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Cosa succede davvero quando chiami il 118 in una piccola città italiana

di Dott.ssa Sara Melchionda pubblicato il

Cosa accade quando si chiama il 118 in una piccola città italiana? Il funzionamento della centrale operativa, i diversi mezzi di soccorso impiegati, le procedure adottate all'arrivo e le tipiche emergenze affrontate, con uno sguardo ai limiti del sistema

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Hai mai chiamato il 118 da un piccolo comune italiano e aspettato molto più di quanto ti aspettassi? Non sei solo. Dietro quel silenzio che segue la telefonata si nasconde un sistema complesso, spesso sottofinanziato, che rivela molto di più di una semplice disfunzione organizzativa: racconta lo stato reale dei servizi pubblici nelle aree interne del Paese. Cosa accade davvero, operativamente, a livello logistico e e burocratico dal momento in cui componi il numero di emergenza fino all'arrivo dei soccorsi. 

La telefonata: cosa succede nei primi 60 secondi

Quando chiami il 118, la tua chiamata non arriva direttamente all'ambulanza più vicina. Viene gestita da una Centrale Operativa 118, struttura provinciale o regionale che coordina tutti i mezzi di soccorso del territorio.

Nelle grandi città metropolitane, Milano, Roma, Napoli, le centrali sono dotate di sistemi GPS in tempo reale, software di dispatch automatico e operatori dedicati H24. Nelle realtà più piccole, invece, la centrale può essere distante decine di chilometri e condivide le risorse con un'area geografica vastissima.

Nei primi 60 secondi l'operatore deve:

  • Localizzare il chiamante (non sempre automatico, soprattutto con cellulari)
  • Classificare il codice di urgenza (rosso, giallo, verde)
  • Identificare il mezzo più vicino disponibile
  • Dare le prime istruzioni 
In un piccolo comune montano o periferico, già questa fase può essere più lenta: meno personale, copertura telefonica instabile, indirizzi difficili da individuare su cartografia digitale non aggiornata.

Il mezzo di soccorso: dove si trova davvero l'ambulanza

Questo è il punto che sorprende di più. Nei piccoli comuni italiani, spesso non esiste un presidio fisso di ambulanza. Il mezzo più vicino può trovarsi in un comune limitrofo, a 20, 30 o anche 50 chilometri di distanza.

Esistono tre tipologie principali di presidio sul territorio:

  • Postazione fissa (DEA o Pronto Soccorso ospedaliero): presente nei comuni che hanno un ospedale con reparto di emergenza. Garantisce i tempi più rapidi, ma negli ultimi anni molti piccoli ospedali sono stati ridimensionati o chiusi a seguito dei piani di razionalizzazione della spesa sanitaria regionale.
  • Postazione distaccata: un'ambulanza posizionata stabilmente in un punto strategico del territorio, senza struttura ospedaliera. Soluzione adottata in alcune Regioni per i comuni più isolati, ma non uniformemente distribuita a livello nazionale.
  • Guardia medica con mezzi convenzionati: in molte aree, soprattutto la notte e nei festivi, il soccorso è affidato a cooperative di volontariato o a mezzi convenzionati con il SSN. La Croce Rossa, la Misericordia e le associazioni ANPAS coprono una quota significativa delle emergenze in Italia, specialmente nelle zone rurali.

I tempi reali: dati e distanze

Il Decreto Ministeriale 70/2015 (noto come "Regolamento sugli standard ospedalieri") stabilisce che il tempo massimo di intervento del 118 dovrebbe essere di 8 minuti nelle aree urbane e 20 minuti nelle aree extraurbane. Ma la realtà nei piccoli comuni è spesso diversa.

Secondo diversi rapporti regionali e studi pubblicati da associazioni di settore, nelle aree interne del Centro-Sud, delle isole e delle zone appenniniche, i tempi medi di intervento possono superare i 30-40 minuti, con punte ancora più elevate in condizioni meteorologiche avverse o durante i mesi estivi quando le strade sono congestionate dal turismo.

Per alcune emergenze, infarto, ictus, arresto cardiaco, ogni minuto conta in modo critico. La letteratura medica indica che per ogni minuto senza defibrillazione in un arresto cardiaco, la probabilità di sopravvivenza diminuisce del 10%. In questo contesto, la distanza non è solo un dato geografico: è una variabile clinica determinante.

Il personale: chi sale sull'ambulanza

Anche la composizione dell'equipaggio varia significativamente:

  • Medicalizzata (MSA): medico + infermiere + autista-soccorritore. Standard più alto, ma riservata ai codici rossi o disponibile solo nelle ore diurne nei centri maggiori.
  • Infermieristica (ISA): infermiere + autista-soccorritore. Soluzione intermedia, sempre più diffusa.
  • Soccorritore volontario: in molte zone rurali, l'equipaggio è composto esclusivamente da volontari formati con corso BLS-D. Non è medico, non è infermiere, ma può fare la differenza in attesa di rinforzi.
Nei piccoli comuni, soprattutto di notte, è frequente che l'ambulanza arrivi con personale volontario. 

Una volta stabilizzato, il paziente viene trasportato all'ospedale più vicino con le competenze adeguate al caso. Nelle piccole città italiane, i Pronto Soccorso spesso non hanno tutti i reparti specialistici. Un trauma cranico, un infarto STEMI, un ictus ischemico richiedono centri specializzati, HUB che possono essere lontani decine o centinaia di chilometri. Questo significa che in certi casi il 118 non ti porta all'ospedale del tuo comune, anche se esiste, ma direttamente a un centro Hub regionale, aumentando ulteriormente i tempi totali dell'intervento.

Cosa stanno facendo le Regioni (e cosa no)

Il quadro normativo è frammentato. In Italia la sanità è materia regionale, il che significa che i livelli di copertura del 118 variano enormemente da Regione a Regione.

Alcune Regioni virtuose come l'Emilia-Romagna e la Valle d'Aosta, hanno sviluppato reti di elisoccorso e postazioni avanzate che coprono anche le zone più impervie. Altre, soprattutto nel Sud e nelle isole, scontano decenni di sottofinanziamento strutturale.

Il PNRR ha stanziato risorse per il potenziamento dell'assistenza territoriale (Case di Comunità, Ospedali di Comunità), ma i tempi di realizzazione sono lunghi e l'impatto sul 118 non è diretto né immediato.

Quando chiamare il 118: emergenze vere, rischi ed errori comuni

La corretta attivazione del numero di emergenza è essenziale per garantire una risposta efficiente e non sovraccaricare il sistema. In un contesto di piccola città, l’abitudine alla comunità “familiare” può portare a richieste inappropriate.

È opportuno chiamare il 118 soltanto di fronte a:

  • dolori toracici acuti, dispnea improvvisa, perdita di coscienza;
  • sintomi di ictus (difficoltà di parola, paralisi improvvisa del volto o degli arti);
  • incidenti gravi, traumi, emorragie importanti;
  • soffocamento, reazioni allergiche severe, crisi epilettiche;
  • condizioni di rischio per la vita o rapido peggioramento dei sintomi.
I rischi più frequenti nelle piccole città sono:
  • l’attivazione impropria per malesseri lievi o condizioni di cronica gestione ordinaria, che riduce la disponibilità di mezzi per vere emergenze;
  • la sottovalutazione di sintomi realmente gravi, motivata da scarso accesso alle informazioni sui segni critici;
  • l’inadeguata comunicazione di luogo o circostanza, specie in zone rurali isolate;
È importante sapere che per situazioni non urgenti (spostamenti programmati, visite a domicilio per condizioni cliniche stabili) il riferimento resta il medico di famiglia o altri servizi territoriali, evitando così sovrapposizioni e tempi di attesa per chi ha davvero necessità di un intervento immediato


Dott.ssa Sara Melchionda

La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...