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Canone Rai, come farselo ridare indietro con la nuova iniziativa del giurista Ugo Mattei

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di Chiara Compagnucci pubblicato il

Ugo Mattei contesta la legittimità della Rai e avvia una class action per restituire il canone: al centro la diffida al Tar, le regole europee sulla libertà dei media, le nomine e i dubbi sulla riforma.

Undici soggetti della società civile hanno portato la Rai e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy davanti al Tar del Lazio, contestando la governance del servizio pubblico alla luce dell’European Media Freedom Act. L’udienza si è svolta il 14 ottobre 2026. Ugo Mattei, giurista e presidente di Generazioni Future, sostiene che la Rai avrebbe dovuto adeguarsi autonomamente al regolamento europeo. Tra le richieste dei promotori figura anche la restituzione del canone.

La diffida e la causa al Tar

La controversia è stata avviata da 11 persone fisiche e giuridiche, presentate dagli organizzatori come espressione della società civile. Nel ricorso sono coinvolti la Rai e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, competente per il settore. Il Tar è chiamato a valutare se l’attuale assetto della governance Rai sia conforme alle regole europee sulla libertà e l’indipendenza dei media.

Dalla diffida si è passati a un’azione collettiva pubblica, rivolta in questa prima fase contro l’organizzazione dell’azienda e la mancata adozione di misure che i ricorrenti ritengono necessarie. Mattei ha definito la Rai «illegale» e chiesto al giudice di dichiarare la governance incompatibile con l’European Media Freedom Act. È questa la posizione dei promotori.

All’udienza del 14 ottobre, secondo il resoconto diffuso dall’associazione promotrice, la difesa della Rai ha contestato che la class action pubblica sia applicabile al caso, richiamando una riserva di legge. La discussione ha riguardato così anche la possibilità di ricorrere a questo strumento processuale per chiedere al giudice amministrativo un intervento sulla governance. Il Tar deve ancora pronunciarsi.

Gli organizzatori hanno indicato 3.056 cittadini disponibili ad attivarsi in una fase successiva, collegata alla richiesta di rimborso. Il dato, riferito al 2026, accompagna il percorso prospettato dai promotori.

Che cosa impone il Media Freedom Act

L’European Media Freedom Act (EMFA) è il regolamento europeo 2024/1083. È entrato in vigore il 7 maggio 2024 e la maggior parte delle disposizioni si applica dall’8 agosto 2025. Il regolamento è direttamente applicabile, a differenza di una direttiva che deve essere recepita integralmente con una legge nazionale; agli Stati spetta comunque assicurare che le norme e gli assetti interni rendano effettivi gli obblighi europei.

L’articolo 5 è dedicato ai media di servizio pubblico. Impone agli Stati di garantirne l’indipendenza editoriale e funzionale, affinché possano offrire ai cittadini una pluralità di informazioni e opinioni. La norma prevede garanzie anche per la nomina e la revoca dei vertici. Le procedure devono essere trasparenti, aperte, effettive e non discriminatorie, sulla base di criteri definiti in anticipo. Per rimuovere un dirigente servono motivi previsti dalla legge e una decisione motivata, che possa essere contestata davanti a un giudice.

Il regolamento richiede dunque protezioni contro le interferenze indebite e un sistema nel quale l’indipendenza del servizio pubblico sia concreta. Tra le condizioni previste rientrano anche la stabilità e l’adeguatezza delle risorse finanziarie, necessarie a consentire lo svolgimento della missione pubblica.

In Italia il confronto sull’EMFA si è intrecciato con il rischio di una procedura d’infrazione europea. L’applicazione del regolamento non avvia automaticamente un procedimento né comporta una multa immediata. La Commissione europea valuta l’eventuale violazione e può avviare una procedura nei confronti dello Stato; se il confronto non risolve la questione, può portare il caso davanti alla Corte di giustizia. Si tratta di un percorso relativo alla responsabilità dello Stato italiano, distinto dal ricorso di Mattei al Tar.

Perché Mattei ritiene che la Rai dovesse intervenire

Secondo Mattei, l’applicazione diretta del regolamento imponeva alla Rai di adeguarsi già dall’agosto 2025. Il giurista sostiene che il consiglio di amministrazione avrebbe potuto modificare lo statuto e gli atti organizzativi dell’azienda senza attendere una nuova legge. A suo avviso, un intervento amministrativo avrebbe consentito di inserire garanzie per l’indipendenza editoriale e di rendere più trasparenti le procedure di nomina e revoca.

La posizione contraria sottolinea invece la necessità di una riforma parlamentare. Le regole sulle nomine dei vertici e sulla governance della concessionaria pubblica dipendono anche dalla legislazione nazionale; in questa prospettiva, è il Parlamento a dover aggiornare la cornice normativa per allinearla al regolamento europeo. Il nodo riguarda quindi sia i tempi sia il soggetto chiamato a intervenire: l’azienda con un adeguamento interno oppure il Parlamento con una riforma.

Per Mattei, l’attesa di una legge non giustifica l’inerzia della Rai, perché il regolamento europeo è già applicabile. La sua tesi è che l’azienda potesse introdurre misure organizzative coerenti con le norme europee, lasciando al Parlamento il compito di modificare la legge. La causa dovrà chiarire se le disposizioni dell’EMFA impongano alla società un intervento autonomo e quale ne sia la portata.

La riforma Rai e i dubbi sulla sua efficacia

La proposta di riforma all’esame del Parlamento interviene sul sistema di governance della Rai, sulla composizione e sulla scelta del consiglio di amministrazione e sulla nomina dell’amministratore delegato. Nel testo di maggioranza presentato nel 2025, il consiglio verrebbe scelto attraverso procedure parlamentari, mentre l’amministratore delegato sarebbe nominato dal consiglio stesso. La proposta è stata presentata come una risposta alla necessità di adeguare il sistema italiano all’EMFA.

Mattei considera insufficiente questa soluzione. A suo giudizio, trasferire dal Governo al Parlamento la scelta dei vertici non sottrae le nomine alla dipendenza dai partiti: se la selezione continua a derivare da accordi politici, cambia la sede dell’influenza, senza assicurare per questo l’autonomia del servizio pubblico. La sua critica riguarda il metodo di selezione e il ruolo riconosciuto agli utenti e ai lavoratori, oltre all’organo che formalmente nomina i dirigenti.

La riforma parlamentare e il ricorso al Tar procedono su binari distinti. Una legge può modificare le regole generali per il futuro; il giudice amministrativo deve esaminare le richieste contro l’assetto contestato e l’operato degli enti coinvolti. Per i promotori, il percorso parlamentare lascia aperta la questione dell’obbligo di adeguamento già maturato. Secondo chi invoca una riforma legislativa, invece, una modifica dello statuto aziendale non può prendere il posto delle decisioni che spettano alla legge.

Mattei richiama l’articolo 43 della Costituzione come possibile alternativa a una governance affidata soltanto alle istituzioni politiche. La norma consente alla legge di riservare o trasferire allo Stato, a enti pubblici oppure a comunità di lavoratori e utenti imprese che forniscono servizi essenziali o operano in condizioni di monopolio, quando lo richieda l’interesse generale.

Il giurista propone di considerare la Rai un bene comune essenziale e di affidare un ruolo nella sua gestione a una comunità di lavoratori e utenti. La proposta richiederebbe decisioni istituzionali e normative. Si inserisce nel confronto su come ridurre l’influenza dei partiti sul servizio pubblico, mantenendo insieme responsabilità e controllo democratico.

Canone da 90 euro: chi può chiedere il rimborso

Nel 2026 il canone Rai ordinario è di 90 euro per l’intero anno. Di norma viene addebitato nella bolletta elettrica dell’abitazione con un’utenza residenziale attiva. Mattei ha chiesto che la contestata inosservanza dell’EMFA comporti anche la restituzione delle somme pagate. La domanda economica dovrà essere esaminata insieme alle questioni sottoposte al Tar e alle regole applicabili ai contribuenti.

Nel ricorso, la class action pubblica punta in primo luogo a ottenere una pronuncia sull’assetto della Rai e sugli obblighi di adeguamento. Il possibile coinvolgimento degli abbonati è legato alle successive fasi del percorso giudiziario e alle modalità previste per un’eventuale restituzione.

Generazioni Future ha indicato la possibilità di partecipare al giudizio tramite un avvocato. Il percorso proposto dall’associazione prevede l’adesione attraverso l’acquisto, una tantum, di un’azione da 25 euro e il conferimento di una delega legale.

I 3.056 cittadini citati dai promotori sono stati indicati come disponibili ad attivarsi. Il pagamento del canone prosegue secondo le modalità ordinarie. Al 21 ottobre 2026, a una settimana dall’udienza del 14 ottobre, il Tar del Lazio non ha ancora deciso.




Chiara Compagnucci

Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...