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Aumenti diesel e benzina: il vero problema non sono le accise come tutti sono convinti

di Marianna Quatraro pubblicato il

I rincari di benzina e diesel non dipendono solo dalle tanto discusse accise: una serie di fattori, spesso sottovalutati, influenza i continui aumenti dei prezzi e la reale efficacia delle misure adottate finora.

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Un rincaro immediato all’improvviso: il costo di un pieno sale ancora, lasciando automobilisti e imprese con budget stravolti e previsioni sempre più incerte. Chi pensa che il “colpevole universale” siano soltanto le accise sta perdendo di vista ciò che realmente accade sul mercato italiano della benzina e del diesel: le oscillazioni settimanali sono spesso la conseguenza di dinamiche complesse, poco comprese e ancora più difficili da controllare.

I dati ufficiali indicano una crescita continua nei listini alla pompa: secondo l’Osservatorio Mimit, in questi giorni la benzina self si attesta attorno a 1,98 euro al litro sulla rete stradale e il diesel supera i 2,18 euro, con record sopra i 2,6 euro al litro registrati sulle principali autostrade. L’impatto sulle famiglie e sulle imprese è clamoroso: la Codacons calcola maggiori spese per quasi 11 miliardi di euro quest’anno rispetto al 2025; la CGIA di Mestre stima un incremento dei costi energetici di quasi il 21%, con la componente carburante causa principale.

Le conseguenze non si fermano al distributore: l’aumento dei carburanti incide su tutti i beni trasportati su gomma, cambiando il prezzo finale per famiglie e produttori. Intanto, le indagini segnalano agilmente come gli scatti verso l’alto siano spesso più rapidi e marcati delle timide discese che, con ritardo, arrivano in risposta alle variazioni delle materie prime internazionali.

C’è quindi un errore diffuso nell’attribuire la volatilità dei prezzi solamente alle accise, rimaste invariate mentre le quotazioni saltano di settimana in settimana. Comprendere le vere cause delle oscillazioni, al di là delle convinzioni più comuni, è il primo passo per una lettura più corretta del caro-carburanti e per chiedere soluzioni davvero efficaci.

Oltre le accise: tutti i veri fattori che guidano i rincari carburante in Italia

La pressione fiscale incide pesantemente ma non racconta l’intera vicenda legata ai prezzi dei carburanti in Italia. Analizzare le sole accise come origine dei rincari è riduttivo: i movimenti settimanali e mensili derivano da almeno tre componenti distinte:

  • Prezzo internazionale del petrolio e rapporto di cambio
  • Dinamiche di mercato: il cosiddetto effetto “razzo e piuma”
  • Gestione dei margini dalla filiera.
Prezzo del Brent e divisa di riferimento

Il petrolio viene trattato su scala globale esclusivamente in dollari americani. Ogni variazione del tasso di cambio tra euro e dollaro si riflette immediatamente sulla spesa in euro, anche quando la quotazione del Brent resta stabile. Ad esempio:

  • Con il greggio a 100 dollari al barile e un euro forte, l’esborso per raffinatori italiani risulta più contenuto.
  • Bastano pochi punti percentuali di svalutazione dell’euro per ingigantire la bolletta energetica nazionale anche in assenza di rialzi internazionali.
Negli ultimi mesi, il rafforzamento del dollaro si è sommato all’incremento delle quotazioni petrolifere, creando un effetto moltiplicatore visibile nei report ministeriali e associativi.

L’effetto razzo e piuma

La “razzo e piuma” rappresenta un fenomeno peculiare del mercato italiano dei carburanti:

  • Quando il costo del petrolio sale, il prezzo finale al distributore aumenta molto velocemente, senza ritardi.
  • Quando invece la quotazione internazionale scende, il calo si manifesta con notevole lentezza e solo parzialmente.
Questa asimmetria è oggetto di attenzione da parte dell’Antitrust e degli esperti, che rilevano:
  • Una struttura di mercato concentrata che riduce la vera competizione al ribasso.
  • Operatori pronti a tutelare i volumi di vendita nelle fasi di salita, e i margini di profitto nelle fasi di discesa.
  • La traslazione dei costi sulla filiera è opaca e poco trasparente per il consumatore.
Dati alla mano, dopo la recente crisi sullo Stretto di Hormuz (riacutizzatasi a luglio 2026), i rincari sono stati immediati: secondo l’Osservatorio, tra il 4 e il 22 luglio la benzina è salita di 13,5 centesimi al litro e il gasolio di 23 centesimi. Arretramenti delle quotazioni, invece, risultano minimi e distribuiti nel tempo.

Margini lungo la filiera: il paradosso nei momenti di crisi

Nel corso delle situazioni più tese a livello internazionale gli operatori della filiera, dalle raffinerie ai grossisti e distributori, tendono ad aumentare i margini intermedi. Questa pratica si fonda sulla consapevolezza che:

  • La narrativa pubblica e politica tende a incolpare esclusivamente la fiscalità (accise e Iva).
  • Gli utenti percepiscono gli aumenti come un effetto diretto delle tasse, dissociando la filiera industriale e commerciale dalla responsabilità sui rincari.
  • L’aumento dei margini resta spesso invisibile alle famiglie e privo di una risposta normativa efficace.
Rappresentazione dei componenti del prezzo alla pompa (stima luglio 2026):
Componente Benzina (€/l) Diesel (€/l)
Materia prima (petrolio) 0,73 0,80
Accise 0,73 0,60
Iva 0,36 0,41
Margine industriale/Distribuzione 0,16 0,17
Totale medio 1,98 2,18

Altri elementi di fluttuazione:

  • Decisioni OPEC e tensioni geopolitiche (come la guerra in Medio Oriente e le restrizioni sullo Stretto di Hormuz).
  • Costi di raffinazione e trasporto legati a scioperi, blocchi o rincari energetici secondari.
  • La disciplina dei fornitori e la presenza di misure emergenziali o extra-rendite (ad esempio crediti di imposta temporanei).
Errori più diffusi nell’interpretazione del caro-carburante in Italia:
  • Pensare che le tasse varino di settimana in settimana: le accise sono ferme da anni, solo riduzioni episodiche agiscono sul prezzo.
  • Ignorare l’impatto del cambio valutario: il sistema euro-dollaro incide quasi quanto il prezzo del petrolio stesso.
  • Attribuire tutto alla fiscalità trascurando margini e pratica commerciale.
  • Richiedere interventi emergenziali senza toccare la struttura del mercato o i meccanismi di determinazione dei margini.

Tagli alle accise, limiti delle misure d'emergenza e cosa sarebbe davvero efficace contro il caro carburanti

La riduzione delle accise rappresenta da sempre la soluzione più richiesta da cittadini e associazioni. Le recenti misure hanno coinvolto il solo gasolio, con 17 centesimi di sconto fino al 6 agosto, lasciando fuori la benzina e accontentando solo in parte le categorie più esposte (autotrasporto e agricoltura). Tuttavia, queste strategie emergenziali presentano limiti evidenti:
  • Copertura finanziaria temporanea: i tagli possono essere finanziati solo con provvedimenti “ponte” o grazie agli extra-gettiti IVA del mese precedente. La misura di luglio 2026 ha richiesto circa 125 milioni di euro, una cifra difficile da riproporre se i prezzi internazionali restano elevati a lungo.
  • Disallineamento tra taglio accise e reale beneficio: la riduzione si trasferisce solo in parte al consumatore, soprattutto in presenza di margini variabili lungo la filiera.
  • Iniquità del beneficio: la misura recente ha escluso la benzina, alterando il tradizionale rapporto tra gasolio e verde, storico punto di equilibrio fiscale in Italia.
  • Meccanismo delle accise mobili: pensato per usare l’extragettito IVA in automatico, è stato attivato solo parzialmente e presenta limiti di tempistica e di portata (taglio potenziale solo tra 7 e 10 centesimi al litro). La sua efficacia dipende dal monitoraggio mensile dei flussi fiscali e dai tempi di attivazione della normativa (Legge di Bilancio 2023, aggiornata recentemente).
Le richieste delle associazioni dei consumatori e dei partiti politici sono chiare: sconti più ampi (fino a 25 cent per il gasolio e 15 per la benzina, secondo Unione Nazionale Consumatori e Codacons), finanziamento tramite aumento di altre accise, taglio definitivo delle imposte sui carburanti. Tuttavia:
  • Le compatibilità di bilancio e i vincoli europei pongono limiti stringenti: il debito italiano non può sostenere tagli continui e la Commissione Europea scoraggia politiche fiscali troppo espansive sul settore energia.
  • Altre ipotesi come lo scostamento di bilancio, la cancellazione del bollo auto e il riallineamento delle aliquote sono al vaglio ma con critiche dall’UE e impatti ancora incerti.
Il vero nodo resta la struttura del mercato: senza interventi sui margini, sulle dinamiche concorrenziali e sulla trasparenza della filiera, le soluzioni-tampone si rivelano inefficaci nel medio periodo. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha già avviato indagini sull’effetto “razzo e piuma” e sulle pratiche di formazione dei prezzi ai distributori.

Se il comparto non si dota di strumenti in grado di garantire reale concorrenza e di limitare i rincari artificiali, il rischio è di rivedere le stesse oscillazioni eclatanti a distanza di pochi mesi, vanificando ogni sforzo pubblico e aggravando il senso di sfiducia dei consumatori.

Cosa serve davvero per gestire il caro-carburanti?

  • Un osservatorio puntuale e trasparente sui margini della filiera, rafforzando i poteri di indagine e sanzione dell’Antitrust.
  • Misure anti-ricarico per limitare l’allargamento dei margini nei momenti di crisi.
  • Incentivi per l’efficienza energetica nei trasporti e maggiore diffusione di carburanti alternativi.
  • Interventi fiscali solo in presenza di reali progressi sul fronte della concorrenza e della trasparenza.



Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...