Dopo una carriera in banca e la pensione a 60 anni, Massimo ha scelto di tornare al lavoro come fattorino nelle consegne notturne. Tra il rimpianto per le 40 ore in banca e la sua voglia di non fermarsi, racconta una vita senza riposo.
Alle cinque e venti del mattino, Massimo è già in cucina. Mette su il caffè, controlla il telefono e apre la finestra per capire se servirà una giacca più pesante. Un’ora dopo sarà al panificio a caricare il furgone. A settant’anni è tornato a lavorare: quattro mattine alla settimana fa il fattorino, consegnando pane e prodotti da forno a bar, alimentari e ristoranti.
Per oltre quarant’anni aveva lavorato come tecnico in una fabbrica di componenti meccanici. Conosceva le macchine, i colleghi, perfino i rumori che annunciavano un guasto. Quando, a 65 anni, è arrivato il momento della pensione, aveva immaginato una vita diversa: niente sveglia prima dell’alba, più tempo per leggere, qualche viaggio breve e la possibilità di andare a prendere i nipoti a scuola.
I primi mesi sono andati proprio così. Massimo ha sistemato la casa, ha ripreso a frequentare un vecchio amico e ha imparato a godersi il pranzo senza guardare l’orologio. Poi ha cominciato a fare i conti con giornate che gli sembravano troppo lunghe e con spese che lasciavano sempre meno margine. «Pensavo di essere pronto a smettere. Forse lo ero per il lavoro che facevo, ma non per smettere di lavorare del tutto», racconta.
La frase gli è sfuggita una sera, dopo aver pagato una riparazione all’auto. «Non dovevo andare in pensione», ha detto alla figlia. Lei gli ha fatto notare che in fabbrica tornava spesso a casa esausto e che negli ultimi anni aspettava le ferie con crescente impazienza. Massimo lo sa. Eppure, quando guarda il saldo del conto, pensa allo stipendio che non entra più ogni mese.
La sua pensione copre le spese ordinarie, ma gli imprevisti richiedono attenzione. Una visita dal dentista, un elettrodomestico da sostituire o una bolletta più alta del previsto cambiano i programmi delle settimane successive. C’è anche la figlia, che cresce due bambini e attraversa un periodo di lavoro discontinuo. Massimo vuole poterle dare una mano senza dover scegliere, ogni volta, a quale altra spesa rinunciare.
Il denaro, però, spiega solo una parte della decisione. Nei pomeriggi trascorsi da solo in casa, Massimo ha cominciato a sentire la mancanza delle persone con cui lavorava. Gli mancava avere una responsabilità precisa, sapere che qualcuno aspettava il suo intervento e tornare a casa con un problema risolto. «Alla fine della giornata ero stanco, ma sapevo raccontare che cosa avevo fatto. Dopo la pensione, certe sere non ci riuscivo», dice.
Un giorno, durante una consegna, Massimo ha incontrato un ex collega della fabbrica. Anche lui è in pensione, ma riempie le giornate con l’orto e i viaggi che prima rimandava. Si sono fermati a parlare davanti al bar e Massimo ha capito che non esiste un unico modo di vivere gli anni dopo il lavoro. «Lui sta bene così. Io avevo bisogno di tornare a fare qualcosa», dice. Quel breve incontro lo ha aiutato a mettere a fuoco il suo rimpianto: non aver lasciato la fabbrica, dove la fatica era diventata eccessiva, ma aver creduto di poter passare senza difficoltà da giornate piene a giornate senza impegni.
È stato il proprietario di un panificio del quartiere a parlargli delle consegne. Cercava una persona affidabile per il giro del mattino: qualcuno che conoscesse le strade, rispettasse gli orari e sapesse gestire i piccoli cambiamenti richiesti dai clienti. Massimo ha chiesto di vedere il percorso, ha accompagnato per due giorni il fattorino che stava lasciando il posto e infine ha deciso di provare.
All’inizio temeva soprattutto di non reggere il ritmo. Da tecnico era abituato a muoversi per molte ore, ma non a salire e scendere dal furgone con le cassette in mano. Ha chiesto che il giro restasse entro dimensioni sostenibili e ha concordato quattro mattine di lavoro, dalle sei alle dieci. Le consegne ai locali più vicini vengono prima; quelle ai ristoranti arrivano quando le cucine iniziano a preparare il servizio.
Il primo errore è arrivato al terzo giorno: due cassette destinate a clienti con nomi simili erano finite sul furgone nell’ordine sbagliato. Massimo ha telefonato al panificio, è tornato indietro e ha completato il giro in ritardo. «Mi sono arrabbiato come mi succedeva in fabbrica. Poi ho scritto gli indirizzi su un foglio più grande», ricorda. Da allora prepara la lista delle consegne la sera prima e controlla il carico insieme al fornaio.
La figlia, all’inizio, era preoccupata. Conosceva la fatica degli ultimi anni in fabbrica e temeva che il padre avesse accettato un lavoro troppo pesante per aiutarla. Massimo le ha spiegato che il bisogno di guadagnare ha contato nella sua decisione, ma non è stato l’unico motivo: voleva tornare a uscire di casa con un compito preciso e incontrare persone durante la giornata. I due hanno trovato un accordo anche su questo: lui le dirà se la stanchezza diventerà eccessiva, lei eviterà di considerare le consegne una risposta alle difficoltà della famiglia. Per Massimo, poter scegliere quanto lavorare è la condizione che rende sostenibile il ritorno.
Quando Massimo arriva al lavoro, in laboratorio i forni sono accesi da ore. Il suo compito comincia con il controllo degli ordini: numero di cassette, nomi dei clienti e richieste particolari. Poi sistema tutto nel furgone secondo l’ordine delle fermate. Il primo bar vuole il pane prima di aprire; una piccola alimentari preferisce che le cassette siano lasciate vicino all’ingresso sul retro.
La consegna, ha scoperto, richiede più attenzione di quanto pensasse. Ci sono strade chiuse senza preavviso, clienti che cambiano quantità e mattine di pioggia in cui ogni sosta richiede qualche minuto in più. Massimo deve guidare, spostare i prodotti senza rovinarli e avvertire il panificio se qualcosa non torna. Gli piace il contatto con le persone, soprattutto quando un cliente trova il tempo per scambiare due parole.
A metà mattina, però, sente la fatica. Le mani sono meno rapide di un tempo e, quando rientra, ha bisogno di sedersi prima di occuparsi del resto della giornata. Ha imparato a non aggiungere consegne solo per dimostrare di potercela fare. Il proprietario del panificio conosce i suoi limiti e Massimo sa che ignorarli renderebbe difficile continuare. L’accordo funziona perché il giro ha orari definiti e lui può fermarsi quando il lavoro finisce.
Il compenso delle consegne gli permette di affrontare le spese impreviste con meno ansia. Qualche settimana fa ha pagato la riparazione della lavatrice senza intaccare i soldi che aveva messo da parte per il mese successivo. Quando la figlia ha avuto bisogno di aiuto per i libri dei bambini, ha potuto contribuire. È questo il risultato più concreto del suo ritorno al lavoro: un po’ di respiro economico.
Massimo continua comunque a chiedersi quanto a lungo vorrà fare il fattorino. Ha ripreso a lavorare perché lo ha scelto, ma non considera quella scelta definitiva. Se le consegne diventeranno troppo pesanti, chiederà di ridurre le mattine o smetterà. Non rimpiange ogni giorno il pensionamento: rimpiange soprattutto di aver pensato che il passaggio dal lavoro a tempo pieno a una vita senza alcun impegno professionale sarebbe stato semplice.
Quando dice «non dovevo andare in pensione», Massimo esprime quindi un dubbio più preciso. Forse avrebbe voluto trovare prima un modo per lavorare meno, conservando un’entrata aggiuntiva e un posto nella vita quotidiana degli altri. Oggi quel posto lo trova nel giro delle consegne. Alle dieci restituisce le chiavi del furgone, torna a casa e prepara il pranzo. Il pomeriggio è libero, e questa volta sa già che cosa farsene.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...