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Come una consulente bancaria è riuscita a sottrarre 182mila euro ad un sua cliente avvocata e non un caso raro

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di Marianna Quatraro pubblicato il

Una ex consulente bancaria di 70 anni è accusata di aver usato l’identità digitale di una cliente per sottrarle 182mila euro in tre anni. La storia e come difendersi.

Una storia che sembra uscita da un romanzo giudiziario e che invece racconta, con dettagli molto concreti, uno dei rischi più sottovalutati del rapporto tra banca e cliente: la fiducia cieca verso chi gestisce i nostri soldi. Una ex consulente bancaria di 70 anni è stata rinviata a giudizio con l’accusa di aver utilizzato abusivamente l’identità digitale di una cliente, un’avvocata, per ottenere a suo nome due carte bancomat e una carta di credito. Con quegli strumenti, secondo l’accusa, sarebbero stati effettuati prelievi e acquisti per oltre 182mila euro nell’arco di tre anni.

La vicenda: cosa contesta l’accusa

Al centro del procedimento c’è una figura che dovrebbe rappresentare sicurezza e competenza: la consulente bancaria, ovvero la persona di riferimento a cui il cliente si affida per gestire conti, investimenti e strumenti di pagamento. Nel caso in esame, la donna, oggi ex dipendente e settantenne, avrebbe approfittato proprio della posizione di fiducia costruita nel tempo con la cliente.

Secondo la ricostruzione accusatoria, la professionista avrebbe utilizzato abusivamente l’identità digitale della cliente, un’avvocata, per richiedere e ottenere due carte bancomat e una carta di credito intestate a quest’ultima, senza che la titolare ne fosse consapevole. Le carte, una volta in mano alla consulente, sarebbero state impiegate per prelievi di contanti e acquisti ripetuti, in un arco temporale di tre anni. Il totale contestato supera i 182mila euro.

La durata è uno degli elementi più inquietanti. Non si tratta di un’operazione isolata, ma di un meccanismo che, per essere andato avanti per così tanto tempo, avrebbe potuto sfruttare la scarsa attenzione della vittima agli estratti conto e, probabilmente, anche la conoscenza interna dei sistemi e delle procedure bancarie da parte di chi li utilizzava per lavoro.

Il ruolo del marito: lavori di pubblica utilità

Nella vicenda compare anche il marito della consulente, 72 anni, consulente assicurativo-finanziario. La sua posizione è stata definita in modo diverso rispetto a quella della moglie: l’uomo è stato condannato a svolgere 200 ore di lavori di pubblica utilità, una misura alternativa alla pena detentiva che prevede un’attività non retribuita a favore della collettività.

Resta però chiamato a rispondere di altri addebiti, tra cui la contestata falsificazione delle carte di pagamento. Questo passaggio è importante perché lascia intendere che, secondo l’impianto accusatorio, non si sarebbe trattato soltanto di un uso improprio di strumenti regolarmente emessi, ma anche di un’attività di contraffazione che avrebbe reso possibile l’impiego delle carte.

Come sempre in questi casi, vale il principio della presunzione di innocenza: la consulente è stata rinviata a giudizio, il che significa che si andrà a processo, ma nessuna responsabilità è accertata in via definitiva fino a una sentenza irrevocabile.

L’identità digitale: la nuova chiave d’accesso ai nostri soldi

Il cuore tecnico di questa storia è l’identità digitale. SPID, credenziali bancarie online, firme elettroniche e codici di autorizzazione sono diventati le vere chiavi di casa della nostra vita finanziaria. Chi le possiede può richiedere prodotti, modificare impostazioni e autorizzare operazioni.

Il problema è che, quando a usarle in modo scorretto è un soggetto interno o vicino alla banca, i normali meccanismi di controllo possono risultare meno efficaci. Un cliente si aspetta che sia il truffatore esterno, l’hacker, il phisher, a rappresentare il pericolo. Più raramente immagina che la minaccia possa arrivare da chi siede dall’altra parte della scrivania.

Questo non significa che le banche siano luoghi insicuri. Significa che la sicurezza informatica non basta se non è accompagnata da controlli organizzativi, separazione dei ruoli, tracciabilità delle operazioni e verifiche periodiche indipendenti.

Perché non è un caso raro

Quello accaduto non è un caso isolato. Negli ultimi anni le cronache hanno riportato più volte episodi di infedeltà di consulenti e dipendenti bancari, accusati di aver approfittato del rapporto fiduciario con clienti spesso anziani, o comunque poco avvezzi al controllo puntuale dei movimenti.

Le dinamiche ricorrenti sono diverse:

  • Disposizioni non autorizzate su conti e depositi, camuffate da operazioni di routine.
  • Firme falsificate su moduli e contratti di investimento.
  • Emissione di carte e strumenti di pagamento all’insaputa del titolare.
  • Appropriazione di somme attraverso bonifici o giroconti su conti riconducibili al consulente o a terzi.
  • Utilizzo delle credenziali del cliente, ottenute con la scusa di assisterlo nelle operazioni.
Il filo conduttore è sempre lo stesso: l’abuso di fiducia. E il fattore tempo gioca a favore di chi agisce, perché più un cliente si fida, meno controlla.

Un aspetto che colpisce in questa storia è la professione della vittima: un’avvocata, cioè una persona abituata a leggere contratti, valutare rischi e muoversi tra norme e documenti. Se è accaduto a lei, può accadere a chiunque.

Questo ci ricorda che la vulnerabilità non dipende soltanto dalla competenza, ma dal tempo che si dedica al controllo e dalla fiducia accordata a chi si occupa di gestire il nostro patrimonio. Un professionista impegnato, con molti conti e molte attività, può delegare per comodità e perdere di vista ciò che accade sui propri rapporti bancari.

Come proteggersi: consigli pratici

Per ridurre il rischio di essere vittima di abusi simili, ci sono alcune abitudini che vale la pena adottare, indipendentemente da quanto si stimi il proprio consulente:

  1. Controllare con regolarità gli estratti conto e i movimenti delle carte, anche tramite app, almeno una volta a settimana.
  2. Attivare le notifiche in tempo reale su ogni operazione, sia per i pagamenti sia per i prelievi.
  3. Verificare periodicamente l’elenco dei prodotti attivi a proprio nome: conti, carte, deleghe e servizi di home banking.
  4. Non condividere mai le credenziali di accesso, nemmeno con il consulente di fiducia, e non lasciare che compili moduli o procedure al posto proprio senza controllo.
  5. Richiedere copia di tutta la documentazione firmata e conservarla con cura.
  6. Diffidare di operazioni o prodotti che non si ricordano di aver richiesto.
  7. Segnalare subito alla banca ogni anomalia e, se necessario, presentare denuncia alle autorità competenti.
Un altro consiglio utile è chiedere periodicamente un riepilogo completo dei rapporti intestati, magari direttamente in filiale o al servizio clienti, senza passare dal proprio consulente di riferimento.

Le responsabilità della banca

Quando episodi di questo tipo emergono, si apre inevitabilmente anche il tema della responsabilità dell’istituto di credito. La giurisprudenza ha spesso affermato che la banca risponde dell’operato dei propri dipendenti nell’esercizio delle loro funzioni, e che deve dotarsi di sistemi di controllo adeguati per prevenire abusi interni.

Nel caso specifico, il fatto che le operazioni contestate si siano protratte per tre anni solleva interrogativi sull’efficacia dei presidi di verifica. Spetterà ai giudici accertare le eventuali responsabilità, ma il tema resta centrale per tutto il settore: la prevenzione delle frodi interne è importante quanto quella delle frodi esterne.

Per il cliente che subisce un danno, la strada passa spesso per reclamo formale, eventuale ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario e, nei casi più gravi, costituzione di parte civile nel procedimento penale per ottenere il risarcimento.

La vicenda della consulente rinviata a giudizio è, prima di tutto, un monito sulla cultura del controllo. La fiducia è un valore, ma non dovrebbe mai trasformarsi in delega totale e inconsapevole. Chi affida i propri risparmi a un professionista ha diritto di aspettarsi correttezza, ma ha anche il dovere di vigilare, perché nessun sistema è infallibile.

Allo stesso tempo, questa storia mostra quanto sia ormai delicato il tema dell’identità digitale. Le credenziali non sono semplici password: sono l’equivalente di una firma e di una chiave di cassaforte. Proteggerle, e capire chi e come le utilizza, è oggi una parte essenziale della gestione del proprio denaro.

Il processo chiarirà i fatti e stabilirà le responsabilità. Nel frattempo, per tutti i correntisti resta un messaggio semplice e concreto: controllare, verificare, non dare nulla per scontato. Perché, come dimostra questo caso, non è un episodio raro e prevenire è sempre più economico, e meno doloroso, che recuperare.




Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...