, ma che rappresenta un trend e un segnale sempre più in crescita in Italia negli ultimi anni.
A Varallo Sesia, cittadina di poco più di settemila abitanti in provincia di Vercelli, una donna insegna ebraico a trenta italiani. Non è una coincidenza né un caso isolato: è uno dei segnali più visibili di una trasformazione silenziosa che negli ultimi anni sta cambiando il volto di una delle valli alpine piemontesi più colpite dallo spopolamento. La Valsesia, incastonata tra il Sacro Monte e le nevi di Alagna, sta diventando qualcosa di unico in Italia: una destinazione di migrazione israeliana. Una storia che ha già fatto il giro del mondo, raccontata dal quotidiano Haaretz in Israele e dai principali media europei, ma che in Italia si conosce ancora poco.
Per capire la storia, bisogna partire dal problema. La Valsesia ha vissuto nei decenni del dopoguerra lo stesso destino di centinaia di valli alpine italiane: uno spopolamento progressivo, lento e inarrestabile. Le fabbriche della pianura, le città, le opportunità del boom economico avevano attirato via generazioni intere. Borgosesia, Varallo, Cravagliana, Scopello, Rimasco: comuni con indici di vecchiaia tra i più alti del Piemonte, scuole semivuote, ambulatori senza medici, case in pietra abbandonate o tenute aperte solo d'estate.
Il sindaco di Varallo Sesia, Pietro Bondetti, ha raccontato con orgoglio la svolta: le classi così affollate non si vedevano dagli anni Sessanta. Un'affermazione che dice tutto sulla profondità del problema che la valle aveva accumulato, e sulla portata del cambiamento in corso.
Tutto comincia con Ugo Luzzati, 64 anni, nato a Genova, trasferitosi in Israele dopo il servizio militare, dove ha vissuto per 38 anni, ha sposato una donna israeliana e ha avuto cinque figli. La Valsesia la conosceva bene: ci veniva in vacanza con la famiglia da decenni. A un certo punto ha iniziato a frequentarla sempre di più, fino a trasferirsi definitivamente qualche anno fa.
Il punto di svolta è stato una conversazione con la maestra elementare del paese. Si lamentava: le classi erano semivuote, i bambini ogni anno di meno, il futuro della scuola incerto. Luzzati racconta di aver avuto quella che in ebraico si chiama un "asimon", la monetina che cade, il momento in cui tutto improvvisamente ha senso. "Mi è venuta un'illuminazione: portiamo le famiglie israeliane in Valsesia."
Nel 2022 ha fondato ufficialmente Progetto Baita. Il nome non è casuale: "baita" in italiano evoca la montagna, ma la parola richiama anche "bàyit", che in ebraico significa casa. Con l'aggiunta di "ita" per Italia, il risultato è Baita: casa in Italia. Una scelta lessicale che racchiude l'intera filosofia del progetto.
Progetto Baita è un'associazione senza scopo di lucro, riconosciuta dalle istituzioni locali, che accompagna passo dopo passo le famiglie israeliane che vogliono trasferirsi in Valsesia. Il percorso prevede una scuola di italiano online come primo passo, poi il supporto nella ricerca della casa, nelle pratiche burocratiche con prefettura, questura e comuni, nell'inserimento scolastico dei figli, nel riconoscimento dei titoli di studio professionali.
Oggi i soci del progetto sono oltre 400, mentre le famiglie che si sono già trasferite fisicamente sono circa ottanta, per un totale di circa 250 persone. Si stima che undicimila israeliani stiano valutando concretamente l'ipotesi di trasferirsi.
Chi arriva non è un profilo casuale. Come emerge dal rapporto della Knesset israeliana sull'emigrazione post-2023, la maggior parte di chi lascia Israele in questo periodo è giovane, con un elevato livello di istruzione e proviene dall'area metropolitana di Tel Aviv. In Valsesia questo si traduce in nomadi digitali che lavorano in smart working, medici che hanno coperto posti vacanti negli ospedali locali rimasti deserti per anni, professionisti della tecnologia. Tre medici israeliani stanno già lavorando nel sistema sanitario piemontese grazie a una deroga introdotta durante la pandemia, che consente l'assunzione in attesa del riconoscimento dei titoli.
Gianni Tognotti, vicepresidente di Progetto Baita e agente immobiliare locale, descrive una domanda continua e crescente: le famiglie si innamorano del posto, del verde, della vita tranquilla, delle piste da sci che spesso scoprono solo dopo l'arrivo. Cercano case indipendenti con terreno intorno, lontane da altre proprietà. E in Valsesia, come dice Tognotti, c'è l'imbarazzo della scelta. Le case abbandonate da decenni hanno riacquistato un valore che nessuno osava più assegnargli.
Il fenomeno non è nato dal nulla nel 2023, ma il 7 ottobre e la guerra che ne è seguita hanno agito come acceleratore. Luzzati spiega che "il suo paese si è rotto", che qualcosa si è spezzato nella società israeliana già con la riforma giudiziaria del 2023, e che l'escalation bellica ha trasformato un movimento già in corso in un esodo strutturato.
Ma c'è un elemento di fondo che va oltre la guerra: è il modello di vita che la Valsesia offre. Nature, sicurezza, ritmi lenti, scuole con pochi bambini ma ora sempre più piene, aria pulita, costi della vita incomparabilmente inferiori a Tel Aviv. Per famiglie numerose, molte delle quali con nonni al seguito, è una prospettiva concreta. E poiché molti degli arrivati hanno un passaporto europeo ereditato da nonni romeni, polacchi, lituani o tedeschi, le pratiche burocratiche risultano spesso più semplici del previsto.
La professoressa che insegna ebraico a Varallo non è una figura qualunque: è la pronipote di Shmuel Yosef Agnon, il premio Nobel per la letteratura israeliano. Trenta italiani si iscrivono alle sue lezioni. Non per accedere a un mercato del lavoro, ma per comunicare con i nuovi vicini di casa.
La storia della Valsesia ha attirato attenzione non solo per la sua singolarità, ma perché pone domande che riguardano centinaia di altri comuni italiani in crisi demografica. Il cosiddetto "Modello Varallo" dimostra che lo spopolamento delle aree interne non è irreversibile, ma che serve un progetto, una regia, una comunità disposta ad accogliere.
Varallo non era impreparata. Come racconta Luzzati, la cittadina aveva già accolto nel corso degli anni comunità dal Sud America, dall'Africa, dall'Ucraina. Questa storia di apertura progressiva aveva costruito una cultura dell'accoglienza che le comunità di montagna non sempre hanno. "La terra promessa è ovunque ci sia accoglienza", sintetizza Luzzati. Non la Valsesia come nuova Israele: Israele come punto di partenza verso qualcosa di diverso.
Il progetto prevede anche sviluppi futuri ambiziosi. Si parla dell'apertura della prima succursale italiana di un liceo per nomadi digitali, già attivo in altri Paesi europei e negli Stati Uniti. Si parla di un polo accademico orientato alla cybersecurity e all'intelligenza artificiale, settori in cui la competenza israeliana è riconosciuta a livello mondiale. E si parla di altri medici in arrivo, a coprire i posti che negli ospedali della zona continuano ad andare deserti ai concorsi.
Internet è diventata una priorità infrastrutturale condivisa: le famiglie israeliane ne hanno bisogno per lavorare da remoto, ma la connettività migliorata beneficia tutta la comunità, inclusi i giovani locali.
Non tutta la narrazione intorno alla Valsesia è celebrativa. Alcune voci critiche sottolineano le contraddizioni di un fenomeno che si svolge in piena guerra a Gaza, interrogandosi su cosa significhi politicamente accogliere cittadini di uno Stato in conflitto, sul privilegio di mobilità che non appartiene a tutti, sulla complessità di separare le persone dalla storia del paese da cui provengono. Il parroco di Varallo Sesia, don Roberto Collarini, ha notato che trasferirsi in gruppo aiuta l'integrazione, ma porta anche il rischio di formare una comunità chiusa su se stessa.
Sono domande legittime, che il dibattito pubblico sta cominciando ad affrontare. Ma nel frattempo, a Varallo, i bambini tornano a riempire le classi. Le case di pietra vengono ristrutturate. I medici visitano i pazienti. E trenta italiani imparano l'ebraico in una valle piemontese che, fino a pochi anni fa, stava lentamente scomparendo.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...