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La disoccupazione può essere negata se hai guadagnato in criptovalute?

La normativa sulla disoccupazione si intreccia con la tassazione delle criptovalute: chi percepisce guadagni da cripto può trovarsi a rischio diniego della NASpI. Aspetti fiscali, normativa e tutela legale

Autore: Marcello Tansini
pubblicato il
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Il rapporto tra il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione e gli eventuali profitti ottenuti tramite investimenti in criptovalute rappresenta una delle questioni più dibattute nel panorama legale, fiscale e sociale degli ultimi anni. Con la crescente diffusione delle monete digitali come Bitcoin, Ethereum e simili, sempre più cittadini si interrogano su come i cosiddetti redditi virtuali possano ripercuotersi sull’accesso a strumenti di sostegno come la NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego)
Le amministrazioni pubbliche e l’INPS hanno iniziato a considerare questi nuovi tipi di introiti nella valutazione globale della situazione reddituale del richiedente. Di conseguenza, capire se e quando la disoccupazione può essere negata in presenza di guadagni da criptovalute è diventato un tema di rilievo per lavoratori, consulenti e tutti gli operatori del diritto.

Requisiti per ottenere la NASpI e altre indennità di disoccupazione

La NASpI costituisce, in Italia, la principale misura di sostegno al reddito per i lavoratori che abbiano perso involontariamente la propria occupazione. Secondo le linee guida dell’INPS e la normativa vigente (D. Lgs. n. 22/2015), possono beneficiare della NASpI coloro che soddisfano una serie di requisiti:

  • Perdita involontaria del lavoro: esonera quindi chi si dimette volontariamente, fatta eccezione per le dimissioni per giusta causa o durante il periodo di maternità tutelata.
  • Stato di disoccupazione: bisogna risultare formalmente e oggettivamente disoccupati, ossia privi di ogni rapporto di lavoro subordinato e disponibili immediatamente a una nuova occupazione (art. 1 D. Lgs. n. 181/2000).
  • Requisiti contributivi: è richiesta la presenza di almeno 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti l’inizio della disoccupazione e almeno 30 giorni di lavoro effettivo nei dodici mesi che la precedono.
  • Disponibilità all’impiego: occorre iscriversi al centro per l’impiego, dare disponibilità al lavoro e aderire ai percorsi di Politiche Attive.

Condizioni di mantenimento della NASpI prevedono che il beneficiario non debba superare determinati limiti reddituali durante la percezione del sussidio (anche da attività autonoma od occasionale), ed è tenuto a comunicare tempestivamente eventuali variazioni della propria situazione economica e lavorativa. Il superamento delle soglie o l’omessa comunicazione possono comportare la decadenza dalla prestazione, come affermato da circolari INPS e numerosi provvedimenti amministrativi.

Sono previste analoghe condizioni di accesso e mantenimento anche per altre forme di sostegno alla disoccupazione come DIS-COLL (per collaboratori), ISCRO (per autonomi) e Assegno di Inclusione, sebbene ciascun istituto presenti peculiarità specifiche in termini di platea e requisiti. Resta sempre fermo il principio per cui ogni forma di reddito, stipendiato o alternativo, può influire sull’accertamento del diritto o sulla misura dell’indennità.

Come vengono considerati i guadagni da criptovalute dal punto di vista fiscale

Il capitolo della fiscalità delle criptovalute rappresenta una delle aree tecnicamente più complesse per i privati e le amministrazioni. Ai sensi della recente normativa, la detenzione e la movimentazione di valute virtuali sono diventate oggetto di monitoraggio da parte dell’Agenzia delle Entrate, in particolare con l’introduzione di nuove regole in tema di dichiarazione delle attività detenute all’estero e di tassazione delle plusvalenze generate da operazioni digitali.

  • Monitoraggio fiscale: la detenzione, anche a fini non speculativi, di criptovalute presso wallet esteri va dichiarata nel Quadro RW della dichiarazione dei redditi, analogamente a quanto avviene per gli assets finanziari detenuti all’estero.
  • Tassazione delle plusvalenze: la Legge di Bilancio 2023 (art. 1, c. 126-147, L. n. 197/2022) ha precisato che la cessione a titolo oneroso di criptovalute genera una plusvalenza tassabile se la giacenza media supera i 51.645 euro per almeno sette giorni lavorativi consecutivi nell’arco dell’anno fiscale. Le plusvalenze sono soggette a imposta sostitutiva del 26%.
  • Valore delle minusvalenze: eventuali minusvalenze sono deducibili nei limiti previsti dalla legge.
  • Accertamenti: l’assenza di dichiarazione può comportare sanzioni amministrative e, nei casi più gravi, profili di responsabilità di altro genere.

È importante notare che il reddito originato da criptovalute viene ormai assimilato, in molti casi, ai redditi di natura finanziaria: pertanto il profitto realizzato tramite la conversione in euro o altre valute «fiat», oppure l’utilizzo diretto delle criptovalute per acquisti, produce un incremento della capacità reddituale del soggetto che rileva anche ai fini di valutazioni in altri contesti (ad esempio ai fini ISEE, oppure per la valutazione di diritto a prestazioni sociali o previdenziali).

La giurisprudenza fiscale e gli orientamenti dell’Agenzia delle Entrate sono intervenuti più volte per specificare che la mera detenzione non è indice di reddito, ma la movimentazione e la cessione, se producono un differenziale positivo, costituiscono reddito tassabile; da qui la necessità di valutare caso per caso, ai fini della concessione della NASpI, la natura concreta dei flussi da criptovalute.

Motivi comuni di diniego della disoccupazione: il ruolo del reddito e le fonti alternative

Il reddito, in tutte le sue forme, rappresenta uno degli elementi cardine nella valutazione delle domande di indennità come la NASpI. L’INPS, nella prassi, esamina attentamente la condizione del richiedente, ponderando ogni entrata che possa mettere in dubbio “lo stato di bisogno” necessario per l’ottenimento della disoccupazione.

  • Lavoro in nero o non dichiarato: se emergono attività lavorative non denunciate, l’ente può disconoscere “lo stato di disoccupazione” e revocare la prestazione.
  • Redditi da lavoro autonomo od occasionale: sono ammissibili solo entro determinati limiti (solitamente 5.000 euro annui per le collaborazioni, ma soglia aggiornata periodicamente). Eventuali compensi superiori devono essere comunicati tempestivamente.
  • Fonti alternative di guadagno: la presenza di rendite (da locazioni, investimenti, ma anche trading su strumenti finanziari o cripto-attività) può essere ostativa, qualora ritenuta incompatibile con la finalità del sostegno.
  • Omissioni e difformità nella comunicazione: l’assenza di comunicazione di variazioni reddituali integra spesso motivazione di decadenza con effetti anche retroattivi (restituzione di quanto percepito indebitamente).

Nel caso delle criptovalute, la situazione è ancora più complessa. Laddove le movimentazioni, anche occasionali, generano flussi significativi, l’ente può sostenere che il richiedente sia di fatto un lavoratore autonomo o un titolare di fonti reddituali incompatibili con il sostegno. Ne deriva un elevato rischio di disoccupazione negata per motivi legati ai guadagni in criptovalute.

Da tenere presente anche che in molti casi la negazione della NASpI per altri motivi formali, errore nella domanda, dati anagrafici errati o difformità nelle comunicazioni, può essere sanata se dimostrato che la richiesta era fondata; tuttavia, in presenza di redditi alternativi, la perdita dell’assegno di disoccupazione può essere definitiva.

Cosa fare in caso di rifiuto della NASpI per redditi da criptovalute: guida alla contestazione

Nel caso in cui l’INPS rigetti la domanda di NASpI paventando entrate da criptovalute incompatibili con la disoccupazione, è essenziale adottare un percorso strutturato di contestazione. La procedura si articola in più fasi:

  • Verifica della motivazione: il rigetto va letto attentamente, per comprendere se il diniego dipenda dall’entità dei guadagni, dalla loro natura (investimenti episodici o attività abituale), o da errori nella presentazione dei dati.
  • Raccolta documentazione: occorre acquisire documenti che attestino la natura degli introiti: estratti conto dei wallet, tabulati di piattaforme crypto, movimenti bancari, dichiarazioni fiscali, insieme a ogni documento che consenta di dimostrare che l’attività non era lavorativa in senso professionale abituale ma finanziaria o saltuaria.
  • Domanda di riesame all’INPS: si può presentare istanza di riesame amministrativo, allegando tutte le prove che dimostrino l’infondatezza della presunta incompatibilità. Qualora, ad esempio, la somma incassata sia frutto della valorizzazione casuale di un vecchio investimento, e non di attività sistematica, è necessario evidenziare la natura non continuativa del guadagno.
  • Eventuale ricorso amministrativo: se il riesame è negato, si può adire il Comitato Provinciale INPS attraverso un ricorso amministrativo, argomentando la propria posizione con riferimenti normativi e documentali.
  • Ricorso giudiziale: in caso di nuovo insuccesso la sola strada praticabile resta il ricorso al Giudice del Lavoro; qui assume rilievo l’assistenza di un legale esperto in diritto del lavoro e di un consulente fiscale che possa ricostruire e rappresentare con chiarezza la storia reddituale del ricorrente.

Sul piano probatorio, il lavoratore dovrà dimostrare che il percepimento delle criptovalute non costituiva attività lavorativa abituale e che i flussi reddituali non superavano i limiti previsti per la cumulabilità con l’indennità. Sarà utile:

  • mettere in evidenza la sporadicità delle operazioni,
  • l’assenza di organizzazione professionale,
  • il carattere occasionale del profitto.

È consigliato presentare tutta la documentazione utile già nella fase amministrativa, per aumentare la possibilità di riesame positivo e prevenire ritardi processuali. Se invece la situazione è incerta o il valore degli investimenti è significativo, solo una valutazione caso per caso da parte dell’autorità competente potrà dipanare il dubbio.

Si ricorda infine che contro la decadenza si può fare ricorso, esibendo motivi di salute, familiari, mancanza di mezzi reali per altro impiego, in base a quanto previsto dalle più recenti disposizioni normative e dalle istruzioni applicative dell’Istituto.