Ansie, insicurezze e pressioni segnano l'esperienza lavorativa dei giovani e dei laureati in Italia. La sindrome dell'impostore, dalla sua diffusione alle cause, con uno sguardo a nuove esigenze e valori.
Il cambiamento nel rapporto tra giovani e lavoro emerge con forza dai dati del IX Rapporto Censis-Eudaimon. Le nuove generazioni si trovano, oggi più che mai, di fronte a una realtà professionale segnata da fragilità emotiva, insicurezza e una costante ricerca di approvazione. In particolare, sempre più under 35 dichiarano di vivere emozioni ambivalenti nel mondo occupazionale, fra la voglia di realizzazione personale e la sensazione di non essere mai all'altezza.
Questo scenario si accompagna a profondi mutamenti nelle priorità individuali: il lavoro è progressivamente passato da elemento centrale dell'identità a strumento per raggiungere benessere e qualità della vita. Secondo le ultime rilevazioni, per il 71% dei giovani la scelta dell'azienda passa oggi, prima di tutto, dall'attenzione che questa dedica al welfare e al supporto concreto ai propri dipendenti. Non si tratta più solo di stipendio o carriera lineare, ma di sentirsi parte di un contesto che riconosce il valore della persona.
La sindrome dell'impostore diventa così il sintomo di una generazione che, pur essendo la più istruita di sempre, fatica ad ancorarsi a certezze stabili. Riconoscere e analizzare questo disagio è essenziale per comprendere le trasformazioni profonde in atto nel mercato del lavoro e per individuare nuove strategie di inclusione e valorizzazione della forza lavoro giovanile.
La sindrome dell'impostore è una condizione psicologica in cui il lavoratore mette in dubbio in modo cronico le proprie competenze e meriti, vivendo la costante paura di essere scoperto come inadatto o immeritevole. I sintomi principali includono insicurezza, bisogno di approvazione, difficoltà a interiorizzare i successi e timore del giudizio altrui. Questa sensazione di non essere abbastanza impedisce di apprezzare i propri risultati e spesso conduce a una persistente ricerca di conferme esterne.
Il IX Rapporto Censis-Eudaimon pone in luce quanto il fenomeno sia ormai radicato nel tessuto lavorativo italiano: il 21,7% degli occupati nel complesso riferisce di aver sperimentato tale disagio. La percentuale si impenna tra i giovani lavoratori e tra i laureati, categorie che denunciano maggiore vulnerabilità psicologica: tra gli under 35 la quota sale abbondantemente oltre il 30% e tra i laureati raggiunge il 27,1%. Gli effetti non si limitano al piano personale ma coinvolgono anche la produttività e il clima aziendale, innescando un ciclo di insoddisfazione, stress e scarsa gratificazione.
I dati confermano che la sindrome dell'impostore rappresenta oggi una delle principali sfide per il benessere psicologico e la valorizzazione dei talenti nell'ambiente lavorativo italiano. Analizzare i numeri e le testimonianze consente di comprendere la portata del fenomeno e la necessità di adottare risposte mirate nelle politiche aziendali e nei programmi di sostegno individuale.
Il paradosso più evidente che emerge dalle analisi dell'ultimo rapporto sul welfare riguarda proprio gli individui più istruiti e le nuove generazioni: la sindrome dell'impostore mostra incidenze più alte tra gli under 35 e tra chi ha conseguito titoli di studio universitari. La preparazione accademica maggiore, infatti, non garantisce sicurezza psicologica; spesso, al contrario, accresce la pressione e incrementa le aspettative su di sé, sia dal punto di vista personale sia sociale.
Nell'attuale contesto lavorativo, caratterizzato da percorsi meno lineari e da una crescente instabilità, i giovani sperimentano difficoltà nell'identificare obiettivi chiari e ricevere feedback strutturati e riconoscimenti autentici. In assenza di percorsi di crescita ben definiti e con una continua richiesta di prestazioni elevate, aumentano la competizione interna e la paura di non essere all'altezza del compito affidato:
Nelle nuove generazioni, l'insicurezza lavorativa ha radici profonde. Grandi aspettative, pressione sociale e scarsi riscontri da parte delle aziende si combinano nel generare un senso di inadeguatezza diffusissimo. Secondo i dati più aggiornati, ben il 78,9% degli occupati dichiara di non sentirsi adeguatamente valorizzato: questa percezione di scarso riconoscimento si accentua tra chi è alle prime esperienze. I principali fattori che alimentano la fragilità psicologica dei giovani lavoratori sono:
Negli ultimi anni, il lavoro ha perso il suo carattere totalizzante nella costruzione dell'identità individuale. Il Rapporto Censis-Eudaimon evidenzia come, per il 55,1% dei dipendenti, la carriera non rappresenti più una priorità assoluta. Per molti, infatti, l'esperienza professionale viene percepita come uno strumento per ottenere reddito piuttosto che realizzazione personale.
L'esigenza di un equilibrio fra vita personale e lavorativa si traduce in richieste concrete: l'88,2% degli intervistati considera il tempo per sé stessi e il proprio benessere un diritto universale; il 71,3% ritiene possibili riduzioni dell'orario, come la settimana di quattro giorni. In questa prospettiva, lavorare meno ore significa lavorare in modo più consapevole e produttivo, non semplicemente ridurre l'impegno. In tale scenario, la ricerca di senso supera la corsa alla posizione o al guadagno, diventando centrale per chiunque desideri ambienti di lavoro inclusivi e motivanti.
Il cambio di paradigma è evidente soprattutto tra i giovani, che si dimostrano meno disposti a sacrificare la qualità della vita per l'idea tradizionale di successo. Tale tendenza si accompagna alla crisi della cultura del vivere per lavorare, a favore di uno stile di vita che privilegia benessere fisico, mentale e sociale, portando le imprese a ripensare i propri modelli organizzativi.
Il quadro che si delinea è quello di una vera rivoluzione valoriale: le scelte occupazionali della Generazione Z e dei più giovani non sono più dettate prioritariamente dal fattore retributivo. Secondo gli ultimi dati, oltre il 70% di chi ha meno di 35 anni considera determinanti la qualità della vita e l'offerta di welfare aziendale nella scelta tra diverse opportunità lavorative.
Elemento distintivo di questa trasformazione è la preferenza verso aziende che investano in ambiente positivo, flessibilità oraria, diritto alla disconnessione e progetti di crescita personale. Il desiderio di benessere complessivo spinge la Gen Z a:
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...