Una pronuncia della Corte di Cassazione sta accendendo il dibattito su smartphone, salute e responsabilità delle aziende. Con la n. 24015/2026, pubblicata il 24 luglio 2026, la Terza sezione civile ha affermato che il rispetto degli standard tecnici non basta: il produttore di cellulari deve mettere in guardia il consumatore sui possibili rischi legati all'uso del dispositivo. Per molti osservatori si apre così la strada a numerose richieste di risarcimento danni contro i grandi marchi della telefonia.
Il caso da cui parte la pronuncia e cosa prevede la sentenza n. 24015/2026
La vicenda nasce dal ricorso di una consumatrice contro Apple Distribution International. La donna sosteneva di aver usato in modo intenso e quotidiano il proprio telefono, spesso vicino alla testa, anche in presenza di figli minorenni, senza ricevere informazioni adeguate sulle precauzioni per ridurre l'esposizione alle radiofrequenze. Secondo la sua ricostruzione, se fosse stata informata in modo chiaro avrebbe cambiato le abitudini: telefonate più brevi, uso degli auricolari, distanza dal corpo durante la notte.
Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello di Bologna avevano respinto le sue richieste. La Cassazione ha invece accolto il ricorso, annullato la sentenza di secondo grado e rinviato la causa alla Corte d'Appello di Bologna in diversa composizione, che dovrà decidere di nuovo applicando i principi stabiliti dai giudici supremi.
Il cuore della decisione è semplice da enunciare: la conformità tecnica di uno smartphone non esaurisce gli obblighi del produttore. Marcatura CE e rispetto dei limiti SAR, cioè dei valori di assorbimento specifico delle onde elettromagnetiche, sono condizioni necessarie ma non sempre sufficienti.
I punti principali del ragionamento della Corte sono questi:
- L'incertezza scientifica non rende il rischio irrilevante. Quando un pericolo per la salute non può essere escluso e l'esposizione è apprezzabile, l'ordinamento può richiedere misure preventive e informative, senza attendere una certezza assoluta.
- Il principio di precauzione entra nei doveri del produttore. Esso si affianca ai doveri di sicurezza, diligenza e buona fede, anche in presenza di studi preliminari o di evidenze epidemiologiche non conclusive.
- L'informazione deve essere chiara e comprensibile. Non è sufficiente un dato tecnico nascosto tra le specifiche o nelle pagine del manuale: il consumatore medio deve poter capire come ridurre l'esposizione.
- Le modalità d'uso contano. L'emissione di radiofrequenze varia in base alle condizioni di utilizzo, per esempio la vicinanza al corpo o la durata delle chiamate. Il produttore deve quindi indicare le cautele pratiche che riducono l'esposizione.
- Il danno può riguardare la libertà di scelta. Secondo i giudici, la lesione dell'autodeterminazione del consumatore, cioè il diritto di decidere in modo consapevole come usare un prodotto, può avere rilievo anche indipendentemente da una malattia già insorta.
Un chiarimento necessario: cosa la Cassazione non ha detto
Molti titoli hanno semplificato il contenuto della pronuncia ed è bene essere precisi. La Cassazione
non ha stabilito che i cellulari provochino tumori né ha accertato un nesso causale tra smartphone e specifiche patologie.
Non ha condannato Apple al risarcimento e non ha imposto nuove etichette obbligatorie.
Il punto centrale non è dunque la pericolosità accertata del cellulare, ma l'informazione. In altre parole, il tema non è "il cellulare fa male", bensì "il produttore ha spiegato abbastanza, e in modo comprensibile, come usarlo per ridurre un rischio che la scienza non riesce ancora a escludere del tutto?". È un cambio di prospettiva importante: la sicurezza di un prodotto non è solo tecnica, è anche informativa.
Sul piano scientifico, va ricordato che le principali ricerche epidemiologiche finora disponibili non hanno mostrato un'associazione chiara tra uso dei cellulari e tumori della testa. Il dibattito, tuttavia, resta aperto, soprattutto sugli effetti a lungo termine e sull'esposizione dei minori.
Perché si parla di risarcimenti a catena
La ragione per cui la sentenza fa tanto rumore è che apre un precedente utilizzabile da migliaia di consumatori. Se le avvertenze fornite dai produttori risultano carenti, poco visibili o non aggiornate allo stato della ricerca, chi ha acquistato e usato un telefono può sostenere di non aver potuto scegliere consapevolmente come utilizzarlo. Da qui può nascere una domanda di risarcimento del danno, anche nella forma di azioni collettive o di serie di cause individuali.
Gli scenari possibili includono:
- cause individuali di utenti che lamentano problemi di salute e sostengono di non essere stati informati;
- azioni di classe promosse da associazioni di consumatori, sempre più attive sui temi digitali;
- contestazioni sulle campagne pubblicitarie, se le comunicazioni commerciali risultassero fuorvianti rispetto alle cautele d'uso;
- verifiche delle autorità di tutela del consumatore sulla trasparenza delle informazioni.
Sarebbe però un errore pensare che ogni utente possa ottenere un indennizzo. La Cassazione ha sottolineato che
il risarcimento non è automatico. Chi agisce deve dimostrare, tra l'altro, che:
- le informazioni fornite dal produttore erano effettivamente insufficienti o poco chiare;
- con un'informazione corretta avrebbe concretamente modificato i propri comportamenti d'acquisto e d'uso del telefono;
- ne è derivato un pregiudizio risarcibile, che può consistere anche nella lesione della libertà di scelta e non necessariamente in una malattia.
Sarà la Corte d'Appello di Bologna, in sede di rinvio, a verificare il contenuto concreto degli obblighi informativi e a valutare se, nel caso specifico, siano stati rispettati. La Cassazione, infatti, non ha dichiarato insufficienti le avvertenze già fornite: ha giudicato
incompleto il ragionamento dei giudici di merito, che non avevano approfondito la questione.
Cosa cambia per i produttori di smartphone e cosa possono fare i consumatori
Per le aziende del settore che producono cellulari e smartphone, la pronuncia è un campanello d'allarme. Difendersi limitandosi a dire "il nostro dispositivo rispetta i limiti di legge" potrebbe non bastare più nei tribunali italiani. Diventa opportuno:
- rivedere manuali, schermate e sezioni legali dei dispositivi, rendendo le avvertenze visibili e leggibili;
- spiegare in modo semplice come ridurre l'esposizione, per esempio usando auricolari, viva voce o mantenendo una certa distanza dal corpo;
- dare conto dello stato attuale delle conoscenze scientifiche, aggiornando le informazioni nel tempo;
- valutare coperture assicurative e strategie di gestione del contenzioso.
Il principio potrebbe avere effetti anche oltre i confini del singolo marchio, perché riguarda in generale gli obblighi informativi dei produttori di telefoni cellulari e, potenzialmente, altri dispositivi wireless.
Anche senza attendere l'esito del giudizio di rinvio, gli utenti possono adottare alcune buone pratiche di prudenza, spesso già suggerite nei documenti dei produttori:
- preferire auricolari o viva voce durante le chiamate lunghe;
- evitare di tenere il telefono a contatto con il corpo o sotto il cuscino durante la notte;
- limitare l'uso quando il segnale è debole, perché in quel caso l'apparecchio può aumentare la potenza di emissione;
- prestare particolare attenzione all'uso da parte dei bambini, per i quali gli esperti raccomandano maggiore cautela.
Chi ritiene di aver subito un danno può rivolgersi a un
avvocato esperto di diritto dei consumatori o a un'associazione di tutela, così da valutare la documentazione disponibile: confezione del prodotto, manuali, eventuali avvertenze e prova dell'uso effettivo del dispositivo.
La pronuncia si inserisce in una tendenza più ampia, che porta il principio di precauzione dal terreno delle politiche pubbliche a quello dei rapporti tra privati. Per i sostenitori della decisione, si tratta di un passo avanti nella tutela della salute e della libertà di scelta. Per i critici, il rischio è alimentare timori infondati e un aumento del contenzioso in assenza di prove scientifiche solide.
Il vero banco di prova sarà il giudizio di rinvio e la giurisprudenza successiva, che dovranno chiarire quanto dettagliata debba essere l'informazione e con quali criteri si valuti la sua adeguatezza. Nel frattempo, la sentenza n. 24015/2026 rappresenta un riferimento che imprese, consumatori e operatori del diritto non potranno ignorare.
Per riassumere:
- La Cassazione ha stabilito che rispettare gli standard tecnici non basta: il produttore deve informare in modo chiaro sui possibili rischi e sulle precauzioni d'uso.
- La pronuncia non afferma che i cellulari causino tumori, ma tutela il diritto del consumatore a una scelta consapevole.
- Le richieste di risarcimento diventano più plausibili, ma richiedono la prova dell'insufficienza delle informazioni e dell'impatto sulle scelte dell'utente.
- Il caso torna alla Corte d'Appello di Bologna, che dovrà riesaminarlo alla luce dei principi enunciati.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...