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Le storie dimenticate di chi era straniero prima degli stranieri di oggi: quando lo erano i bambini del Sud Italia

di Marcello Tansini pubblicato il

Classi differenziali, bambini nascosti in Svizzera, famiglie accusate di negligenza: la storia dimenticata di chi era straniero prima degli stranieri di oggi.

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Oggi, quando si parla di bambini stranieri a scuola, il dibattito pubblico si accende spesso attorno a temi come l'integrazione, la lingua e la presunta difficoltà di adattamento. Eppure, se si torna indietro di sessant'anni, si scopre che l'Italia ha già vissuto una stagione molto simile, con protagonisti che oggi nessuno definirebbe "stranieri": erano i bambini del Sud Italia, arrivati nelle città del triangolo industriale, e i figli degli emigrati italiani cresciuti in Svizzera. Le parole usate allora da maestre, psichiatri e assistenti sociali per descriverli suonano oggi sorprendentemente familiari.

I bambini meridionali diventati stranieri in casa propria

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, l'Italia visse una delle più grandi migrazioni interne della sua storia: centinaia di migliaia di famiglie del Sud si spostarono verso Torino, Milano e le altre città del cosiddetto triangolo industriale in cerca di lavoro. Solo dalla Calabria, tra il 1951 e il 1971, emigrarono circa 741mila persone verso il Nord Italia e l'Europa, secondo i dati raccolti dalla Fondazione Migrantes. I figli di questi lavoratori si ritrovarono nelle scuole elementari del Nord, dove il loro accento, le loro abitudini e persino il colore della pelle divennero motivo di una discriminazione che oggi viene definita, senza troppi giri di parole, razzismo antimeridionale.

Uno degli strumenti più efficaci di questa discriminazione furono le cosiddette classi differenziali, sezioni separate in cui venivano inseriti gli alunni ritenuti non idonei a seguire il normale percorso scolastico. Come ha documentato la storica Grazia De Michele in un suo studio pubblicato sulla Rivista Sperimentale di Freniatria, molti bambini di origine meridionale finirono in queste classi grazie al sostegno "scientifico" di psichiatri e psicologi dell'epoca, che li descrivevano come disadattati, incapaci di integrarsi in un ambiente considerato più progredito rispetto a quello di provenienza. Un'etichetta che, va sottolineato, non aveva alcun fondamento clinico reale, ma che serviva a giustificare l'esclusione di questi bambini dai percorsi scolastici ordinari.

Accanto all'accusa di disadattamento, circolava all'epoca un altro giudizio, altrettanto diffuso e altrettanto ingiusto: quello di famiglie negligenti, colpevoli di non seguire abbastanza i propri figli. Si diceva che questi bambini venissero lasciati per strada da soli, senza sorveglianza né cura, un'immagine che contribuiva a rafforzare lo stigma sociale già gravante sulle famiglie meridionali appena arrivate al Nord. La realtà, come hanno poi ricostruito storici e sociologi, era molto più semplice e molto meno colpevolizzante: i genitori di quei bambini lavoravano dall'alba al tramonto nelle fabbriche e nei cantieri delle città industriali, spesso con turni durissimi, proprio per sottrarre la famiglia alla povertà che li aveva spinti a emigrare. Non esistevano asili nido diffusi, non esisteva un tempo pieno scolastico paragonabile a quello di oggi, e la rete di sostegno familiare che al Sud poteva contare su nonni e parenti restava spesso a centinaia di chilometri di distanza. Il problema, insomma, non era la mancanza di attenzione delle famiglie verso i figli, ma una condizione strutturale di povertà e sfruttamento del lavoro che non lasciava alternative, e che la retorica dell'epoca preferiva scaricare sulle spalle dei singoli genitori piuttosto che riconoscere come responsabilità collettiva di un sistema economico e sociale che non offriva alcun sostegno a chi migrava in cerca di un futuro migliore.

La persecuzione scolastica denunciata da chi visse quegli anni

Negli stessi anni, il giornalista e scrittore Gaetano Sansone raccolse in un libro dal titolo eloquente, "Il bambino che viene dal sud", le testimonianze dirette di bambini immigrati nelle grandi città italiane. Sansone non usò mezzi termini nel descrivere quella che definì apertamente una persecuzione scolastica nei confronti dei figli del Sud, sostenendo che la scuola italiana dell'epoca sopportasse a stento questi bambini, tanto da spingerne circa il 40% tra le fila di chi veniva respinto o escluso ancor prima di concludere gli studi dell'obbligo. Secondo la sua analisi, era soprattutto lo strumento linguistico, cioè la difficoltà nel maneggiare correttamente l'italiano al posto del dialetto, a rendere possibile questa massiccia emarginazione scolastica.

Il dibattito su questi temi proseguì per tutto il decennio successivo. Negli anni Settanta, come ricostruisce sempre De Michele in un secondo studio dedicato al dibattito dell'area comunista dell'epoca, le classi differenziali vennero finalmente sottoposte a critiche aspre. Eppure, nonostante questa presa di distanza, il razzismo che aveva alimentato quel sistema non fu mai davvero riconosciuto come tale nel dibattito pubblico di allora, restando spesso relegato a una questione di semplice arretratezza sociale o di difficoltà di adattamento, più che di pregiudizio strutturale.

I bambini nascosti degli emigrati italiani in Svizzera

Un capitolo altrettanto significativo, e per molto tempo dimenticato, riguarda i figli degli emigrati italiani che si trasferirono in Svizzera nello stesso periodo. Lo storico Paolo Barcella, che ha dedicato ricerche approfondite al fenomeno, li ha definiti con un'espressione entrata ormai nel linguaggio comune: i bambini nascosti. Molti lavoratori italiani emigrati oltralpe con permessi di soggiorno stagionali non potevano infatti portare legalmente con sé i propri figli, e si trovarono così costretti a nasconderli alle autorità elvetiche, spesso vivendo per anni in condizioni di segregazione domestica, lontani dalla scuola e dai coetanei.

Anche in questo contesto, non mancarono giudizi severi nei confronti delle famiglie, accusate di tenere i figli in condizioni precarie o di non garantire loro un'educazione adeguata. Ma anche qui, dietro quelle critiche, si nascondeva la stessa realtà di fondo: erano le norme sull'immigrazione stagionale a impedire ai genitori di vivere apertamente con i propri figli, costringendoli a scelte drammatiche pur di non perdere un lavoro necessario alla sopravvivenza della famiglia. Non era mancanza di cura, ma l'assenza di qualsiasi diritto riconosciuto a chi migrava per lavorare, unita a turni di fabbrica massacranti che lasciavano ben poco spazio alla vita familiare. Questa vicenda, per decenni rimasta ai margini della memoria collettiva italiana, è stata raccontata anche attraverso opere culturali diventate un punto di riferimento, come lo spettacolo teatrale "Italiani Cìncali" di Mario Perrotta e il celebre film "Pane e Cioccolata" di Franco Brusati, che mise in scena in modo crudo le difficoltà di integrazione degli emigrati italiani in territorio svizzero.

Un parallelo che continua a far discutere

Mettere a confronto queste storie con l'attualità non significa negare le differenze, oggettive e importanti, tra i fenomeni migratori di allora e quelli di oggi. Significa piuttosto riconoscere quanto certe dinamiche linguistiche e sociali tendano a ripetersi nel tempo, comprese le accuse di negligenza familiare che, tanto ieri quanto oggi, spesso ignorano il contesto economico reale in cui vivono le famiglie coinvolte. Oggi, secondo gli ultimi dati raccolti dal Ministero dell'Istruzione, nelle scuole italiane sono presenti oltre 629mila bambini stranieri, di cui quasi 200mila nati direttamente in Italia. Le difficoltà di inserimento linguistico, la fatica di sentirsi pienamente accolti, e persino alcune espressioni usate per descrivere una presunta "incapacità di adattamento" o una scarsa attenzione familiare, ricalcano da vicino il linguaggio utilizzato sessant'anni fa nei confronti dei bambini calabresi, siciliani o pugliesi trasferitisi al Nord, o dei figli degli emigrati nascosti in Svizzera.

La memoria di quegli anni, riportata alla luce da storici e ricercatori, offre oggi uno strumento prezioso per chi lavora quotidianamente con l'integrazione scolastica dei bambini stranieri. Riconoscere che l'Italia ha già attraversato, al proprio interno, una stagione fatta di classi differenziali, bambini definiti disadattati e famiglie ingiustamente accusate di negligenza quando in realtà lottavano contro la povertà, può aiutare a guardare con maggiore consapevolezza alle sfide di oggi, evitando di ripetere gli stessi errori di giudizio che, con il senno di poi, la storia ha già ampiamente condannato.




Marcello Tansini

Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...