La storia di un uomo assolto dopo aver evitato pedaggi per 14mila euro svela il funzionamento del trucco della scia, lacune giuridiche, precedenti simili e le interpretazioni legali.
Viaggi senza soluzione di continuità sulle autostrade italiane, senza mai versare un euro, eppure riuscendo a evitare qualsiasi condanna penale. È quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Pesaro, che ha assolto un 35enne di origini moldave accusato di aver eluso i pedaggi per una somma superiore ai 14.000 euro. L'uomo, reo confesso di aver attraversato i caselli ripetutamente senza effettuare il pagamento, era finito alla sbarra con l'accusa di truffa aggravata.
Il caso assume una portata importante: in un solo mese sono stati documentati 18 viaggi non autorizzati per oltre 1.000 euro di pedaggi in varie località della costa adriatica. Tuttavia, il quadro si complica ulteriormente perché le indagini hanno evidenziato una serialità del comportamento, con numerose altre denunce lungo la penisola. Si tratta di una storia che mette in luce quanto sia complesso tutelare gli interessi della concessionaria autostradale contro chi, sfruttando le criticità dei sistemi automatici di pagamento, riesce a eludere i controlli.
L'espediente utilizzato per non pagare i pedaggi è diventato noto come trucco della scia. Questa tecnica consiste nel avvicinarsi pericolosamente al veicolo che precede (quello con Telepass attivo), sfruttando l'apertura della sbarra elettronica comandata dal sistema di rilevamento. In pratica, il soggetto resta incollato al paraurti dell'auto davanti, attraversando il varco prima che la barriera venga richiusa dal sensore.
Questo comportamento, noto anche come tailgating, richiede un tempismo perfetto: attendere che il veicolo regolare attivi il Telepass, far scattare l'apertura e passare prontamente sfruttando il ritardo di chiusura, previsto per ragioni di sicurezza:
Il successo di questo artificio dipende da due elementi: il difetto (necessario) di rapidità nella chiusura delle sbarre e l'audacia di chi decide di aggirare le regole. Non si tratta solo di un comportamento scorretto nei confronti delle società autostradali, ma anche di un serio rischio per la sicurezza stradale.
Il procedimento penale avviato a carico del 35enne ha subito, fin dall'inizio, una serie di complessità investigative. L'automobile utilizzata recava targa lituana, ma era intestata a un cittadino rumeno residente in Romania. Questo intreccio internazionale ha reso molto difficile attribuire con certezza la responsabilità dei passaggi fraudolenti.
Le forze dell'ordine hanno impiegato settimane a collegare l'identità del sospettato ai veicoli coinvolti. In almeno una occasione il 35enne è stato fermato a bordo della vettura incriminata, ma le telecamere dei caselli non sono riuscite a catturare immagini nitide del volto alla guida. Pertanto, nonostante la targa fosse chiaramente riconoscibile, mancava la prova fondamentale relativa all'identità del conducente durante ciascun episodio contestato:
Questo spiega la difficoltà di ottenere condanne definitive nei casi in cui i mezzi siano intestati a soggetti non presenti sul territorio nazionale o non identificabili in modo sicuro.
Il processo davanti al Tribunale di Pesaro si è chiuso con una assoluzione piena per l'uomo sotto accusa. Nonostante l'accumulo di denunce e il debito complessivo di oltre 14.000 euro nei confronti di Autostrade, la decisione del giudice si è fondata sulla mancanza di prove certe circa l'identità del conducente nei singoli passaggi contestati.
Durante il dibattimento, secondo quanto riferito, l'avvocato difensore ha evidenziato che non vi è certezza che fosse proprio il suo assistito alla guida in tutte le occasioni. La documentazione di una sola fermata su molte non basta, in assenza di identificazione personale immediata o immagini inequivocabili raccolte nei varchi autostradali. Questa linea difensiva è stata accolta dal giudice, che ha evidenziato il seguente passaggio motivazionale:
Quello del 35enne moldavo non è un caso isolato nel panorama delle elusioni dei sistemi di pagamento autostradale. Si registrano diversi precedenti, che illustrano l'efficacia della scia e le difficoltà legali a perseguire penalmente questi comportamenti:
Dal punto di vista normativo, il comportamento noto come tailgating assume una rilevanza particolare. Secondo l'orientamento della Corte di Cassazione (sentenza n. 27168/2025), il superamento delle barriere di pagamento dietro al veicolo che ha regolarmente attivato la sbarra rappresenta un reato di truffa ai danni della concessionaria autostradale.
La Corte distingue con precisione tra:
Secondo la Corte, la condotta penalmente rilevante non dipende dalla entità o dalla ripetizione del singolo episodio, ma soprattutto dalla natura fraudolenta, ovvero dalla presenza di accorgimenti artificiosi per eludere i pagamenti. Pertanto, anche un solo episodio, se sufficientemente ingannevole, può integrare il reato di truffa (art. 640 c.p.). Allo stesso modo, il gestore può agire sia in sede penale che civile per tentare il recupero delle somme, ferma restando la necessità di fornire prove certe circa l'identità del responsabile.
Sebbene la sentenza del Tribunale di Pesaro abbia condotto a un'assoluzione, chi si avventura in simili comportamenti resta esposto a rischi significativi. Dal punto di vista giuridico, la giurisprudenza della Cassazione è ormai chiara nell'inquadrare il tailgating come truffa, con tutte le implicazioni che ne derivano:
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...