Sempre più spesso lasciamo l'acqua in bottiglia di plastica esposta al sole o al caldo, sottovalutando i potenziali rischi legati al rilascio di sostanze chimiche, microplastiche e la crescita di alghe.
Basta una giornata afosa per ritrovarsi una bottiglia d'acqua di plastica abbandonata sul sedile dell'auto, sulla spiaggia o sul balcone. Un gesto frequente che, specie nell'estate ormai caratterizzata da ondate di caldo estremo e temperature che facilmente superano i 35 °C, appare innocente. Tuttavia poche persone si soffermano a riflettere sulle conseguenze concrete di questa abitudine. Si tende a pensare che bere da questi contenitori non abbia particolari effetti negativi ma, secondo quanto emerge dalle ricerche, come quelle dell'Arizona State University, di OMS e EFS, alcuni rischi correlati alla qualità dell'acqua e alla salute dei consumatori esistono. Comprendere come il calore possa trasformare un semplice gesto quotidiano in una potenziale insidia è il primo passo verso una scelta più consapevole durante i mesi più caldi. Uno studio pubblicato su Science Advances ha poi mostrato che microscopiche bolle d'aria che si formano su plastica a contatto con acqua possono erodere la superficie e rilasciare micro e nanoplastiche, e che una singola bottiglia di polipropilene esposta ad acqua calda ha rilasciato più particelle per centimetro quadrato rispetto a condizioni normali. Buono per la parte "cosa succede fisicamente al calore".
Dietro un'apparente semplicità, il processo che può comportare il passaggio di sostanze nocive dalla plastica nell'acqua si basa su fenomeni chimico-fisici complessi. La maggior parte delle bottiglie utilizzate per le acque minerali è realizzata in polietilene tereftalato (PET), materiale ampiamente diffuso per la sua leggerezza e praticità. Tuttavia, l'esposizione al calore e alla luce solare accelera la cosiddetta migrazione o lisciviazione di alcuni composti chimici dalla plastica al liquido contenuto, spesso non percepibile a occhio nudo.
Tra le principali sostanze potenzialmente rilasciate dal PET vi sono:
Nel corso degli anni, numerose ricerche scientifiche hanno indagato il comportamento delle bottiglie in PET esposte a varie temperature. Uno dei contributi arriva dall'Arizona State University, che nel 2008 ha condotto uno studio approfondito sulle modalità con cui il calore influenza la migrazione di antimonio dalle bottiglie all'acqua. Gli autori hanno riscontrato che a una temperatura di 22°C i livelli di contaminante restano pressoché stabili e nei limiti di sicurezza:
Non si tratta, tuttavia, soltanto di calore estremo: anche lo stoccaggio prolungato a temperatura ambiente (Shotyk & Krachler, 2007; Keresztes et al., 2009) ha messo in evidenza, nel tempo, un incremento graduale della quantità di antimonio e di altri composti tossici, seppur in misura inferiore rispetto all'esposizione a elevate temperature. Va inoltre ricordato che, secondo la Food and Drug Administration (FDA), le tracce di sostanze rilasciate in condizioni normali sono generalmente troppo basse per avere effetti acuti sulla salute. La preoccupazione maggiore rimane però l'esposizione cumulativa dovuta a consumo frequente e prolungato di acqua contenuta in bottiglie esposte al caldo o alla luce per molto tempo.
Una review pubblicata su ScienceDirect (2025) dedicata specificamente al tema cita lo studio di Taheri che ha dimostrato l'impatto sostanziale dell'esposizione al sole sul rilascio di microplastiche, e sottolinea che serve ancora ricerca per confermare l'effetto di stress ambientali diversi. Una review sul Journal of Hazardous Materials (141 studi analizzati) ha invece concluso che le bottiglie monouso in plastica sono una fonte chiave di nano e microplastiche nella dieta, stimando che chi beve acqua in bottiglia può ingerire fino a 90.000 particelle di plastica in più all'anno rispetto a chi beve acqua di rubinetto.
Oltre alla migrazione delle sostanze chimiche, le indagini hanno portato l'attenzione sui fenomeni legati a microplastiche e nanoplastiche. Questi frammenti di plastica, con dimensioni inferiori a un millimetro (le microplastiche) o addirittura a cento nanometri (le nanoplastiche), possono essere rilasciati dal PET non solo sotto stress termico, ma anche semplicemente a causa dell'invecchiamento del materiale o di ripetuti sbalzi di temperatura.
Uno studio guidato da Mason e collaboratori nel 2018 ha evidenziato una presenza di microplastiche nel 93% dei campioni analizzati di acqua confezionata a livello internazionale, con una media di 325 particelle per litro. Spesso queste particelle non sono visibili e la loro natura rende difficile stimare in modo preciso il rischio per la salute umana, ma si sa che possono entrare nella catena alimentare e raggiungere diversi tessuti degli organismi viventi.
Le nanoplastiche, a causa della loro dimensione infinitesimale, sono ancora più insidiose: alcuni studi suggeriscono che possano attraversare le barriere cellulari, contribuendo allo stress ossidativo e interferendo con processi fisiologici delicati. La progressiva degradazione fotochimica del PET sotto l'azione dei raggi UV e delle alte temperature aumenta la probabilità che queste particelle migrino nel liquido contenuto.
Un'altra questione spesso sottovalutata è la possibile formazione di alghe o proliferazione batterica in condizioni di umidità, luce e caldo prolungato. Specialmente nelle bottiglie dimenticate all'aperto per molte ore, si possono creare ambienti favorevoli alla crescita di organismi fotosintetici e biofilm. Questi fenomeni, oltre a modificare il gusto e l'odore dell'acqua, rappresentano potenziali rischi soprattutto per bambini, anziani e persone con difese immunitarie più deboli.
Le principali evidenze raccolte dalla comunità scientifica convergono su un punto: il rischio per la salute associato all'acqua in bottiglie di plastica cresce sostanzialmente in condizioni estreme. Diversi studi hanno analizzato scenari comuni in estate:
Per ridurre al minimo il rischio di contaminazione o degradazione della qualità dell'acqua, seguire alcune precauzioni semplici e quotidianamente applicabili si rivela essenziale, soprattutto nella stagione calda:
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...