Il prezzo di benzina e diesel in Italia resta appeso a un filo sottile, quello geopolitico dello Stretto di Hormuz, e a uno strutturale, fatto di accise, capacità di raffinazione e scelte di politica energetica: cosa succederà nelle prossime settimane
Il prezzo di benzina e diesel in Italia resta appeso a un filo sottile, quello geopolitico dello Stretto di Hormuz, e a uno strutturale, fatto di accise, capacità di raffinazione e scelte di politica energetica. Nelle prossime settimane il costo del carburante alla pompa potrebbe muoversi lungo una forbice amplissima, da circa 1,8 euro al litro in caso di distensione internazionale fino a 2,5 o addirittura 3 euro al litro se la crisi dovesse aggravarsi. Secondo Vincenzo Marsiglia di Federpetroli, solo con una tregua stabile si potrebbe tornare ai prezzi in area 1,8 euro al litro, con effetti però graduali sui distributori italiani, ma se la crisi dovesse peggiorare senza una vera de-escalation, toccare i 3 euro al litro sul gasolio nei prossimi mesi non è difficile. Il nodo di fondo è strutturale: gli interventi spot sulle accise hanno un effetto limitato rispetto alla velocità con cui si muovono i prezzi internazionali. Sul costo finale alla pompa pesano circa un euro di tasse, un fattore che riduce comunque il margine di manovra del Governo.
Nessun altro punto del pianeta condiziona il prezzo dei carburanti quanto lo Stretto di Hormuz. Da questo braccio di mare transita una quota enorme del greggio mondiale e ogni tensione militare o diplomatica nella zona si riflette quasi in tempo reale sulle quotazioni internazionali del petrolio, per poi arrivare, con qualche settimana di ritardo, sui listini dei distributori italiani.
Nelle ultime settimane la situazione ha conosciuto una parziale distensione, anche se già si parlava (e si pensa ancora) a possibili rotte alternative per l'arrivo di carburanti e merci in Europa. La riapertura dello Stretto ha già ridotto una delle principali fonti di pressione sul mercato petrolifero, anche se, come sottolineano gli analisti del settore, il ritorno alla normalità dei flussi commerciali richiede tempo. Le navi cisterna e le compagnie assicurative non riadeguano le proprie rotte e le proprie coperture nel giro di pochi giorni, e questo significa che anche una tregua duratura non produce un effetto immediato sui prezzi alla pompa.
Se la de escalation dovesse consolidarsi, gli esperti del settore intravedono margini per un calo sensibile dei prezzi. Secondo Vincenzo Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, con una tregua stabile è possibile un ribasso fino in zona 1,8 euro al litro per la benzina.
Va però chiarito un aspetto tecnico che spesso sfugge all'automobilista: l'effetto sui distributori italiani non è mai immediato. Le quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti raffinati devono prima stabilizzarsi su un nuovo equilibrio, e solo in un secondo momento questo equilibrio si trasferisce sui listini alla pompa. Tra l'annuncio di una tregua e il reale sconto percepito dal consumatore possono quindi passare diverse settimane, un intervallo determinato dai tempi di approvvigionamento, dalle scorte già acquistate a prezzi più alti e dalle dinamiche di mercato dei singoli gestori.
Lo scenario opposto, quello di una ripresa delle ostilità, appare tutt'altro che remoto agli occhi degli analisti. In particolare, il rischio maggiore riguarda eventuali attacchi agli impianti che oggi permettono di aggirare lo Stretto di Hormuz, ovvero le infrastrutture alternative che vengono utilizzate proprio per ridurre la dipendenza da quel passaggio strategico. Se questi impianti dovessero essere colpiti, l'effetto sul mercato sarebbe molto più severo rispetto a una semplice chiusura temporanea dello Stretto.
In questo scenario, il greggio tornerebbe sopra i 110 dollari al barile, la benzina supererebbe i 2,25 euro al litro, un livello che andrebbe oltre il record storico toccato a marzo 2022 durante i primi mesi della guerra in Ucraina, e il gasolio arriverebbe intorno ai 2,5 euro al litro.
Ma c'è chi si spinge anche oltre. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, non esclude che si possa arrivare fino a 2,50 o addirittura 3 euro al litro. A pesare, secondo l'analista, non sarebbe soltanto la tensione geopolitica, ma anche un fattore strutturale spesso sottovalutato: la carenza di capacità di raffinazione a livello globale, un problema particolarmente marcato in Europa e, ancora di più, in Italia, dove negli ultimi anni la capacità di raffinazione si è progressivamente ridotta senza che si investisse in nuovi impianti.
Anche Marsiglia condivide questa lettura pessimistica per il gasolio. Secondo il presidente di Federpetroli, se la crisi mediorientale dovesse continuare a peggiorare senza una vera de escalation, arrivare a 3 euro al litro sul gasolio nei prossimi mesi non è difficile. Una previsione che, se confermata, avrebbe un impatto pesantissimo su trasporti, logistica e filiera agroalimentare, settori che dipendono in modo diretto dal gasolio.
Al di là dei due scenari, positivo e negativo, gli esperti concordano su un punto che va oltre la cronaca del momento: la questione dei prezzi dei carburanti in Italia ha una natura strutturale che nessun intervento estemporaneo può risolvere davvero.
Secondo Marsiglia, gli interventi spot sulle accise servono a poco, perché la progressione dei prezzi internazionali del petrolio ha una dinamica molto più aggressiva e rapida rispetto ai tempi con cui un Governo può intervenire con un taglio fiscale. Un taglio delle accise, per quanto utile nell'immediato, viene spesso riassorbito nel giro di poche settimane dagli aumenti internazionali, come già accaduto in passato. Per questo, secondo l'esperto, servirebbe una vera strategia energetica nazionale, orientata a costruire una maggiore indipendenza energetica del Paese, riducendo l'esposizione alle oscillazioni geopolitiche di aree come il Golfo Persico.
Tabarelli aggiunge un altro elemento chiave per comprendere i margini reali di intervento pubblico. Sul prezzo finale alla pompa pesa circa un euro di tasse, tra accisa e IVA. Questo significa che, indipendentemente dalle intenzioni del Governo, il margine di manovra fiscale resta comunque limitato rispetto all'entità delle oscillazioni che il mercato internazionale può generare. Un taglio di qualche centesimo, per quanto percepibile dal consumatore, non è in grado di controbilanciare un rialzo del greggio di decine di dollari al barile.
Sul fronte interno, si va verso una nuova proroga del al meccanismo delle accise mobili, con l'obiettivo di predisporre una misura maggiormente concentrata sulle fasce di reddito che hanno più bisogno del sostegno dello Stato, rendendo l'intervento più efficace e selettivo.
Si tratta di un sistema che collega automaticamente l'entità dell'accisa alle variazioni del prezzo del greggio e dei prodotti raffinati, con l'obiettivo dichiarato di attutire gli effetti dei rincari sul consumatore finale.
Nonostante l'agevolazione fiscale, i prezzi medi rilevati sul territorio nazionale sono infatti rimasti elevati, con la benzina sopra i 2 euro al litro e il gasolio a 2,116 euro al litro, valori che testimoniano quanto il beneficio dello sconto sia stato progressivamente eroso dall'andamento dei mercati.
Il taglio delle accise temporaneo non serve, in realtà, a risolvere il problema del caro carburanti per cui il Governo dovrebbe pensare a misure più incisive e soprattutto strutturali.
La forbice tra 1,8 e 3 euro al litro fotografa con chiarezza il livello di incertezza che grava sul mercato dei carburanti. Da un lato, una de escalation nello Stretto di Hormuz e una stabilizzazione dei flussi commerciali potrebbero riportare un sollievo concreto per gli automobilisti italiani, sebbene con tempi non immediati. Dall'altro, un'escalation militare, unita ai limiti strutturali della raffinazione europea, potrebbe spingere i prezzi verso livelli mai visti prima, superando anche il record di marzo 2022.
In questo contesto, la vera partita non si gioca soltanto sull'ennesimo taglio delle accise, per quanto atteso e discusso, ma su interventi strutturali capaci di incidere sul medio e lungo periodo: dal potenziamento della capacità di raffinazione nazionale ed europea, fino a una strategia energetica che riduca la dipendenza dell'Italia dalle materie prime importate e dalle tensioni geopolitiche di aree lontane ma decisive per le tasche di milioni di automobilisti.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...