Non conta solo lo stipendio: reddito, patrimonio e proprietà insieme spiegano davvero chi è povero, benestante o ricco in Italia.
Definire chi è povero, chi è benestante e chi è ricco in Italia non è mai una semplice questione di numeri assoluti. Dipende da dove si vive, da quante persone compongono il nucleo familiare, da quanto si guadagna ogni mese, ma anche, ed è l'aspetto spesso trascurato, da quanto patrimonio si possiede sotto forma di casa, terreni, risparmi e investimenti. Gli istituti di statistica e ricerca economica, in Italia e nel mondo, misurano da tempo questa distanza usando strumenti diversi, e mettere insieme i loro dati aiuta a costruire un quadro molto più realistico di quanto potrebbe sembrare a prima vista.
L'ISTAT distingue tra povertà assoluta e povertà relativa, due concetti che rispondono a domande differenti.
La povertà assoluta misura la capacità di acquistare un paniere di beni e servizi considerati essenziali (cibo, casa, salute, istruzione, trasporti)e la soglia cambia in base all'età dei componenti della famiglia, alla regione e al tipo di comune di residenza (area metropolitana, grande comune, piccolo comune). Un dato concreto: per una persona sola che vive in una grande città del Nord Italia, la soglia di povertà assoluta si aggira intorno ai 940 euro al mese; per una coppia nella stessa area, si sale a circa 1.320 euro. Queste cifre cambiano sensibilmente spostandosi al Sud o in comuni più piccoli, proprio perché il costo della vita non è uniforme sul territorio nazionale.
La povertà relativa, invece, non guarda a un paniere di beni ma alla distanza dal reddito "tipico" del Paese: una famiglia è considerata relativamente povera se il suo reddito netto equivalente è inferiore al 60% della mediana nazionale. È un indicatore che misura la disuguaglianza più che la sopravvivenza materiale, e per questo motivo può classificare come "povera" anche una famiglia che, altrove nel mondo, sarebbe considerata benestante.
Secondo l'ultimo rilevamento ISTAT sulle condizioni di vita, nel 2025 la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale in Italia è scesa al 22,6%, dal 23,1% dell'anno precedente — un lieve miglioramento che riguarda comunque 13,3 milioni di persone. Il dato è trainato dalla crescita dell'occupazione e da un parziale recupero del potere d'acquisto dopo due anni di contrazione reale dei redditi, ma resta un miglioramento fragile: i redditi familiari italiani, in termini reali, restano ancora il 4,9% inferiori ai livelli del 2007, prima della crisi finanziaria globale.
Il reddito medio netto delle famiglie italiane ha raggiunto i 39.501 euro annui nel 2024, con una crescita del 5,3% rispetto all'anno precedente secondo l'ISTAT. È una cifra che, divisa per dodici mesi, si traduce in circa 3.290 euro mensili netti per nucleo familiare, ma va letta con cautela, perché la media nasconde forti differenze: gli anziani che vivono soli, per esempio, nella metà dei casi non superano i 1.550 euro mensili, mentre le famiglie con componenti stranieri hanno un reddito mediano inferiore di quasi 6.000 euro rispetto a quelle composte solo da cittadini italiani.
Per quanto riguarda invece la soglia di un "buono stipendio" nel senso più colloquiale del termine, quello che permette di vivere senza difficoltà quotidiane, le stime del mercato del lavoro convergono su cifre diverse a seconda del profilo: secondo ManpowerGroup, un buono stipendio a inizio carriera si aggira sui 22.000 euro lordi annui, salendo tra i 35.000 e i 50.000 euro a metà carriera. Tradotto in termini pratici e quotidiani, un reddito che consenta una vita dignitosa senza troppe rinunce si colloca generalmente intorno ai 1.300 euro netti mensili per un single e ai 3.200 euro per una famiglia di quattro persone, in entrambi i casi considerando il peso di un affitto o di un mutuo da pagare.
È qui che il discorso cambia registro, perché guardare solo allo stipendio significa ignorare metà del quadro. Secondo la nota pubblicata da ISTAT in collaborazione con Banca d'Italia, alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività finanziarie e non finanziarie al netto delle passività, ammontava a 11.732 miliardi di euro, pari a un valore medio pro capite di circa 199.000 euro. Rispetto al 2023 si tratta di una crescita del 2,8% in valori correnti, il livello più alto mai registrato dal 2005.
Ma questa media, come spesso accade quando si parla di ricchezza, è ingannevole. Un'analisi di Oxfam basata su dati del 2025 ha calcolato che il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede oltre otto volte la ricchezza detenuta dalla metà più povera della popolazione. È un divario che si spiega soprattutto con la concentrazione dei patrimoni immobiliari e finanziari nei ceti più alti, e con un sistema fiscale che per decenni ha favorito l'accumulo di ricchezza attraverso una tassazione contenuta su successioni e patrimoni, un tema oggi al centro del dibattito economico e politico anche a livello internazionale.
Le due componenti principali della ricchezza delle famiglie italiane restano gli immobili (case, terreni) e le attività finanziarie (depositi, titoli, fondi, riserve assicurative). Nel 2024 il valore degli immobili è cresciuto dell'1,9%, sostenuto dal terzo anno consecutivo di rialzo dei prezzi delle case, mentre le attività finanziarie sono aumentate del 3,6%, spinte soprattutto dall'andamento positivo di fondi comuni e titoli. Un aspetto interessante, e poco raccontato, è che questa crescita nominale del patrimonio non equivale automaticamente a un miglioramento del benessere reale: se si corregge il valore della ricchezza netta per l'inflazione, quest'ultima resta ancora inferiore di oltre il 5% rispetto al 2021, proprio a causa della forte inflazione registrata nel 2022.
Mettendo insieme reddito e patrimonio, il quadro che emerge è più articolato di quanto suggerirebbe un singolo numero. Una persona può avere uno stipendio modesto ma un patrimonio immobiliare consistente (una casa di proprietà senza mutuo, magari ereditata, più un terreno), oppure un reddito alto ma pochissimi risparmi accumulati, per esempio a causa di un affitto elevato o di un mutuo pesante. Per questo l'ISTAT stessa considera reddito e patrimonio come due facce della stessa medaglia, da leggere sempre insieme: guardare solo alla busta paga, senza considerare cosa si possiede, restituisce un'immagine parziale e spesso fuorviante della propria posizione economica reale.
Anche il concetto di "buona pensione" segue una logica simile: secondo le analisi più recenti sul tema, per vivere davvero bene in Italia una volta smesso di lavorare servirebbero almeno 2.000 euro netti al mese — una soglia che, per quanto teoricamente raggiungibile, resta fuori dalla portata della maggior parte dei pensionati italiani, la cui pensione media si attesta su cifre sensibilmente più basse.
Fin qui il quadro istituzionale. Ma chi legge questo articolo probabilmente si sta ponendo una domanda più diretta: quanto serve, in cifre, per essere considerati benestanti o ricchi in Italia? Qui bisogna essere onesti su un punto: non esiste una soglia ufficiale stabilita da ISTAT o da un ente governativo che risponda a questa domanda in modo definitivo. Quello che esiste sono le stime convergenti di analisti finanziari, società di consulenza patrimoniale e osservatori del settore, che pur non avendo valore normativo offrono un punto di riferimento coerente.
Se si isola il patrimonio netto. cioè la somma di immobili, risparmi e investimenti, al netto di eventuali debiti e mutui residui, le fonti di finanza personale convergono su una fascia abbastanza precisa:
Vale la pena sottolineare, infine, che queste soglie, a differenza di quelle di povertà calcolate dall'ISTAT, restano stime di mercato, utili per orientarsi ma prive di qualunque valore normativo o fiscale. Non esiste, per esempio, una dichiarazione dei redditi o un modulo ISEE che classifichi automaticamente qualcuno come "benestante" o "ricco": queste categorie restano, in fondo, costruzioni convenzionali che il settore della finanza personale utilizza per orientare consulenza e prodotti di investimento, più che criteri con cui lo Stato italiano distingue i propri cittadini.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...