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Quanto è importante la carriera per un lavoratore italiano? Sempre meno, ecco cosa conta

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di Marcello Tansini pubblicato il

Sempre meno centrale per gli italiani, la carriera lascia spazio a benessere personale, equilibrio vita-lavoro, autonomia e nuovi valori. Il lavoro si trasforma tra tecnologia, insoddisfazioni e strategie.

Se un tempo la crescita professionale era percepita come una meta imprescindibile, oggi il benessere personale, l'autenticità e la ricerca di un equilibrio tra ambizioni lavorative e vita privata emergono come valori guida. Gli ultimi studi e indagini confermano che tra i dipendenti italiani si sta consolidando una visione meno orientata all'avanzamento gerarchico, più attenta alla qualità delle relazioni sul posto di lavoro e alla condivisione dei valori dell'azienda.

Gli esiti del nono Rapporto Censis-Eudaimon, affiancati da altre ricerche di settore, restituiscono quindi una fotografia fedele di un cambiamento che riguarda tutte le generazioni in azienda: oggi la carriera non è più, per la maggioranza dei lavoratori, un'ossessione o una fonte esclusiva di identità, ma una delle tante dimensioni attraverso cui costruire una vita appagante e sostenibile.

Dalla centralità della carriera al benessere personale

La fotografia proposta dal nono Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale è chiara: per oltre metà dei lavoratori fare carriera non rappresenta una priorità assoluta. Ben il 55,1% dei dipendenti afferma che l'avanzamento professionale non è centrale nella propria vita, mentre solo il 33,8% attribuisce alla carriera un peso preponderante. Questo spostamento d'interesse emerge con chiarezza anche tra le generazioni più giovani.

Non solo: oltre sei lavoratori su dieci affermano di perdere talvolta il senso del proprio lavoro, vissuto come fonte di reddito più che come percorso di realizzazione. La questione identitaria è sempre più accompagnata da un desiderio diffuso di qualità della vita e spazi dedicati a se stessi:

  • Il 64,7% dei lavoratori afferma di non trovare più, o non aver mai trovato, nel lavoro una passione.
  • Il 44,7% lo concepisce come un obbligo più che una scelta gratificante.
  • Per l'88,2% del campione, avere più tempo per sé stessi deve essere un diritto.
Le condizioni economiche e tecnologiche per ridurre la settimana lavorativa secondo il modello dei quattro giorni sono ritenute raggiunte dal 71,3%, con un consenso che sfiora l'83% tra i 18-34enni. Questi dati testimoniano un cambiamento strutturale: il benessere personale e la gestione del tempo libero superano, per molti, la rincorsa a gratificazioni materiali o status professionali.

Valori, work-life balance e diritto alla disconnessione

Il nuovo scenario, delineato dai dati del Rapporto Censis-Eudaimon, mette in evidenza l'affermazione di una scala di priorità completamente rivisitata. I lavoratori italiani danno ora maggiore peso a fattori quali:

  • Work-life balance: Il bilanciamento tra vita privata e attività lavorativa è considerato essenziale, anche a costo di rinunciare a una crescita in carriera. Secondo survey, più di un terzo dei lavoratori scambierebbe persino un aumento di stipendio con una migliore offerta di benessere o con maggiore flessibilità.
  • Condivisione dei valori aziendali: La maggioranza preferisce restare in aziende di cui condivide la cultura e le pratiche, anche se altrove percepirebbe retribuzioni più elevate.
  • Diritto alla disconnessione: La gestione della reperibilità fuori orario differenzia soprattutto i giovani. Il 57,7% di chi ha meno di 35 anni sceglie di non rispondere a e-mail, messaggi o telefonate fuori dal tempo di lavoro, a fronte del 33,7% degli over 50.
Risulta anche che quasi la metà degli occupati vive con ansia la ricezione di comunicazioni fuori orario: un segnale evidente della necessità di ridefinire i confini tra lavoro e vita privata. Le nuove generazioni, in particolare, mostrano una netta preferenza per ambienti di lavoro flessibili e orientati al benessere.

Tra paura dell'AI e fiducia nei valori aziendali

Il rapporto con l'innovazione digitale è uno dei fronti più delicati nella percezione contemporanea del lavoro. Oltre un terzo dei lavoratori italiani oggi utilizza strumenti di intelligenza artificiale nelle proprie attività, ma la fiducia nelle tecnologie non sempre è accompagnata da sicurezza occupazionale. Il 42,6% nutre il timore concreto che l'AI possa prendere il proprio posto, alimentando ansie soprattutto nelle professioni maggiormente esposte alla digitalizzazione.

Ancora più diffuso è il senso di sfiducia nei confronti della leadership aziendale: il 55,3% dei lavoratori è convinto che i dirigenti ripongano maggiore fiducia in tecnologie e automazione che nelle risorse umane. Questo sentimento di esclusione dal processo decisionale si riflette in una lieve ma costante erosione della motivazione e nell'incremento della fatica emotiva.

La necessità di politiche di upskilling e di formazione continua emerge quindi come prioritaria, anche alla luce dei dati secondo cui molte aziende italiane ancora investono poco nella crescita professionale e nell'adattamento delle competenze alle nuove sfide digitali. 

Retribuzione, valorizzazione e autonomia: le insoddisfazioni

Fra le cause della perdita di attrattività della carriera classica si annoverano la percezione di non essere adeguatamente retribuiti e valorizzati. I dati Censis-Eudaimon rivelano che:

  • Il 57,7% degli occupati ritiene la propria retribuzione non proporzionata alle responsabilità e ai compiti svolti;
  • Il 55,4% dichiara che l'attuale compenso non permette di risparmiare;
  • Per oltre la metà degli intervistati con il solo lavoro non si diventa benestanti;
  • Il 78,9% si sente poco valorizzato e il 62,2% lamenta scarsa autonomia decisionale e operativa.
Ulteriori segnali di disagio includono la diffusione della fatigue psicofisica e la paura di andare sul luogo di lavoro (ergofobia), una sindrome che colpisce oltre la metà dei dipendenti almeno una volta nella vita.
Il senso di inadeguatezza e il cosiddetto sindrome dell'impostore, in cui si dubitano di propri meriti e successi, arriva a coinvolgere quasi un lavoratore su cinque. 

Job hopping e nuove strategie di benessere

Il panorama lavorativo italiano sta vivendo una crescita significativa della mobilità professionale, soprattutto tra i più giovani. La condizione di fedeltà all'azienda è sempre meno sentita rispetto agli anni passati: circa un terzo dei lavoratori italiani ritiene che cambiare frequentemente occupazione sia più efficace, anche rispetto alla ricerca di una singola, lunga carriera nella stessa azienda, per ottenere maggiori guadagni e avanzamenti.

La pratica nota come job hopping si sta affermando come una strategia consapevole, volta a migliorare le proprie condizioni retributive, acquisire nuove competenze e trovare un ambiente in linea con le proprie esigenze personali. In particolare:

  • I giovani mostrano resistenza a modelli lavorativi rigidi e gerarchici,
  • Ricercano percorsi di crescita trasversale, formazione continua e autonomia,
  • Scegliendo spesso di lasciare aziende che non offrono piani di sviluppo professionale coerenti con le loro aspettative di benessere e autorealizzazione.
Al contempo, si registra un'attenzione crescente a pratiche quali il diritto alla disconnessione, il welfare aziendale personalizzato e il supporto al benessere mentale. 

La trasformazione della cultura lavorativa italiana

Il modello produttivista che per decenni ha dominato la cultura d'impresa italiana lascia progressivamente il posto a una ricerca condivisa di senso, scopo e appartenenza. Le evidenze raccolte dal Censis e dagli osservatori HR documentano come l'obiettivo non sia più soltanto il raggiungimento di risultati economici immediati, ma anche la costruzione di un ambiente sostenibile e umano:

  • La produttività resta importante ma viene declinata in relazione alla soddisfazione, al coinvolgimento e al benessere sia individuale che collettivo.
  • Il valore del lavoro si misura sempre più nell'opportunità di crescere in autonomia, imparare e incidere positivamente su team e comunità.
  • La condivisione di un purpose aziendale autentico rappresenta un driver prioritario per la retention e l'engagement delle persone.
Studi mostrano che, pur di lavorare in un'azienda con cui condividere valori e obiettivi, molti lavoratori italiani sono disposti a rinunciare a una parte della retribuzione o a possibilità di promozione verticale, preferendo contesti che garantiscano flessibilità, inclusione e sviluppo personale. Si costruisce così un nuovo contratto psicologico tra impresa e lavoratore, centrato più sull'esperienza di lavoro che sulla sola carriera gerarchica. 


Marcello Tansini

Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...

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