Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Cambiare vita lasciando il lavoro tradizionale, quanti ci riescono davvero e quanti tornano indietro

di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Lasciare il lavoro dipendente e cambiare vita è un desiderio diffuso, ma solo alcuni compiono davvero il salto. Tra partita IVA, sostenibilità e ritorni indietro, ecco cosa fa la differenza.

Rimani aggiornato con BusinessOnline
Aggiungi come fonte
preferita su Google
X Instagram Chiedi a Bussola

Il 41% dei lavoratori italiani dichiara di voler cambiare lavoro, mentre negli Stati Uniti il 52% valuta un cambio di carriera e il 44% dice di averlo già pianificato, secondo rilevazioni diffuse tra il 2021 e il 2025. Voler voltare pagina, però, non significa essere già in grado di sostituire in modo stabile lo stipendio da dipendente. Cambiare azienda restando subordinati è una decisione; cambiare status, aprire una partita IVA o avviare un'impresa è un'altra.

È qui che nasce gran parte della distanza tra intenzioni e risultati. Molte persone lasciano il posto tradizionale senza riuscire a conservare nel tempo lo stesso reddito. Qualcuno torna al lavoro dipendente. Qualcun altro resta autonomo, ma accetta entrate inferiori alle aspettative. C'è anche chi chiude l'attività dopo pochi anni.

Voler cambiare lavoro non equivale a fare il salto

Il 41% riferito all'Italia, rilevato nel 2025, misura il desiderio di cambiare occupazione. Non dice quante di quelle persone vogliano diventare imprenditori o professionisti.

Lasciare un'azienda può voler dire cercare un contratto più conveniente, un ambiente meno stressante, maggiore flessibilità oppure una mansione più vicina alle proprie competenze. Il nuovo posto, in tutti questi casi, può restare un lavoro dipendente.

Negli Stati Uniti, una ricerca relativa al 2021 ha rilevato che il 52% dei lavoratori considerava un cambio di carriera e che il 44% lo stava pianificando attivamente. Anche questo dato non coincide con il passaggio al lavoro autonomo: cambiare carriera può significare spostarsi tra settori, ruoli e aziende diverse mantenendo un contratto subordinato.

Quando si sceglie l'autonomia, entrano in gioco fattori che vanno oltre la motivazione individuale:

  • la capacità di trovare clienti con una certa continuità;
  • la possibilità di stabilire prezzi sostenibili per il servizio offerto;
  • la gestione di tasse, contributi e costi che non compaiono nello stipendio netto;
  • una liquidità sufficiente per affrontare i mesi con incassi ridotti;
  • la tenuta psicologica in una fase priva di garanzie.
Anche la ragione per cui si vuole cambiare pesa sulla decisione. Nelle rilevazioni internazionali Gallup considerate, le principali esperienze negative associate alla condizione lavorativa comprendono stress al 46%, tristezza al 25% e rabbia all'11%. Uscire da un ambiente che provoca disagio è comprensibile. La pressione emotiva, però, non dimostra da sola che una nuova attività possa reggere economicamente.

Da 100 persone intenzionate a quante arrivano al traguardo

Il divario tra intenzioni e risultati si può rendere visibile con una simulazione su 100 persone che dichiarano di voler cambiare vita. Non è una statistica ufficiale sul ritorno al lavoro dipendente. Serve, piuttosto, a mostrare quanti passaggi devono essere superati prima di raggiungere una condizione economica stabile:

Fase della simulazione

Persone su 100

Significato

Desiderano cambiare lavoro

100

Intenzione iniziale

Pianificano il cambiamento

44

Il passaggio dall'idea a un progetto

Fanno il salto

9

Stima del 20% tra chi pianifica

Raggiungono la redditività

4

Applicazione del 40% indicato da Findstack

Sopravvivono almeno cinque anni

2

Applicazione del 50% usato come filtro

Raggiungono una stabilità comparabile

Circa 1

Filtro finale legato al reddito

Il primo ridimensionamento porta il gruppo da 100 a 44 persone. Il riferimento è il dato statunitense del 44% che, nel 2021, pianificava attivamente il cambio di carriera. Non significa che tutte e 44 avvieranno un'attività autonoma.

Il passaggio successivo utilizza una stima del 20%. Su 44 persone che programmano il cambiamento, circa 9 arrivano a lasciare davvero il lavoro tradizionale.

Tra queste, l'applicazione del dato del 40% di startup profittevoli riportato da Findstack porta a circa 4 persone con un'attività in utile. La percentuale riguarda le startup, non l'insieme dei liberi professionisti italiani. Per questo non può essere usata come misura diretta del successo di chi apre una partita IVA.

Resta poi la questione della permanenza sul mercato. Applicando il 50% di sopravvivenza a cinque anni utilizzato nelle statistiche sulle imprese con dipendenti, le attività rimaste sarebbero circa 2.

Anche questo calcolo richiede prudenza. Un'impresa ancora attiva non è necessariamente redditizia; allo stesso modo, un professionista può chiudere una posizione fiscale dopo aver trovato un'altra occupazione. La sopravvivenza formale non coincide quindi con la sostenibilità economica.

Alla fine della simulazione resta circa 1 persona su 100 che, superati i diversi ostacoli, raggiunge una stabilità comparabile a quella abbandonata. È una simulazione illustrativa, non una percentuale ufficiale di successo o di ritorno al lavoro dipendente.

Il peso reale di una partita IVA

Il punto non è soltanto quanto si fattura. Conta ciò che rimane dopo contributi e imposte.

L'esempio riferito al 2026 riguarda un professionista senza cassa previdenziale, con coefficiente di redditività del 78%, iscritto alla Gestione separata dell'INPS e in regime forfettario con imposta sostitutiva del 15%.

Con 40.000 euro di fatturato annuo nel 2026, il reddito forfettario calcolato ammonta a 31.200 euro. I contributi previdenziali raggiungono circa 8.134 euro, mentre l'imposta sostitutiva è pari a circa 3.460 euro. Il netto si colloca quindi vicino a 28.406 euro, prima di considerare alcune spese operative effettive che il regime forfettario non permette di dedurre analiticamente.

In questo caso il professionista deve fatturare circa il 40% in più rispetto al netto che intende ottenere. Il confronto con un dipendente non può fermarsi alla somma accreditata ogni mese. Vanno considerate le ferie non fatturate, la malattia, i periodi senza clienti, la formazione, gli strumenti di lavoro, la consulenza contabile e i ritardi nei pagamenti.

Quarantamila euro di fatturato, quindi, non corrispondono a uno stipendio da 40.000 euro. Il fatturato è l'incasso lordo dell'attività. Il reddito disponibile dipende dal regime fiscale, dal coefficiente applicabile, dalla previdenza, dai costi effettivi e dalla regolarità con cui arrivano i pagamenti.

Perché alcuni scelgono di tornare indietro

Il rientro nel lavoro dipendente non dimostra necessariamente che l'attività autonoma sia fallita. In alcuni casi è una decisione razionale: il reddito varia troppo, la famiglia ha bisogno di entrate regolari oppure il costo personale del rischio supera i vantaggi dell'indipendenza.

Le difficoltà più frequenti riguardano:

  • la burocrazia periodica, tra fatture, dichiarazioni, versamenti e altri adempimenti;
  • la fiscalità differita, perché una quota degli incassi deve essere accantonata;
  • l'assenza di una rete di sicurezza paragonabile a quella del lavoro dipendente;
  • l'isolamento professionale, soprattutto per chi lavora da casa;
  • la pressione commerciale necessaria per procurarsi nuovi incarichi;
  • la confusione tra fatturato e reddito, che può spingere a fissare prezzi troppo bassi;
  • il carico mentale oltre l'orario di lavoro, perché l'attività tende a invadere anche il tempo libero.
Un dipendente insoddisfatto può ricondurre il proprio malessere al capo, all'organizzazione o alla mansione. Chi lavora in autonomia deve occuparsi nello stesso tempo della vendita, della produzione, dell'amministrazione, degli incassi e della pianificazione. Cambia il tipo di stress, non soltanto il luogo di lavoro.

Un'attività sopravvissuta non è sempre un'attività sostenibile

I dati ISTAT sulla demografia d'impresa mostrano che la sopravvivenza a cinque anni cambia in base al settore e al territorio. Nell'aggiornamento riferito al periodo 2017-2022, l'istituto ha esaminato le coorti di imprese nate tra il 2017 e il 2021. Per il 2021, nelle serie disponibili, il tasso generale di sopravvivenza a cinque anni è indicato al 46,4%.

Le rilevazioni precedenti sulle imprese con dipendenti presentavano differenze marcate tra comparti. Tra le imprese nate dal 2008 al 2012, la sopravvivenza a cinque anni era del 42,1% nell'industria in senso stretto e del 25,7% nelle costruzioni. Sono valori riferiti a periodi e popolazioni specifiche, non una regola applicabile a ogni nuova attività.

La sopravvivenza dice che un'impresa è ancora presente sul mercato. Non chiarisce se il titolare guadagni quanto un dipendente, se lavori più ore, se abbia accumulato debiti o se tenga aperta l'impresa perché non dispone di alternative. Un'attività può risultare formalmente attiva e produrre comunque un reddito insufficiente.

Per valutare la stabilità economica serve quindi un filtro più severo: entrate regolari, margini adeguati, una riserva per i periodi deboli e la capacità di sostenere i versamenti anche quando gli incassi arrivano in ritardo.

Quante persone tornano al lavoro dipendente

In Italia non esiste una percentuale unica e aggiornata che indichi quante persone, dopo il passaggio dal lavoro dipendente alla partita IVA, tornino a un contratto subordinato. Le banche dati osservano soprattutto aperture, chiusure, occupazione e redditi, ma non seguono sempre l'intero percorso individuale: dal posto fisso all'autonomia, e dall'autonomia all'eventuale rientro.

Il tasso effettivo di ritorno non può dunque essere ottenuto moltiplicando automaticamente il 40% di attività profittevoli per il 50% di sopravvivenza a cinque anni. Le due percentuali provengono da contesti differenti e non descrivono lo stesso gruppo di persone.

La simulazione chiarisce comunque la direzione del fenomeno. Molti dichiarano di voler cambiare; una parte prepara il passaggio; una minoranza lo compie; una quota ancora più ristretta riesce a conservare nel tempo un reddito comparabile.

Gli altri non sono necessariamente tutti casi di fallimento. Alcuni rientrano nel lavoro dipendente, altri mantengono l'attività come secondo reddito, altri ancora la chiudono senza aver raggiunto una sostenibilità economica vera.

Quando il cambiamento può reggere

Il cambiamento può reggere quando il nuovo lavoro offre continuità economica, non soltanto maggiore libertà o soddisfazione personale. Prima di lasciare il posto dipendente conviene confrontare il reddito netto annuale con quello realmente disponibile nell'attività autonoma.

Nel confronto vanno inclusi contributi, imposte, ferie non fatturate, malattia, periodi senza clienti, formazione, strumenti di lavoro, consulenza contabile e ritardi nei pagamenti. Anche una riserva finanziaria adeguata e un flusso di clienti sufficientemente regolare sono condizioni essenziali.

  • calcolare il fatturato minimo necessario per ottenere il reddito desiderato;
  • accantonare in anticipo le somme destinate a imposte e contributi;
  • verificare la domanda reale prima di chiudere il rapporto di lavoro;
  • considerare uno scenario prudente con mesi di incassi ridotti o pagamenti in ritardo;
  • definire una soglia di sostenibilità oltre la quale valutare un cambio di strategia o il rientro nel lavoro dipendente.
Il passaggio è quindi sostenibile solo quando clienti, margini e riserve permettono di mantenere nel tempo un reddito adeguato. Il desiderio di cambiare può essere il punto di partenza, ma non sostituisce una verifica concreta della tenuta economica.


Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

Puoi Approfondire