Clienti e fatturato non bastano più: tasse, contributi, costi e trattative erodono i margini. Così un elettricista chiude, tra spostamenti difficili e un futuro incerto per l’artigianato.
Un’impresa con clienti, lavoro e circa 250mila euro di fatturato non sempre garantisce un reddito adeguato a chi la guida. La vicenda di Giuseppe Valentino, elettricista di Bologna di 63 anni, mette in luce il divario tra fatturato, margine e denaro realmente disponibile. Dopo quasi mezzo secolo di attività, l’artigiano ha scelto di chiudere la New Technology. Le ragioni riguardano tasse, contributi, costi dei materiali, energia, spostamenti e un rapporto con la clientela diventato più conflittuale.
La scelta di Giuseppe Valentino non nasce dalla mancanza di commesse. Al contrario, la sua impresa ha mantenuto un portafoglio clienti e un volume d’affari vicino ai 250mila euro annui. Il problema, secondo la sua esperienza, è che il fatturato non coincide con il guadagno: da quella cifra devono essere sottratti personale, mezzi, assicurazioni, attrezzature, materiali, consulenze, imposte e contributi.
Quando ha deciso di interrompere l’attività, Valentino ha proposto a uno dei dipendenti di assumerne la gestione, compreso il pacchetto clienti. La risposta è stata netta: «Non sono mica matto». Una battuta amara, che l’ex titolare ha finito per condividere: «Ha ragione lui». Per chi non conosce la gestione di una ditta, 250mila euro possono sembrare una somma molto elevata; per un’impresa artigiana rappresentano invece ricavi dai quali devono essere coperti numerosi oneri.
Prima di rivolgersi al dipendente, l’imprenditore aveva pensato ai figli. Il primo ha scelto il commercio; il secondo, pur avendo studi tecnici, ha preferito un posto da operaio in azienda. Valentino non li giudica: «Un po’ li capisco. D’altronde per fare l’artigiano ci vuole amore». Una disposizione personale che, nel suo caso, non è bastata a compensare la fatica amministrativa e finanziaria.
La chiusura è prevista a dicembre, dopo quasi cinquant’anni di lavoro. I quattro dipendenti perderanno il posto nella New Technology, ma hanno già trovato una nuova occupazione. Il dato conferma che la domanda di tecnici resta alta, mentre appare più difficile trovare persone disposte ad assumere il rischio di impresa. La differenza tra essere elettricista dipendente e gestire una ditta riguarda infatti non soltanto il compenso, ma anche responsabilità, incassi irregolari, scadenze e contenziosi.
Il punto più delicato della testimonianza riguarda la pressione fiscale e contributiva. Valentino afferma di avere versato, negli ultimi 24 mesi, tra 50mila e 60mila euro ogni anno. La cifra non va letta automaticamente come imposta sul reddito personale: in una società o ditta con dipendenti possono rientrare imposte, contributi previdenziali, ritenute, versamenti legati al personale e altri obblighi. Senza bilanci e dichiarazioni non è possibile ricostruire il carico effettivo voce per voce.
La sua critica riguarda anche la difficoltà di prevedere quanto resterà a disposizione. Un’attività artigiana incassa in momenti diversi, sostiene acquisti prima del pagamento delle commesse e deve accantonare somme per scadenze fiscali che non seguono sempre il ritmo degli interventi. Il risultato è una pianificazione economica incerta, soprattutto quando aumentano i costi o un cliente ritarda il saldo.
Valentino percepisce già la pensione dopo quarant’anni di contributi, ma ha continuato a lavorare, mantenendo dipendenti e generando attività per fornitori e professionisti. La sua obiezione riguarda la tassazione complessiva: ritiene poco equo che venga tassato anche il reddito pensionistico, formato da versamenti effettuati durante la carriera. Sul piano tecnico, pensione e redditi d’impresa concorrono secondo le regole fiscali applicabili al contribuente; il fatto di avere già versato contributi non determina automaticamente l’esenzione dalla tassazione della prestazione.
Per un artigiano, inoltre, il costo del lavoro non coincide con lo stipendio netto dei dipendenti. Alla retribuzione si aggiungono contributi previdenziali e assicurativi, trattamento di fine rapporto, ferie, permessi, formazione, sicurezza e adempimenti. Il Documento unico di regolarità contributiva e gli obblighi previsti dal decreto legislativo 81/2008 sono esempi concreti di responsabilità da mantenere sotto controllo.
Anche il regime fiscale scelto incide sui conti. Il forfettario può semplificare gli adempimenti per chi possiede i requisiti, ma non consente di dedurre analiticamente i costi; una struttura con dipendenti, acquisti rilevanti e investimenti richiede valutazioni diverse. La convenienza non si misura con l’aliquota isolata, bensì considerando ricavi, spese documentate, contributi, IVA e flussi di cassa. Per questo i confronti tra quanto guadagnano gli elettricisti in Italia devono distinguere sempre tra stipendio da dipendente, fatturato dell’impresa e reddito netto dell’imprenditore.
Dopo la pandemia, la struttura dei costi è cambiata. Valentino segnala in particolare l’aumento del rame, materiale utilizzato in cavi, conduttori e componenti: secondo la sua stima, il prezzo è cresciuto del 30%. Per un installatore, il rincaro non si trasferisce automaticamente sul preventivo. Le offerte spesso vengono formulate prima dell’acquisto e, se il lavoro slitta, il prezzo dei materiali può cambiare.
A incidere sono anche quadri, canaline, dispositivi di protezione, minuteria, trasporto e smaltimento. Un preventivo eseguito a distanza di settimane può quindi avere un margine molto diverso da quello stimato inizialmente. L’impresa deve scegliere se aggiornare il prezzo, rischiando di perdere il cliente, oppure assorbire l’aumento, riducendo il guadagno.
Il secondo fronte è l’energia. Laboratorio, magazzino, ricarica dei veicoli e strumenti elettrici generano consumi; per una microimpresa ogni incremento della bolletta pesa sul risultato annuale. Il confronto di Valentino con la spesa sostenuta da un conoscente in Germania esprime la percezione di un costo italiano troppo alto, ma non consente da solo un confronto omogeneo: tariffe, consumi, contratti e imposte possono differire.
Ne deriva un margine più fragile. Una tariffa oraria apparentemente elevata deve remunerare anche il tempo non fatturato, come acquisti, sopralluoghi, preventivi, spostamenti, contabilità e gestione delle garanzie. La redditività effettiva dipende dunque dalla capacità di programmare gli interventi, acquistare in modo efficiente e inserire nei contratti clausole per le variazioni eccezionali dei costi.
Il rapporto personale, basato per anni sulla fiducia, secondo Valentino si è indebolito. Il cliente arriva spesso dopo avere cercato prezzi e spiegazioni online e mette a confronto il preventivo con stime trovate su motori di ricerca o forum. Informarsi non è un problema; diventa però una difficoltà quando una valutazione generica viene usata per negare la complessità del lavoro reale.
«Mi sono informato, mi aspettavo di spendere meno» è la frase che l’artigiano dice di ascoltare con frequenza. Il prezzo comprende materiali certificati, strumenti, competenze, sicurezza, responsabilità e tempo. Nel caso degli impianti, inoltre, possono essere necessari verifiche, schemi, prove e documentazione. Il decreto ministeriale 37/2008 disciplina i requisiti delle imprese installatrici e la dichiarazione di conformità, quando prevista, non è un semplice foglio aggiuntivo.
Valentino racconta di possedere numerosi diplomi e certificazioni, senza avere l’abitudine di esibirli. L’episodio mostra un problema di comunicazione: la professionalità invisibile deve essere resa comprensibile prima dell’accettazione del lavoro, senza trasformare ogni sopralluogo in una gara al ribasso.
Un preventivo trasparente dovrebbe separare almeno:
Per chi svolge assistenza a domicilio, il tempo di viaggio è parte integrante del servizio. Valentino afferma che in passato riusciva a completare otto-dieci interventi al giorno, mentre oggi ne realizza quasi la metà. Il calo non dipenderebbe soltanto dalla distanza: traffico, ricerca del parcheggio, limitazioni alla circolazione e tempi di carico e scarico incidono sulla produttività.
L’artigiano cita Città30, ma colloca l’inizio del problema anche nella precedente eliminazione degli stalli gratuiti riservati agli operatori, attribuita alla fase amministrativa del sindaco Guazzaloca. Il tema non è soltanto la velocità massima: per un furgone con scale, cavi e attrezzature, la possibilità di fermarsi vicino al luogo dell’intervento può determinare la differenza tra un lavoro sostenibile e uno in perdita.
Se gli interventi dimezzano, i costi fissi restano: veicolo, carburante, assicurazione, manutenzione, telefono e ore del personale. Il prezzo della chiamata dovrebbe quindi riflettere anche il tempo improduttivo, ma molti clienti percepiscono soltanto la durata della riparazione. Ne nasce una contraddizione: si chiede rapidità, mentre le condizioni urbane rendono più lento ogni appuntamento.
La mobilità cittadina incide anche sulla disponibilità del servizio. Un tecnico che impiega un’ora per raggiungere un cliente può accettare meno chiamate e deve selezionare le urgenze. Per questo la difficoltà di trovare un elettricista non indica necessariamente assenza di professionisti: può riflettere un’organizzazione urbana che riduce le ore vendibili..
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...