Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Chi ha chiesto l'aumento dello stipendio negli ultimi mesi lo ha ottenuto dalla azienda? L'indagine Randstad

WhatsApp X Telegram
di Marcello Tansini pubblicato il

Negli ultimi mesi, la richiesta di aumenti salariali ha acceso il dibattito sul valore del lavoro in Italia. Attraverso i dati Randstad, esaminiamo nuove priorità e strategie aziendali.

Talenti più informati e consapevoli, aziende alle prese con aspettative nuove, normative in trasformazione e un clima economico incerto formano uno scenario di grande competitività. Mai come ora, la combinazione tra retribuzione e qualità della vita professionale è al centro delle scelte di lavoratori e imprese. Una nuova consapevolezza sta modificando in profondità le priorità sia di chi cerca lavoro sia di chi deve attrarre o trattenere persone di valore.

Le persone non si accontentano più di un semplice aumento: chiedono un equilibrio autentico tra salario, benessere, flessibilità e opportunità di crescita. Una richiesta che, se non gestita in modo strategico, rischia di compromettere la competitività stessa delle aziende e la stabilità dei team.

Chi ha chiesto un aumento di stipendio lo ha ottenuto?

L'ultimo report Randstad Workmonitor delinea uno scenario a doppia velocità: da un lato, la quasi totalità delle imprese italiane si proclama ottimista sulle prospettive di crescita e sulla capacità di offrire condizioni migliori; dall'altro, solo poco meno di un terzo dei lavoratori che ha chiesto aumenti o miglioramenti retributivi se ne è effettivamente avvantaggiato.

I dati raccolti in Italia, su campioni rappresentativi sia della componente aziendale che lavorativa, fotografano un divario tra la strategia dichiarata dalle imprese e l'esperienza reale dei dipendenti:

  • 66% delle aziende ha elaborato policy ad hoc per contrastare il carovita, ma solo il 30% dei dipendenti dichiara di aver ricevuto un miglioramento economico.
  • Almeno il 33% delle persone ammette di dover ricorrere a soluzioni emergenziali (più ore di lavoro, cambi di ruolo, riduzione delle spese) per arrivare a fine mese.
  • Una quota significativa, in aumento rispetto agli anni precedenti, valuta costantemente alternative presso altri datori di lavoro.
Le richieste di incremento retributivo sono aumentate anche a causa dell'inflazione: tra il 2021 e il 2023 i salari sono cresciuti meno dei prezzi. Solo dal 2024, complice la maggiore attività di rinnovo contrattuale nei settori privati, si è registrata un'inversione del trend, con alcuni comparti (legno, metalmeccanico) che hanno visto incrementi anche a doppia cifra.

Il dato Randstad conferma un altro punto chiave: i miglioramenti economici concessi dalla maggior parte delle aziende restano spesso concentrati in posizioni ad elevata specializzazione o responsabilità. Al contrario, le richieste provenienti da ruoli diffusamente impattati dal carovita (operai, impiegati operativi) non sempre ricevono risposte adeguate, alimentando insicurezza e motivando la ricerca di alternative.

Stipendio, benefit o work-life balance? Le nuove priorità

Non è più solo una questione di salario: la nuova generazione di lavoratori, insieme a una fascia crescente di professionisti senior, valuta una molteplicità di elementi quando si tratta di restare in azienda o cambiare datore di lavoro. Le ricerche condotte da Randstad Employer Brand e dai principali osservatori HR concordano su alcuni punti fermi:

  • Il 59% degli italiani sceglierebbe meno stress a fronte di una retribuzione leggermente inferiore, mentre il 58% preferisce orari flessibili e il 55% benefit sanitari come leva prioritaria.
  • Il work-life balance, equilibrio tra lavoro e vita personale, risulta il fattore numero uno nella scelta di un datore di lavoro per oltre il 60% dei candidati.
  • La retribuzione rimane determinante per la retention: il 75% dei lavoratori resterebbe in azienda se ricevesse un aumento; anche gli scatti annuali e le opportunità di crescita pesano fortemente (rispettivamente 71% e 63%).
Questa fotografia, tutt'altro che astratta, trova riscontro nelle scelte concrete:
  • Un terzo degli intervistati ha già accettato lavori meno remunerativi in cambio di un pacchetto vantaggi più ricco o di maggiore soddisfazione personale.
  • I benefit, specie quelli che hanno un impatto diretto (come assistenza sanitaria e buoni pasto), sono più efficaci nel trattenere i dipendenti rispetto a incentivi immateriali.
  • La possibilità di gestire il proprio orario pesa oggi più della sede dove si lavora o della semplice presenza di smart working.
Risulta evidente che il posto fisso come ideale sta gradualmente lasciando spazio a un approccio poliedrico: il desiderio di crescita, il desiderio di sentirsi parte di una organizzazione etica e l'attesa di un total reward che vada oltre lo stipendio classico sono diventate esigenze trasversali, fondamentali soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione attiva.

Perché molte aziende non riescono a trattenere i talenti

Il fallimento delle strategie di retention ha radici profonde: spesso la distanza tra ciò che le imprese pensano di offrire e ciò che i dipendenti percepiscono è ampia. Tra le cause più frequenti emerse dalle indagini:

  • Inadeguatezza nella comunicazione dei piani retributivi e dei criteri di promozione economica.
  • Scarso ascolto delle esigenze individuali, specie sulle tematiche di work-life balance e inclusione.
  • Confusione tra benefit di facciata (gadget, convenzioni) e reali strumenti di sostegno al benessere psico-fisico o economico.
  • Assenza di percorsi di crescita e formazione visibili e concreti.
I dati Randstad Employer Brand Research indicano che solo il 43% dei dipendenti italiani giudica eccellente il proprio ambiente di lavoro, contro una media europea superiore al 59%. La mancanza di coinvolgimento, la difficoltà ad accedere a strumenti di sviluppo e la percezione di essere poco valorizzati alimentano turnover e disaffezione. Spicca anche un'altra dimensione: la differenza di visione tra vertici aziendali e base operativa, evidente soprattutto nelle PMI, dove spesso la comunicazione interna viene sottovalutata.

Il ruolo della leadership e della cultura aziendale

La motivazione nasce dalla vicinanza tra leadership e collaboratori: indagini internazionali attestano che la qualità dei responsabili incide per il 70% sull'engagement dei team. I lavoratori chiedono leader in grado di ascoltare, trasmettere fiducia, offrire feedback chiari e orientare il team verso una visione condivisa.

In assenza di questi elementi, anche la miglior politica retributiva perde efficacia. Un ambiente che valorizza il confronto costruttivo, che promuove l'apprendimento continuo e legittima la possibilità di sbagliare per crescere, aumenta la sensazione di appartenenza. Dati Gallup mostrano che dipendenti sostenuti e coinvolti dalla leadership risultano il 41% più produttivi e il 59% meno propensi al turnover. L'investimento in cultura organizzativa non è più rinviabile:

  • La trasparenza sulle politiche retributive e il coinvolgimento attivo nella definizione di piani di sviluppo aumentano motivazione e retention.
  • La sicurezza psicologica, ossia la possibilità di esprimere opinioni e criticità senza timore di ripercussioni, è riconosciuta come uno dei driver principali di innovazione e performance sostenibile.
  • La formazione dei manager sulle soft skill relazionali (ascolto, feedback, coaching) rappresenta oggi una delle leve più efficaci per costruire ambienti di qualità.

Dati, strategie e best practice per aumenti, retention

Le evidenze raccolte da Randstad e dagli osservatori HR identificano alcune strategie vincenti per rispondere efficacemente alla richiesta di aumenti e migliorare la retention:
  • Politiche trasparenti: l'adozione di criteri chiari e oggettivi per la definizione degli scatti retributivi e dei benefit riduce le frizioni interne.
  • Pacchetti di benefit bilanciati: abbinare retribuzione diretta a benefit flessibili (welfare, orario ridotto, formazione, servizi alla persona).
  • Dialogo costante: consultare periodicamente i collaboratori sui bisogni effettivi (es. survey anonime, colloqui individuali).
  • Sviluppo professionale: investire in piani di formazione e percorsi di crescita adattivi, personalizzati su competenze e valori.
I risultati migliori si ottengono integrando queste leve strategiche e monitorando costantemente le esigenze dei team, prevenendo la disaffezione attraverso azioni concrete e misurabili.

Risolvere la tensione tra richiesta di aumento e risposta

Quando si crea una tensione tra domanda di aumenti salariali e risposta dell'organizzazione, orientarsi su modelli partecipativi e trasparenti è la sola strada per prevenire conflitti e turnover:

  • Avviare audit retributivi periodici: misurare il posizionamento interno rispetto al mercato e agire tempestivamente sugli scostamenti.
  • Attivare canali di comunicazione diretti: ogni dipendente dovrebbe poter chiedere chiarimenti e proporre miglioramenti, con feedback tracciabili e risposte rapide.
  • Introdurre avanzamenti graduali e bonus risultato, spesso meglio tollerati anche dalle realtà meno solide finanziariamente rispetto a incrementi generalizzati e permanenti.
  • Personalizzare i benefit in base al ciclo di vita dei collaboratori: giovani e famiglie privilegiano flessibilità e servizi, senior apprezzano solidità previdenziale e formazione continua.



Marcello Tansini

Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...

Puoi Approfondire