Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Il mio giro alla Milano Fashion Week 2026: le nuove tendenze abbigliamento, cosa mi è piaciuto e cosa meno

di Chiara Compagnucci pubblicato il

Tra sfilate, pop-up e location inedite, racconto il mio giro alla Milano Fashion Week 2026: le tendenze Primavera/Estate 2027, le contaminazioni creative e il bilancio tra entusiasmo e criticità.

Rimani aggiornato con BusinessOnline
Aggiungi come fonte
preferita su Google
X Instagram

Il mio giro alla Milano Fashion Week 2026 è iniziato con una sensazione precisa: la moda non abitava soltanto le passerelle, ma strade, cortili, musei e locali. Dal 22 al 28 settembre ho seguito appuntamenti dedicati alle collezioni Donna Primavera/Estate 2027, alternando show riservati, presentazioni, installazioni e iniziative accessibili anche senza invito. Ho osservato abiti, materiali e scenografie, ma anche il modo in cui Milano ha accolto il pubblico. Il risultato è stato un racconto fatto di creatività concreta, sperimentazione e qualche contraddizione: una settimana più aperta, pur restando selettiva in molti momenti.

Come ho seguito la Milano Fashion Week 2026

La manifestazione si è distribuita nell’arco di sette giorni, con un calendario ufficiale particolarmente fitto: circa 200 appuntamenti, 60-61 sfilate fisiche e numerose presentazioni, a seconda della voce considerata nel programma. Per orientarmi ho consultato le comunicazioni della Camera Nazionale della Moda Italiana e le indicazioni cittadine, verificando ogni volta modalità, orari e registrazione richiesta. Questa cautela è stata necessaria: un evento indicato come aperto al pubblico poteva prevedere ingresso fino a esaurimento posti, QR code o biglietto.

Ho organizzato le giornate per aree, evitando di trasformare la Fashion Week in una maratona sui mezzi. Il centro storico e la Galleria hanno concentrato appuntamenti istituzionali e indirizzi del lusso; Brera ha offerto pop-up e concept store; Tortona ha riunito ricerca e streetwear; Porta Nuova, Garibaldi e Bovisa hanno mostrato il lato più contemporaneo della città. Anche il sud di Milano, con Via Lorenzini e gli spazi industriali, è entrato nella mappa:

Modalità

Come funzionava

Ingresso libero

Accesso in ordine di arrivo, spesso con posti limitati.

Gratuito su registrazione

Conferma digitale e codice da esibire all’entrata.

A pagamento

Mostre, degustazioni e formule premium con prenotazione.

Le grandi sfilate, da Prada a Diesel, sono rimaste soprattutto su invito, mentre alcune dirette ufficiali hanno permesso di seguire gli show a distanza. Ho quindi alternato appuntamenti professionali e iniziative pubbliche, mantenendo una distinzione chiara tra esperienza personale e dati comunicati dagli organizzatori.

Le nuove tendenze dell’abbigliamento Primavera/Estate 2027

La prima impressione è stata quella di una stagione meno interessata al gesto spettacolare fine a sé stesso e più concentrata sul rapporto tra abito, corpo e uso quotidiano. Ho visto silhouette fluide accanto a costruzioni precise, con una tensione continua tra morbidezza e disciplina. Giacche asciutte, pantaloni ampi, gonne leggere e capi stratificati hanno composto un guardaroba estivo non necessariamente minimale, ma pensato per muoversi.

La leggerezza è apparsa come metodo progettuale, non soltanto come effetto visivo. Tessuti trasparenti, superfici semilucide e volumi ariosi hanno dato profondità senza appesantire. In parallelo, pelle e denim sono stati trattati con maggiore ricerca: il progetto Demiurgo Leather Avantgarde ha portato l’attenzione sulla pelle come materiale da reinterpretare, mentre WHITE Box ha riunito proposte urbanwear, streetwear e accessori con un forte accento sulla funzionalità.

Il colore non ha seguito una sola direzione. Ai neutri, utili per costruire look modulari, si sono affiancati tonalità intense e accenti quasi grafici. Ho notato anche un uso più consapevole dei dettagli: chiusure evidenti, lavorazioni manuali, borse di proporzioni variabili e calzature capaci di cambiare la postura del look. Il valore non stava sempre nella novità assoluta, ma nella combinazione di elementi conosciuti.

La tendenza più interessante, a mio avviso, è stata la contaminazione. Lo sportswear ha incontrato il tailoring, l’artigianalità si è avvicinata alla tecnologia, mentre il pre-loved ha smesso di sembrare un capitolo separato. La selezione di accessori di lusso promossa da Camera Moda Fashion Trust e Vestiaire Collective ha inserito nel discorso anche la durata degli oggetti e il finanziamento dei designer indipendenti.

Tra gli esordi e i ritorni annunciati, ho percepito un settore che cerca nuove voci senza rinunciare alla propria identità. Le presentazioni più convincenti non proponevano semplicemente capi desiderabili: costruivano un’idea di stile riconoscibile e abitabile, capace di superare il singolo momento fotografico.

L’appuntamento più diretto è stato quello di Antonio Marras, il 23 settembre al Giardino Vincenzo Muccioli. L’accesso in ordine di arrivo, fino a esaurimento dei posti, ha reso evidente la distanza tra la passerella tradizionale e un pubblico più ampio. La possibilità di seguire la diretta sui canali del marchio ha inoltre ampliato la fruizione oltre lo spazio fisico.

Ho trovato interessante anche Demiurgo Leather Avantgarde, collegato a Lineapelle Designers Edition: una proposta più concettuale, centrata sulla pelle e sulla ricerca materica. A Tortona, WHITE Box ha offerto invece un contatto più commerciale e immediato con urbanwear, denim, accessori e brand acquistabili. Sono esperienze diverse, ma entrambe hanno ridotto la distanza tra osservare e partecipare.

Nel centro ho fatto tappa al Vogue Café di Palazzo Giureconsulti, con l’edicola internazionale, la libreria temporanea e attività creative. Il coloring book realizzato da Vivetta Ponti con Stabilo ha dato alla visita un tono meno cerimoniale. Ristoranti e bar hanno completato la mappa: Cracco in Galleria ha proposto il menu ALO, mentre Buccellati Caviar Bar, Louis Vuitton Café e Café Onitsuka Tiger hanno funzionato come soste più esclusive.

A Brera, il pop-up Vespa Edicola Civic Takeover ha trasformato un’edicola in un punto di incontro tra prodotto, fotografia e identità italiana. Ho apprezzato il fatto che ogni iniziativa avesse un carattere diverso, senza limitarsi alla vendita. Per chi non possedeva un pass, la settimana offriva così una sequenza concreta di luoghi e formati:

  • sfilate con accesso libero o registrazione;
  • presentazioni immersive e pop-up;
  • café, ristoranti e attività editoriali;
  • mostre visitabili durante gli stessi giorni.

Moda, arte e sostenibilità: le esperienze che hanno ampliato il racconto delle collezioni

La moda ha dialogato con l’arte in modo meno decorativo del previsto. A Palazzo Reale, la mostra “Dalí e la Moda” ha collegato il lavoro del surrealista al modo in cui l’abito può diventare immagine, corpo e provocazione. Alla Project Room di 10 Corso Como, “The East Exhibition” ha portato l’attenzione sull’estetica orientale contemporanea, mentre “Viktor&Rolf. Spectrum” ha permesso di osservare da vicino venti look del duo olandese.

L’esperienza YOOX Camerino, al Circolo Filologico Milanese, ha messo in relazione abito, architettura e individuo. Non ho percepito il vestito come oggetto isolato, ma come parte di un ambiente capace di modificarne la lettura. Al Volvo Studio, “The Daily Crash” ha presentato una capsule firmata da venti studenti del Politecnico di Milano, introducendo il tema della sostenibilità attraverso lo sguardo delle nuove generazioni.

Resta però necessario distinguere tra ricerca reale e linguaggio promozionale. Una capsule o un progetto espositivo non bastano, da soli, a dimostrare un impatto ambientale misurabile. Per questo ho valutato positivamente le iniziative che rendevano visibili materiali, progettazione e finalità, senza trasformare la sostenibilità in una semplice etichetta.

Durante la settimana della moda ho visto Milano assumere identità diverse nel giro di pochi isolati. La Galleria Vittorio Emanuele II ha rappresentato il lato monumentale e internazionale, mentre Palazzo Morando ha dato spazio al Fashion Hub e ai designer emergenti. Palazzo Reale ha unito arte, istituzioni e mondanità con la mostra e la cena inaugurale riservata agli invitati.

Gli indirizzi industriali hanno prodotto un’altra atmosfera. Via Lorenzini, Via Moncucco e Bovisa hanno portato le collezioni dentro architetture più grezze, dove cemento, grandi volumi e luci diventavano parte della scenografia. Tortona ha confermato la propria vocazione creativa; Porta Nuova e Garibaldi hanno mescolato design, retail e cultura visiva.

La scelta della sede non è mai stata neutra. Un palazzo storico suggerisce memoria e prestigio; un’università, come la Bocconi per l’anniversario Hogan, comunica ricerca e contemporaneità; un luogo industriale offre energia urbana. Ho capito così che la geografia delle sfilate è anche un linguaggio: la città non fa da sfondo, interpreta le collezioni.

Cosa mi è piaciuto di più: creatività, accessibilità e dialogo

Il mio aspetto preferito è stato il modo in cui la creatività ha superato il confine della passerella. Ho potuto mettere a confronto ricerca sui materiali, fotografia, arte, cucina, editoria e design senza cambiare città, ma soltanto quartiere. La varietà ha reso l’esperienza più completa e ha dato valore anche agli appuntamenti privi del prestigio di una maison storica.

Ho apprezzato soprattutto l’accessibilità selettiva ma reale: non tutto era gratuito, non tutto era aperto, però esistevano alternative verificabili. La diretta, i pop-up, le mostre e le sfilate pubbliche hanno permesso a visitatori e appassionati di costruire un percorso personale. Il dialogo con Milano è sembrato più autentico quando gli eventi hanno rispettato l’identità dei luoghi anziché limitarsi a occuparli.

Cosa mi è piaciuto meno e il mio bilancio finale

Il limite più evidente è rimasto l’accesso disomogeneo. Le informazioni potevano cambiare rapidamente, alcuni appuntamenti richiedevano registrazioni separate e le capienze ridotte rendevano incerta la partecipazione. Anche gli spostamenti tra quartieri hanno imposto tempi lunghi, soprattutto tentando di concentrare troppe tappe nella stessa giornata.

Non mi ha convinto del tutto la sovrapposizione tra esperienza culturale e consumo. Un café griffato o una cena speciale possono arricchire la settimana, ma i prezzi escludono una parte del pubblico e rischiano di trasformare la moda in una vetrina commerciale. Lo stesso vale per la sostenibilità: ho preferito i progetti trasparenti alle dichiarazioni generiche.

Il bilancio resta comunque positivo. Il mio giro alla Milano Fashion Week 2026 mi ha mostrato una manifestazione capace di aprirsi senza perdere il carattere professionale, con tendenze leggibili e una città coinvolta in prima persona. La formula migliore, per me, è stata quella che ha unito abiti interessanti, luoghi significativi e accesso realmente comprensibile.




Chiara Compagnucci

Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...