Quando manca la corrente Gabriele Vailati non può respirare. La sua storia a Sesto San Giovanni racconta un problema che riguarda migliaia di italiani dipendenti da dispositivi medici salvavita.
Era la sera del 25 giugno 2026 quando Lucia Mauro ha cominciato a chiamare. Ha chiamato ogni numero possibile. "Buonasera, sono la mamma di Gabriele Vailati. Da quattro ore siamo senza corrente e, quindi, senza la possibilità di usare il ventilatore con ossigeno". Quattro ore. Un tempo che per la maggior parte delle persone significa qualche disagio, qualche cibo nel frigorifero da buttare, qualche ora senza televisione. Per Gabriele, 31 anni, affetto da atrofia muscolare spinale — una malattia genetica neurodegenerativa che lo costringe a vivere con ventilazione assistita — quelle quattro ore erano una corsa contro il tempo. Leggo.it
I blackout che stavano colpendo Sesto San Giovanni, nel Milanese, non erano una novità. Ma quella sera avevano raggiunto un limite che non si poteva ignorare. A complicare la situazione, il fatto che l'energia elettrica per Gabriele non serve soltanto ad alimentare il ventilatore polmonare, che dispone di un'autonomia limitata di poche ore, ma serve anche al materasso antidecubito che gli permette di stare a letto senza sviluppare lesioni gravi. "Non posso nemmeno metterlo a letto", ha raccontato la mamma. "Per paura di non riuscire più a respirare durante la notte, Gabriele è rimasto sulla carrozzina, aspettando che tornasse la corrente". Gruppo SAE
La storia di Gabriele non è solo la storia di un blackout durato troppo. È la storia di un sistema che aveva fatto una promessa e non l'aveva mantenuta. "La patologia di Gabriele è stata segnalata alla Regione Lombardia proprio per la sua rarità e, quando l'ATS ha consegnato il ventilatore domiciliare, aveva allegato una comunicazione con cui si impegnava a fornire un generatore in caso di interruzione dell'energia elettrica. Cosa che non è mai avvenuta, tanto meno nei momenti di emergenza", ha spiegato Lucia.
Quando la corrente è mancata quella sera, Lucia ha fatto quello che fanno tutte le madri in una situazione impossibile: ha cercato aiuto ovunque. "Ho implorato che mi portassero un generatore. Nessuno mi ha saputo aiutare. L'unica risposta che ho ricevuto è stata quella di portare Gabriele in ospedale". Portare Gabriele in ospedale, nel mezzo di una notte di giugno, con un ventilatore a batteria che stava per esaurirsi. Come se fosse una soluzione semplice. Come se la responsabilità di un sistema che aveva promesso protezione potesse essere scaricata su una madre costretta a gestire da sola un'emergenza che non avrebbe dovuto verificarsi.
La storia di Gabriele Vailati illumina una realtà che l'Italia conosce ma preferisce non guardare troppo da vicino. Nel paese ci sono migliaia di persone che dipendono dall'elettricità per sopravvivere. Non in senso metaforico: in senso letterale. Ventilatori polmonari, concentratori di ossigeno, apparecchi per la dialisi domiciliare, pompe per infusione continua, monitor cardiaci. Dispositivi medici critici come i generatori di ossigeno e le apparecchiature per la dialisi domiciliare dipendono fortemente dall'elettricità. Per chi ha condizioni mediche, le conseguenze di un blackout possono essere ancora più gravi.
Il Ministero della Salute aveva affrontato il tema già nel 2011 con un decreto specifico che individuava le apparecchiature medico-terapeutiche alimentate ad energia elettrica necessarie per il mantenimento in vita di persone in gravi condizioni di salute. Un provvedimento importante, che riconosceva l'esistenza del problema. Ma riconoscere un problema e risolverlo sono cose molto diverse.
La Protezione Civile indica che in caso di blackout domestico con apparecchi medici elettrici, è necessario chiamare il 118 immediatamente. Una indicazione che ha senso in linea teorica, ma che nella pratica si scontra con la realtà di servizi di emergenza sotto pressione, con tempi di risposta che non sempre sono compatibili con l'autonomia limitata dei dispositivi medici domiciliari.
Il problema dei blackout e delle persone fragili non riguarda solo i casi estremi come quello di Gabriele. Chi ha ossigeno, dialisi domiciliare, terapie elettriche dipendenti è in pericolo serio già nelle prime dodici ore di un'interruzione prolungata. I piani di emergenza ASL si attivano ma sono sotto pressione.
Il rischio non è teorico. Il blackout più esteso della storia italiana risale al 28 settembre 2003, quando un guasto originato in Svizzera lasciò senza elettricità l'intero paese per ore. Il Piano di Emergenza per la Sicurezza del Sistema Elettrico, il PESSE, prevede che in caso di crisi del sistema elettrico nazionale possano essere attivate interruzioni pianificate, con criteri di rotazione tra le utenze e preavviso minimo di 30 minuti. Trenta minuti non bastano a mettere in sicurezza un paziente dipendente da ventilazione assistita, a trovare un generatore, a organizzare un trasporto d'emergenza.
Il rischio più grave riguarda i pazienti che dipendono da ventilatori polmonari, pompe per infusione continua, defibrillatori o sistemi di monitoraggio avanzato. Anche una breve interruzione può compromettere le funzioni vitali. Il
Quello che emerge dalla storia di Gabriele Vailati e di chi si trova nella sua stessa condizione è un sistema con lacune strutturali che nessuno ha ancora colmato davvero. Le ASL conoscono i pazienti con dispositivi salvavita domiciliari. I fornitori dei dispositivi sanno quali utenti dipendono da quella corrente. I Comuni sanno dove vivono le persone più fragili. Eppure quando la corrente manca, ognuno sembra aspettare che sia qualcun altro a intervenire.
La normativa esiste. Il decreto ministeriale del 2011 prevede che i gestori della rete elettrica siano informati della presenza di utenti con dispositivi salvavita, per dare loro priorità nel ripristino della corrente. Ma tra la norma e la sua applicazione concreta c'è spesso un vuoto che nelle emergenze diventa pericoloso.
Il problema si aggrava nei periodi estivi, quando le ondate di calore aumentano il consumo elettrico e con esso il rischio di sovraccarichi della rete. Proprio le ore più calde dell'estate — quelle in cui un ventilatore o un concentratore di ossigeno sono più necessari — sono anche le ore in cui il sistema elettrico è più fragile.
Le famiglie di persone come Gabriele chiedono cose concrete. Un generatore di emergenza fornito dall'ASL, come era stato promesso. Un numero diretto da chiamare in caso di blackout, diverso dal 118 generico. Un protocollo che preveda l'intervento prioritario presso le abitazioni con dispositivi salvavita registrati. Un sistema di allerta preventivo quando si prevede un'interruzione programmata.
Non sono richieste straordinarie. Sono la traduzione pratica di una responsabilità che lo Stato ha già riconosciuto formalmente e che fatica a trasformare in azioni concrete. Lucia Mauro, la mamma di Gabriele, quella notte di giugno ha tenuto il figlio sveglio sulla carrozzina per ore, in attesa che tornasse la corrente. Non è una storia che dovrebbe ripetersi. Eppure, finché le promesse resteranno tali e i protocolli resteranno sulla carta, il rischio è che si ripeta ancora.
Per Gabriele un blackout non è mai stato un disagio. È sempre stata una questione di vita o di morte. E lo stesso vale per migliaia di italiani che ogni sera vanno a letto sperando che la corrente non manchi.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...