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Un medico di famiglia racconta la giornata tipo di un ambulatorio in una grande città: quante persone vede davvero in otto ore di lavoro

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di Dott.ssa Sara Melchionda pubblicato il

La quotidianità di un medico di famiglia in città: tra numerosi pazienti, carichi di lavoro crescenti, evoluzione della professione e nuove sfide, il racconto di una figura cardine per la salute urbana

La figura del medico di famiglia rappresenta il primo presidio di salute per milioni di cittadini che vivono nei grandi centri urbani. Nelle strade brulicanti delle città, dove l’anonimato e la velocità sono all’ordine del giorno, l’ambulatorio del medico di medicina generale continua a svolgere una funzione insostituibile, garantendo una presa in carico continua della salute di intere famiglie, spesso attraverso più generazioni. Il ruolo di coordinatore terapeutico attribuito al medico di base si traduce nell’integrazione con specialisti e servizi ospedalieri, rappresentando un punto di accesso familiare e conoscitivo, in grado di riconoscere sia i bisogni clinici acuti sia quelli legati alle malattie croniche e alla fragilità sociale. Questo modello, pur messo a dura prova dai cambiamenti demografici e da una crescente complessità assistenziale, rimane un riferimento per la sicurezza sanitaria dei cittadini e per la sostenibilità del sistema sanitario nazionale.

Una giornata tipo in ambulatorio: organizzazione e numero di pazienti

La giornata lavorativa del medico di medicina generale inizia molto prima dell’orario di apertura ufficiale. I preparativi coinvolgono la revisione delle cartelle cliniche, la verifica di richieste urgenti e la programmazione delle visite, sia ambulatoriali che domiciliari. L’ambiente cittadino amplifica la varietà di casi affrontati: si va dalle visite preventive e consulti per piccoli disturbi, alla gestione di pazienti cronici e richieste di esami diagnostici, all’emissione di certificati indispensabili.

Una tipica giornata lavorativa, considerando un turno di otto ore, può arrivare a includere tra le 35 e le 50 visite complessive, tra appuntamenti programmati, accessi urgenti e consulenze telefoniche. Questo dato varia in base a stagionalità, presenza di patologie acute e periodi di influenza, ma nelle grandi città, dove il massimale di assistiti spesso supera le 1500 unità per medico, i numeri sono decisamente superiori rispetto alle aree rurali. Il sovraccarico organizzativo è accentuato dalla gestione di documentazione digitale, dalle prescrizioni (inclusi farmaci e richieste per visite specialistiche), dall’invio di certificati di malattia INPS online e dal coordinamento con le figure di continuità assistenziale come infermieri e specialisti del territorio.

Durante la mattina, l’afflusso più intenso riguarda l’accesso diretto in ambulatorio. Seguono le visite su appuntamento, spesso riservate ai pazienti cronici, ai bambini e agli anziani. Il medico deve alternare momenti di ascolto empatico alla necessità di rispettare i tempi stretti: le visite hanno una media di 10-15 minuti ciascuna, spesso ridotte in caso di urgenze. Nel pomeriggio, spazio ai consulti telefonici e alle richieste amministrative, come il rinnovo di terapie e la trasmissione di documentazione.

Una parte importante della giornata è dedicata alle visite a domicilio, riservate soprattutto a pazienti non deambulanti, fragili o con ridotta mobilità. Queste richiedono uno sforzo supplementare in termini di tempo e capacità organizzativa, ma rappresentano un vero valore aggiunto del modello italiano. In media, un medico di base in città effettua 2-7 visite domiciliari a settimana, con picchi in particolari periodi dell’anno.

Non va dimenticato il carico burocratico sempre crescente: la compilazione della cartella elettronica e l’adeguamento alle normative in continuo aggiornamento, dalle prescrizioni dematerializzate alle nuove disposizioni sulle Case di Comunità, occupano una quota significativa della giornata, spesso protratta oltre l’orario lavorativo. Una realtà che riflette l’elevata intensità e la responsabilità professionale del lavoro ambulatoriale in città.

Tra straordinari non retribuiti, burocrazia e reperibilità telefonica, molti medici di famiglia superano quindi le 10-11 ore di lavoro effettivo.

Il tempo che manca davvero

Il problema, secondo molti medici, non è solo il numero di pazienti, ma la qualità del tempo dedicato a ciascuno. Con 7-8 minuti a disposizione per paziente, il rischio è di trasformare la visita in una sequenza di domande veloci, senza lo spazio per ascoltare davvero. Eppure il medico di famiglia dovrebbe essere il primo filtro, quello che intercetta i problemi prima che diventino gravi.

Per gestire il carico, molti ambulatori hanno introdotto strategie organizzative che permettono di guadagnare tempo prezioso:

  • Fasce orarie dedicate a specifiche tipologie di visita (controlli di routine, rinnovi di terapie croniche, prime visite), per evitare sovrapposizioni caotiche.
  • Prenotazione online delle ricette ripetibili, così da non dover impegnare uno slot di visita per pratiche puramente amministrative.
  • Personale di segreteria o infermieristico che filtra le richieste telefoniche e smista le urgenze reali da quelle differibili.
  • Collaborazione con specialisti e case della comunità, per condividere il carico su pazienti con patologie croniche complesse.

Le sfide della medicina di famiglia nelle grandi città: carichi di lavoro, accessibilità e cronicità

Nel contesto urbano, il medico di medicina generale si trova a gestire una domanda di salute eterogenea e voluminosa. Tra le principali sfide si evidenziano:
  • Carico di lavoro elevato: Il numero di assistiti per medico spesso supera i livelli raccomandati, complice il pensionamento dei colleghi non sempre seguito da nuove assegnazioni. Molti ambulatori devono assorbire la domanda lasciata scoperta.
  • Difficoltà di accesso: In molte città, soprattutto nelle zone periferiche e ad alta densità, trovare un medico di famiglia disponibile rappresenta spesso un ostacolo pratico per numerose famiglie. Questo può comportare ritardi nell’accesso alle cure e un maggiore ricorso ai pronto soccorso.
  • Gestione delle cronicità: L’età media della popolazione è sempre più alta e le malattie croniche (diabete, ipertensione, BPCO, scompenso cardiaco) assorbono una quota crescente dell’attività del medico. La presa in carico continua e personalizzata dei pazienti cronici, secondo fonti della letteratura internazionale, può ridurre fino al 25% la mortalità e diminuire i ricoveri ospedalieri, ma richiede una grande disponibilità di tempo, risorse e coordinamento multidisciplinare.
  • Sfide linguistiche e culturali: L’incremento di pazienti di origine straniera, accompagnato da barriere linguistiche e differenze culturali, richiede al professionista ulteriori capacità relazionali e maggiore flessibilità nell’approccio clinico e comunicativo.
  • Pressioni burocratiche: L’aumento delle richieste amministrative e l’introduzione di nuovi strumenti digitali, se da un lato migliorano la tracciabilità, dall’altro rappresentano fonti aggiuntive di fatica e rischio di burnout.
La combinazione di questi fattori rende la professione particolarmente esigente nei contesti urbani, dove il rischio di sovraccarico lavorativo è elevato e, di riflesso, la qualità delle cure può risentirne se la risposta istituzionale non è rapida e coordinata.

L’evoluzione della professione tra riforme, case di comunità e nuove responsabilità

Negli ultimi anni il ruolo del medico di medicina generale nelle città è stato oggetto di profondi cambiamenti strutturali. Le recenti riforme, guidate dal Ministero della Salute e in attuazione degli obiettivi del PNRR, hanno introdotto l’obbligo di presenza nelle nuove Case di Comunità: strutture territoriali multidisciplinari pensate per favorire la presa in carico integrata e decongestionare i pronto soccorso.

Da giugno 2026, secondo l’accordo nazionale sottoscritto da Fimmg e Fmt con Sisac, i medici di medicina generale dovranno garantire fino a sei ore settimanali all’interno di queste strutture, distribuite su tutto il territorio nazionale. Il sistema, se da una parte mira a rafforzare la medicina di prossimità e ad aumentare la disponibilità di prestazioni intermedie (visite, prelievi, esami diagnostici rapidi), ha incontrato la resistenza di alcune sigle sindacali, preoccupate per il rischio di riduzione del tempo da dedicare agli ambulatori tradizionali.

Il nuovo modello, che vede il progressivo affiancamento di medici ospedalieri (in via non esclusiva) all’interno delle stesse strutture, introduce un binario doppio: convenzione riformata e possibilità di lavoro subordinato con il Servizio Sanitario Nazionale. L’obiettivo è quello di attrarre giovani professionisti e garantire un ricambio generazionale, ma anche di integrare la gestione delle cronicità secondo modelli europei già sperimentati, come in Francia, Spagna e Germania.

Le nuove responsabilità ricadono anche sulla definizione delle ore di presidio, sulla loro distribuzione nella settimana e sulla programmazione coordinata da parte delle Aziende Sanitarie Locali. La stessa tariffazione oraria nazionale definita nei recenti accordi (38,72 euro/h più oneri) sancisce una maggiore omogeneità contrattuale, pur tra resistenze su autonomia e tutele. L’evoluzione normativa e organizzativa punta a una medicina sempre più integrata e personalizzata, con maggiori responsabilità sulla prevenzione, la gestione domiciliare e le attività di counseling terapeutico.




Dott.ssa Sara Melchionda

La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...