La sentenza del Tar su Bologna Città 30 sconvolge la normativa che limitava la velocità. Analizziamo motivazioni, ricorsi, impatto sulla sicurezza stradale e il vivace dibattito politico e sociale.
Il recentissimo annullamento della disciplina che abbassava a 30 km/h il limite di velocità su quasi tutte le strade di Bologna da parte del Tribunale Amministrativo Regionale dell’Emilia-Romagna ha acceso nuovamente il dibattito sulla gestione del traffico e della sicurezza urbana. La città emiliana, che due anni fa aveva introdotto una misura pionieristica ispirandosi alle esperienze delle principali realtà europee, si trova ora al centro di un acceso confronto fra istituzioni locali, governo centrale, categorie professionali e cittadini.
Il pronunciamento del Tar ha annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano di Bologna e tutte le ordinanze con cui si era permessa l’estensione a tappeto del limite di velocità a 30 km/h. Il nodo centrale individuato dal tribunale riguarda l’impostazione generale della misura: secondo i giudici amministrativi, il Comune avrebbe dovuto valutare e motivare caso per caso, strada per strada, se il limite più restrittivo fosse realmente necessario, invece di introdurre una regola unica su circa il 64-70% della rete urbana. La sentenza sottolinea che la normativa italiana impone non solo una visione di insieme, ma anche una puntuale istruttoria tecnico-giuridica per ogni strada interessata, in linea con l’art. 142 del Codice della Strada e con le direttive ministeriali.
Il Tar riconosce anche alcuni aspetti positivi sperimentati durante i due anni di applicazione, in particolare la riduzione degli incidenti e delle vittime; tuttavia, la legittimità degli atti amministrativi non può prescindere dal rispetto delle competenze, della proporzionalità e della motivazione.
Sul piano concreto, la decisione comporta l’annullamento immediato delle misure che disciplinavano la cosiddetta "Città 30". Le ordinanze risultano prive di efficacia dal giorno stesso della pronuncia e il Comune dovrà ora rimodulare il proprio approccio alle politiche di sicurezza stradale, attenendosi ai rilievi puntuali sollevati dal collegio giudicante. Resta la facoltà per l’amministrazione di adottare nuove misure, purché conformi alle indicazioni del Tar: solo provvedimenti specifici, motivati e circostanziati per ciascun tratto viario potranno essere considerati legittimi.
La principale spinta verso l’annullamento del provvedimento è arrivata proprio dalla categoria dei tassisti, il cui ricorso è stato determinante. Gli autisti hanno sostenuto che l’imposizione generalizzata del limite ai 30 km/h rappresentasse un danno concreto alla propria attività: secondo la loro tesi, la riduzione della velocità massima consentita avrebbe portato a un aumento significativo dei tempi di percorrenza, con la conseguente diminuzione del numero di corse giornaliere e, quindi, dei guadagni effettivi. Tali effetti, lamentano i ricorrenti, non sono stati adeguatamente bilanciati o motivati nelle ordinanze istituite dal Comune.
Nel dettaglio, il ricorso sottolineava come mancassero analisi economiche puntuali e istruttorie approfondite strada per strada che giustificassero il limite imposto. Inoltre, secondo la categoria, la scelta avrebbe trascurato la peculiarità di numerosi tratti urbani e la loro funzione logistica, penalizzando attività il cui fatturato è strettamente collegato alla frequenza e alla rapidità delle corse. Da evidenziare che la questione è stata portata più volte all’attenzione degli organismi amministrativi e giurisdizionali: la vicenda ha registrato un primo pronunciamento favorevole al Comune a fine 2024, ma nel luglio seguente il Consiglio di Stato ha ribaltato quest’orientamento, riconoscendo la legittimità dell’interesse commerciale dei tassisti a impugnare la delibera.
L’annullamento della "Città 30" ha scaldato ulteriormente il confronto politico, attivando un accesso botta e risposta tra la giunta comunale, l’opposizione e i rappresentanti del governo nazionale. Da un lato, le forze di centro-destra esultano per la sentenza che hanno sostenuto con ricorsi e interrogazioni, sostenendo la necessità di un approccio pragmatico e di misure motivate esclusivamente su basi tecniche. Figure come il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, hanno ribadito che “la sicurezza stradale non si realizza con provvedimenti ideologici”, difendendo il nuovo Codice della Strada che pone l’accento sulla selettività degli interventi.
Dall’altro versante, l’amministrazione guidata dal sindaco Matteo Lepore manifesta la volontà di continuare a promuovere limiti restrittivi dove si dimostrano efficaci, rivendicando i risultati ottenuti in termini di calo degli incidenti e delle vittime. Membri della maggioranza e in particolare del Partito Democratico sottolineano come la funzione pianificatoria dei Comuni sia stata comunque riconosciuta dalla sentenza e ribadiscono che il provvedimento rispondeva a una domanda sociale di sicurezza, sostenuta anche dalle associazioni dei familiari delle vittime della strada.
L’assessora regionale Priolo evidenzia la trasversalità dello scontro, trasformatosi da tecnico-amministrativo a politico, e prevede che l’amministrazione lavorerà su nuovi atti motivati strada per strada, anziché ricorrere al Consiglio di Stato. Sullo sfondo, le forze di opposizione locale accusano il Comune di “governare a colpi di divieti indiscriminati”, lamentando la scarsa partecipazione dei cittadini nella fase istruttoria e gli elevati costi sostenuti per la realizzazione della segnaletica e delle campagne di comunicazione.
Nonostante le criticità formali messe in luce dal Tar, i dati forniti dalle istituzioni cittadine sul primo anno di applicazione della misura parlano di un impatto significativo. La riduzione della velocità massima su gran parte delle strade avrebbe contribuito a:
Le opinioni nella società civile risultano fortemente polarizzate. Da una parte emergono associazioni di familiari delle vittime della strada e comitati cittadini che hanno espresso amarezza e preoccupazione per lo stop giudiziario, sottolineando che il modello adottato a Bologna ha salvato vite umane e migliorato la qualità della convivenza urbana. Secondo le loro dichiarazioni, la sentenza interviene solo su profili formali e non mette in discussione l’efficacia sostanziale della misura.
Al contempo, comitati contrari e singoli cittadini hanno accolto con favore l’annullamento, considerandolo come ristabilimento del diritto alla mobilità e al lavoro, in particolare per le categorie penalizzate. Critiche sono rivolte anche all’utilizzo di risorse pubbliche, ritenuto inefficace e oneroso rispetto ai reali benefici percepiti.
In mezzo a queste posizioni, emergono voci che chiedono una maggiore partecipazione decisionale all’interno dei processi che impattano direttamente la vita quotidiana, con particolare attenzione alla trasparenza e alla motivazione puntuale dei provvedimenti.
L’orientamento dei giudici non vieta in via assoluta l’adozione di limiti di 30 km/h, ma impone che sia rispettato il principio di proporzionalità e motivazione puntuale. Alla luce di ciò, il Comune di Bologna avrà probabilmente due strade principali:
Infine, non si escludono iniziative di dialogo e confronto con le categorie più coinvolte, per arrivare ad una regolamentazione condivisa e sostenibile di lungo periodo. Il caso bolognese potrebbe così diventare un riferimento per le strategie di mobilità urbana in Italia, nel rispetto delle regole e dell’interesse collettivo.