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Computer giudici e pm spiati: scatta l'allarme dopo inchiesta Report sui rischi per la magistratura

di Marcello Tansini pubblicato il
Computer giudici e pm spiati

L'inchiesta di Report svela gravi rischi per la magistratura italiana, tra sorveglianza digitale sui computer di giudici e pm, reazioni istituzionali e possibili ripercussioni su indipendenza e sicurezza.

Secondo quanto anticipato da Report, numerosi computer utilizzati da dipendenti amministrativi, giudici e pubblici ministeri sarebbero oggetto di una forma di controllo remoto, in grado di minare la riservatezza del lavoro investigativo e compromettere la segretezza delle indagini penali. Il clima di allerta non riguarda solo la tutela dei dati personali, ma coinvolge principi centrali come l'autonomia e l'indipendenza degli operatori della giustizia, portando il tema all'attenzione sia delle istituzioni sia dell'opinione pubblica.

Il software ECM/SCCM nei tribunali: funzionamento e caratteristiche tecniche

L'attenzione è puntata su ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager/System Center Configuration Manager), strumento progettato da Microsoft per la gestione centralizzata di reti informatiche complesse. Sebbene questa piattaforma sia largamente adottata in aziende, supermercati e uffici pubblici per motivi di efficienza, il suo utilizzo nei tribunali introduce elementi di forte criticità legati alla natura particolarmente sensibile dei dati trattati dal sistema giudiziario:

  • ECM consente la distribuzione di aggiornamenti e software su molteplici dispositivi connessi a una rete, garantendo standardizzazione e sicurezza.
  • Tra le sue funzioni rientra anche la possibilità di accedere da remoto ai computer degli utenti, offrendo agli amministratori di sistema un ampio margine di intervento per la risoluzione di problemi tecnici o per la gestione delle policy informatiche.
  • Nella configurazione adottata dal Ministero della Giustizia, stando alle dichiarazioni ufficiali, il controllo remoto sarebbe “disattivato di default”, lasciando però la possibilità a tecnici autorizzati di riattivarlo in modo silente, senza che l'utente ne sia informato né che restino tracce visibili sul dispositivo.
  • Il sistema risulta installato su circa 40 mila postazioni in uffici giudiziari di ogni livello dal 2019, coprendo sia personale amministrativo che operatori togati, alimentando timori sistemici su possibilità di accesso improprio.
Una testimonianza anonima di un tecnico operante nel settore delle intercettazioni informatiche, raccolta dalla stampa, suggerisce che “software di questo tipo possono essere utilizzati come dei veri e propri trojan, agendo in maniera silente e senza interazione dell'utente”. Ciò amplifica i timori sulla possibilità di repentine violazioni dei dati sensibili e sulla effettiva efficacia delle contromisure di tutela adottate dalle istituzioni competenti.

La denuncia di Report: dal sospetto alla prova sul controllo remoto dei magistrati

L'inchiesta condotta dal programma Report ha assunto rilievo nazionale, fornendo la prima ricostruzione dettagliata dell'installazione e dell'utilizzo del software ECM/SCCM nei tribunali italiani. Attraverso documenti, testimonianze audio-video e una serie di prove tecniche, la trasmissione ha mostrato come il sistema consenta di monitorare attività e documenti presenti sulle postazioni degli operatori della giustizia senza che questi ne abbiano alcuna percezione o notifica.

Un caso emblematico è quello del giudice Aldo Tirone del Tribunale di Alessandria, che ha raccontato di aver accertato, con l'ausilio di un tecnico informatico, la possibilità di accedere da remoto ai propri file senza alcun segnale visibile. Questo episodio, accompagnato da ulteriori testimonianze raccolte da Report, ha sollevato una questione rilevante sulla mancanza di trasparenza nei criteri di gestione e nel controllo dei dispositivi informatici utilizzati dai magistrati.

Particolarmente significativa è la tempistica che accompagna la vicenda: secondo fonti giornalistiche, il software sarebbe operativo già dal 2019 e in diversi casi le richieste di chiarimento avanzate da talune procure italiane sarebbero state scoraggiate o archiviate frettolosamente dalle autorità ministeriali, talvolta su sollecitazione di vertici politici.

Le posizioni delle istituzioni: reazioni, smentite e responsabilità politiche

L'emergere del caso ha prodotto immediate reazioni a livello politico e istituzionale. Sotto la pressione dell'opinione pubblica e dei rappresentanti dell'opposizione, il Ministro della Giustizia ha definito le accuse e le anticipazioni di Report come “fake news” e “accuse surreali”. Secondo la posizione ufficiale del dicastero, il sistema ECM/SCCM sarebbe stato installato unicamente per razionalizzare la gestione informatica, non per eseguire sorveglianze occulte, e il suo utilizzo avrebbe sempre escluso la lettura di contenuti, la registrazione di tasti, schermi o l'attivazione di webcam e microfoni a insaputa dei magistrati.

L'opposizione, rappresentata in particolare dalla responsabile Giustizia del Partito Democratico, ha richiesto spiegazioni dettagliate, invocando l'eventuale convocazione della Presidenza del Consiglio in Aula. Viene ribadita l'esigenza di chiarire non solo la genesi tecnica e amministrativa dell'adozione del software, ma anche le ragioni di un'eventuale mancanza di comunicazione verso le autorità giudiziarie e la gestione delle richieste di chiarimento avanzate nei mesi precedenti.

Nel corso del confronto parlamentare, si registra:

  • Una divisione netta tra maggioranza e opposizione sulla valutazione della gravità del caso;
  • Il richiamo costante al rispetto dei principi costituzionali di indipendenza ed autonomia della magistratura;
  • Un clima di tensione che ripropone il tema più ampio del rapporto tra poteri dello Stato e della fiducia tra politica e magistratura.
Il Ministro della Giustizia ha inoltre rimandato le critiche al mittente, sottolineando che il sistema di gestione centralizzata informatica era già in funzione da anni e che nessuna procedura avrebbe potuto essere attivata senza opportune garanzie di trasparenza e sicurezza.

Conseguenze su segretezza delle indagini, indipendenza della magistratura e sicurezza nazionale

L'adozione di strumenti informatici così pervasivi negli uffici giudiziari determina implicazioni profonde, non solo sulla privacy degli operatori, ma sulla stessa architettura dei principi di riservatezza, autonomia funzionale e sicurezza nazionale:

  • La possibilità di accesso da remoto ai dati e ai documenti delle indagini può compromettere la segretezza dei procedimenti penali, con ripercussioni sulla validità di atti investigativi e sulla tutela delle parti processuali.
  • L'indipendenza della magistratura rischia di essere minata dal sospetto che amministratori esterni possano entrare in possesso di informazioni delicate, influenzando l'azione giudiziaria o addirittura alterando la normale dialettica tra poteri dello Stato.
  • Sul piano della sicurezza nazionale, la vulnerabilità dei dati giudiziari - spesso relativi a reati di criminalità organizzata, corruzione o minacce alla Repubblica - rappresenta un rischio che va ben oltre la sfera domestica, esponendo l'intero sistema Paese all'interferenza di attori interni ed esterni.
Significativo è il caso, citato nelle cronache, del furto di milioni di dati riservati dallo studio di un consulente dei pubblici ministeri, che dimostra quanto la protezione delle informazioni sia un fronte estremamente esposto anche a causa di pratiche di gestione poco trasparenti.

Dal punto di vista normativo, la legge italiana (in particolare il Codice di procedura penale e la disciplina in materia di privacy e protezione dei dati personali) richiede il massimo livello di tutela per i dati trattati nell'ambito delle indagini giudiziarie. L'instaurarsi di scenari in cui anche solo potenzialmente tali tutele possano essere aggirate o attenuate rappresenta un vulnus giuridico e un rischio sistemico che coinvolge l'intera collettività.

Il contesto delle riforme della giustizia e la questione della delegittimazione della magistratura

Il tema della sicurezza informatica nel settore giudiziario si inserisce in una fase di trasformazione complessa dell'ordinamento. In un clima segnato dalla riforma costituzionale della giustizia, viene spesso sollevato il timore che iniziative quali la separazione delle carriere e la modifica dei poteri disciplinari possano, di fatto, portare a una progressiva delegittimazione dell'autonomia della magistratura.

Dalle audizioni e dagli interventi congressuali emerge con forza la percezione di un tentativo di controllo e ridimensionamento delle funzioni giudiziarie nel nome dell'efficienza e della trasparenza amministrativa. L'episodio relativo all'uso “inconsapevole e opaco” di software di gestione remota diventa così emblema di un più ampio processo in cui, secondo autorevoli osservatori, il rischio non è solo la compressione della privacy individuale, ma il disegno di mettere sotto pressione un potere dello Stato giudicato troppo autonomo:

  • La storia legislativa testimonia la difficoltà di trovare un equilibrio tra esigenze di modernizzazione digitale e difesa dell'indipendenza istituzionale;
  • Non mancano interventi pubblici e politici che equiparano i magistrati ad “ayatollah” o addirittura a “killer”, aggravando una campagna che inasprisce il confronto tra gli attori del sistema giudiziario e quelli del potere esecutivo e legislativo.
Diverse voci del mondo accademico sottolineano che, in assenza di presidi adeguati alla sicurezza digitale, la strada verso una magistratura effettivamente indipendente rischia di essere messa in discussione proprio dalle iniziative in materia di informatizzazione e governance tecnologica.