L'inchiesta di Report svela gravi rischi per la magistratura italiana, tra sorveglianza digitale sui computer di giudici e pm, reazioni istituzionali e possibili ripercussioni su indipendenza e sicurezza.
Secondo quanto anticipato da Report, numerosi computer utilizzati da dipendenti amministrativi, giudici e pubblici ministeri sarebbero oggetto di una forma di controllo remoto, in grado di minare la riservatezza del lavoro investigativo e compromettere la segretezza delle indagini penali. Il clima di allerta non riguarda solo la tutela dei dati personali, ma coinvolge principi centrali come l'autonomia e l'indipendenza degli operatori della giustizia, portando il tema all'attenzione sia delle istituzioni sia dell'opinione pubblica.
L'attenzione è puntata su ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager/System Center Configuration Manager), strumento progettato da Microsoft per la gestione centralizzata di reti informatiche complesse. Sebbene questa piattaforma sia largamente adottata in aziende, supermercati e uffici pubblici per motivi di efficienza, il suo utilizzo nei tribunali introduce elementi di forte criticità legati alla natura particolarmente sensibile dei dati trattati dal sistema giudiziario:
L'inchiesta condotta dal programma Report ha assunto rilievo nazionale, fornendo la prima ricostruzione dettagliata dell'installazione e dell'utilizzo del software ECM/SCCM nei tribunali italiani. Attraverso documenti, testimonianze audio-video e una serie di prove tecniche, la trasmissione ha mostrato come il sistema consenta di monitorare attività e documenti presenti sulle postazioni degli operatori della giustizia senza che questi ne abbiano alcuna percezione o notifica.
Un caso emblematico è quello del giudice Aldo Tirone del Tribunale di Alessandria, che ha raccontato di aver accertato, con l'ausilio di un tecnico informatico, la possibilità di accedere da remoto ai propri file senza alcun segnale visibile. Questo episodio, accompagnato da ulteriori testimonianze raccolte da Report, ha sollevato una questione rilevante sulla mancanza di trasparenza nei criteri di gestione e nel controllo dei dispositivi informatici utilizzati dai magistrati.
Particolarmente significativa è la tempistica che accompagna la vicenda: secondo fonti giornalistiche, il software sarebbe operativo già dal 2019 e in diversi casi le richieste di chiarimento avanzate da talune procure italiane sarebbero state scoraggiate o archiviate frettolosamente dalle autorità ministeriali, talvolta su sollecitazione di vertici politici.
L'emergere del caso ha prodotto immediate reazioni a livello politico e istituzionale. Sotto la pressione dell'opinione pubblica e dei rappresentanti dell'opposizione, il Ministro della Giustizia ha definito le accuse e le anticipazioni di Report come “fake news” e “accuse surreali”. Secondo la posizione ufficiale del dicastero, il sistema ECM/SCCM sarebbe stato installato unicamente per razionalizzare la gestione informatica, non per eseguire sorveglianze occulte, e il suo utilizzo avrebbe sempre escluso la lettura di contenuti, la registrazione di tasti, schermi o l'attivazione di webcam e microfoni a insaputa dei magistrati.
L'opposizione, rappresentata in particolare dalla responsabile Giustizia del Partito Democratico, ha richiesto spiegazioni dettagliate, invocando l'eventuale convocazione della Presidenza del Consiglio in Aula. Viene ribadita l'esigenza di chiarire non solo la genesi tecnica e amministrativa dell'adozione del software, ma anche le ragioni di un'eventuale mancanza di comunicazione verso le autorità giudiziarie e la gestione delle richieste di chiarimento avanzate nei mesi precedenti.
Nel corso del confronto parlamentare, si registra:
L'adozione di strumenti informatici così pervasivi negli uffici giudiziari determina implicazioni profonde, non solo sulla privacy degli operatori, ma sulla stessa architettura dei principi di riservatezza, autonomia funzionale e sicurezza nazionale:
Dal punto di vista normativo, la legge italiana (in particolare il Codice di procedura penale e la disciplina in materia di privacy e protezione dei dati personali) richiede il massimo livello di tutela per i dati trattati nell'ambito delle indagini giudiziarie. L'instaurarsi di scenari in cui anche solo potenzialmente tali tutele possano essere aggirate o attenuate rappresenta un vulnus giuridico e un rischio sistemico che coinvolge l'intera collettività.
Il tema della sicurezza informatica nel settore giudiziario si inserisce in una fase di trasformazione complessa dell'ordinamento. In un clima segnato dalla riforma costituzionale della giustizia, viene spesso sollevato il timore che iniziative quali la separazione delle carriere e la modifica dei poteri disciplinari possano, di fatto, portare a una progressiva delegittimazione dell'autonomia della magistratura.
Dalle audizioni e dagli interventi congressuali emerge con forza la percezione di un tentativo di controllo e ridimensionamento delle funzioni giudiziarie nel nome dell'efficienza e della trasparenza amministrativa. L'episodio relativo all'uso “inconsapevole e opaco” di software di gestione remota diventa così emblema di un più ampio processo in cui, secondo autorevoli osservatori, il rischio non è solo la compressione della privacy individuale, ma il disegno di mettere sotto pressione un potere dello Stato giudicato troppo autonomo: