Un 51enne triestino è a processo a Verona per tentata estorsione. Chiedeva 100mila euro alla Zuegg minacciando i prodotti alimentari con solfato di tallio. Ecco come è stato scoperto.
C’è un video che mostra un uomo comprare un barattolo di marmellata, aprirlo, manomettere il contenuto e richiudere tutto con cura per far sembrare il sigillo intatto. Quel filmato, mandato all’azienda per dimostrare che la minaccia era vera, è finito per diventare una delle prove più pesanti in un processo per tentata estorsione iniziato a Verona. Al centro c’è un 51enne di Trieste accusato di aver chiesto 100mila euro alla Zuegg, storico marchio italiano delle confetture, minacciando di mettere in circolazione vasetti avvelenati con solfato di tallio.
Una storia che fa riflettere sulla vulnerabilità della filiera alimentare, sulla reazione delle aziende e sul modo in cui, nell’era digitale, anche chi si nasconde dietro una casella email anonima lascia tracce. Vediamo cosa è emerso finora.
L’udienza è iniziata martedì 20 ottobre davanti al giudice Luciano Gorra, presso il tribunale di Verona. L’imputato, David Sirca, 51 anni, di Trieste, risponde di tentata estorsione per fatti che risalgono al 2022. Come sempre in questi casi, vale la presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva: quanto raccontato finora è la ricostruzione dell’accusa.
In aula è stato ascoltato Silvano Groppi, legale rappresentante della Zuegg, che aveva presentato denuncia ai carabinieri. Il suo racconto ha ripercorso i giorni in cui l’azienda, con sede a Verona, si è trovata sotto minaccia. «Avevamo ricevuto delle mail in cui ci veniva intimato di pagare delle somme di denaro importanti», ha spiegato in sostanza, se l’azienda non voleva che finissero nei supermercati vasetti di marmellata avvelenati.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, tutto comincia con tre email inviate alla Zuegg da un mittente che si presentava come Alessio Ferrari, un nome che gli inquirenti ritengono fittizio. Il contenuto era chiaro: 100mila euro da versare, altrimenti i vasetti destinati alla vendita sarebbero stati contaminati.
La Zuegg ha fatto una scelta precisa: non cedere al ricatto. Nessuna trattativa, nessun pagamento. L’azienda ha ignorato i messaggi e si è rivolta alle autorità, seguendo la strada che gli esperti di sicurezza consigliano in situazioni del genere, perché pagare un estorsore non garantisce la fine delle minacce e rischia di incoraggiarlo.
La situazione cambia pochi giorni dopo. All’azienda arrivano altre due email. Questa volta il mittente sostiene di aver già agito, contaminando un vasetto di marmellata all’interno di un supermercato Conad della Val di Fassa, in Trentino. A sostegno dell’affermazione viene allegato un video.
Le immagini mostrano una persona che:
L’effetto è stato immediato. La segnalazione ha fatto scattare l’allarme e ha portato al ritiro dei vasetti dal punto vendita. Non solo: diverse catene della grande distribuzione hanno tolto i prodotti dagli scaffali in via precauzionale, con un danno economico significativo per l’azienda, come ha riferito in aula il rappresentante legale. È il meccanismo tipico di questo genere di ricatti: anche se il veleno non dovesse esserci, la sola minaccia credibile basta a paralizzare una filiera.
Da cosa è stato tradito l’uomo che pensava di restare anonimo? La risposta, stando a quanto riportato, è nella tecnologia che avrebbe dovuto proteggerlo. L’indagine è partita dalla denuncia della titolare del maneggio e dagli accertamenti dei carabinieri, che hanno ricostruito i collegamenti tra i vari episodi. Gli investigatori sarebbero risaliti alla rete privata virtuale (VPN) utilizzata dall’indagato per inviare le email, riuscendo a individuare anche le comunicazioni indirizzate alle aziende veronesi.
Il quadro è quello di un ricattatore che si affida a strumenti di anonimizzazione: indirizzi email diversi, pseudonimi, VPN. Ma ogni elemento, preso singolarmente, può diventare un tassello. Le email inviate in momenti ravvicinati, lo stile delle richieste, le modalità di contaminazione mostrate nei video e la ripetizione dello schema ai danni di aziende diverse hanno permesso agli inquirenti di collegare i fatti. Come sintetizzano le cronache, a incastrarlo sarebbero stati le email e i filmati: gli stessi strumenti che doveva usare per rendere credibili le minacce sono diventati il filo da seguire per arrivare a lui.
C’è poi un paradosso ricorrente nei ricatti di questo tipo: per convincere la vittima serve mostrare qualcosa, e mostrare significa lasciare una traccia. Un video, un’immagine, un dettaglio ripreso per errore possono essere analizzati per ricavare informazioni su luoghi, orari e abitudini.
Le cronache degli anni scorsi riportano di altre vicende, riconducibili allo stesso imputato, di minacce di avvelenare prodotti alimentari e bevande nella grande distribuzione, con richieste di denaro ad aziende italiane, e di un procedimento celebrato davanti al tribunale di Roma. Si tratta di procedimenti distinti, che vanno tenuti separati da quello in corso a Verona, dove l’imputato deve essere giudicato solo per i fatti che gli vengono contestati in questa sede.
La condotta dell’azienda veronese è un esempio di gestione corretta di una crisi:
Il processo è appena entrato nel vivo con le prime testimonianze e proseguirà nelle prossime udienze, nelle quali verranno approfondite le contestazioni e le eventuali responsabilità dell’imputato. Saranno decisivi l’esame delle email, dei video e dei tracciamenti informatici raccolti dai carabinieri, oltre alle testimonianze dei rappresentanti delle aziende coinvolte. Alla difesa spetterà, come in ogni procedimento, il compito di contestare la ricostruzione dell’accusa.
Resta il fatto che questa vicenda, a distanza di qualche anno dai fatti del 2022, riporta l’attenzione su un rischio che riguarda tutti: un ricatto portato a termine con pochi strumenti, una casella email, una VPN e uno smartphone, che può mettere in difficoltà un’intera filiera. E dimostra che, nonostante tutte le precauzioni, la rete non garantisce l’impunità.
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...