In Italia miliardi spesi per dighe mai terminate generano sprechi ed emergenze idriche, lasciando interi territori esposti a crisi ambientali, inefficienze gestionali e rischi idrogeologici mai risolti da decenni
Anni di investimenti pubblici non hanno portato a soluzioni efficaci per la gestione delle risorse idriche in diverse aree del Paese. L'Italia si confronta con una realtà paradossale: da un lato il territorio nazionale è ricco di corsi d’acqua e piogge abbondanti, dall’altro la capacità di trattenere e distribuire questa risorsa si rivela spesso drammaticamente insufficiente. La problematica delle opere idriche mai completate o abbandonate emerge regolarmente nei momenti di crisi, quando razionamenti, interruzioni di servizio e emergenze idriche colpiscono territori già sofferenti sotto più aspetti, dal degrado infrastrutturale ai rischi idrogeologici che restano inascoltati per anni.
La situazione non riguarda solo le aride province meridionali, anche regioni considerate virtuose faticano a gestire l’acqua accumulata durante le forti precipitazioni. Nonostante le raccomandazioni degli esperti e i finanziamenti messi a disposizione, opere come dighe e invasi sono spesso lasciate incomplete. La sicurezza di intere comunità, la tutela dell’ambiente e la sopravvivenza di comparti produttivi dipendono da decisioni che, troppo spesso, vengono rimandate o gestite con inefficienza, lasciando dietro di sé miliardi spesi e territori vulnerabili.
In Italia, il paesaggio delle grandi infrastrutture incompiute è tristemente familiare e le dighe ne rappresentano uno dei capitoli più costosi e pericolosi.
Secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il nostro Paese conta centinaia di opere pubbliche incompiute, molte delle quali avviate tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta del Novecento. Tra queste, le dighe occupano un posto d'onore nello spreco di denaro pubblico: si parla di miliardi di euro investit, in strutture che non hanno mai erogato un solo kilowattora di energia idroelettrica, né regolato un solo metro cubo d'acqua per uso agricolo o potabile.
L'Associazione Nazionale Costruttori Edili e diversi report della Corte dei Conti hanno evidenziato come le opere pubbliche incompiute in Italia rappresentino un costo non solo diretto, quello dei lavori avviati e mai terminati, ma anche indiretto: manutenzione straordinaria di strutture degradate, contenziosi legali con le imprese, rischio idrogeologico indotto dalla presenza di cantieri abbandonati in aree montane o fluviali.
Nel settore delle dighe, questo schema si ripete con variazioni sul tema: finanziamento iniziale, avvio dei lavori, interruzione per ragioni burocratiche o finanziarie, abbandono de facto, e poi decenni di inerzia mentre la struttura si deteriora e il territorio attorno rimane in uno stato di limbo.
Pochi casi in Italia incarnano meglio il paradosso delle grandi opere abbandonate quanto la diga di Cumbidanovu, in Ogliastra. I lavori furono avviati negli anni Ottanta per creare un invaso destinato all'irrigazione agricola e all'approvvigionamento idrico di una delle aree più aride della Sardegna. Decine di milioni di euro furono stanziati, le ruspe entrarono in azione, le fondamenta furono gettate.
Poi i lavori si fermarono. Le motivazioni ufficiali si accavallarono nel tempo: problemi progettuali, riassegnazioni di fondi, cambio di priorità politiche. Il risultato è una struttura parzialmente costruita che da decenni attende completamento in un territorio che continua a soffrire di siccità ricorrente.
D'altro canto la Calabria è la regione italiana con il più alto numero di dighe costruite nel dopoguerra, molte delle quali nell'ambito di ambiziosissimi piani di sviluppo del Mezzogiorno finanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno. La diga sul fiume Melito, nel territorio del reggino, è uno di quei casi in cui l'opera fu completata fisicamente ma non è mai entrata a pieno regime per anni, tra contenziosi, collaudi mai ultimati e gestione frammentata tra enti diversi.
Il punto critico, che accomuna diverse strutture del Sud Italia, non è solo lo spreco economico in senso stretto: è il fatto che dighe costruite male o gestite in modo approssimativo diventano esse stesse un fattore di rischio idrogeologico. Un invaso che non funziona correttamente può aumentare il rischio di esondazioni a valle, alterare gli ecosistemi fluviali e rendere imprevedibile il comportamento dei corsi d'acqua in caso di eventi meteorologici estremi.
Forse il caso più emblematico a livello nazionale è la diga di Campolattaro, sul fiume Tammaro in provincia di Benevento. Progettata negli anni Settanta, i lavori iniziarono negli anni Ottanta e si trascinarono per decenni in mezzo a proroghe, commissari straordinari, stanziamenti aggiuntivi e polemiche politiche. Lo schema è quello che i cronisti di settore hanno ribattezzato "cantiere permanente": ogni tanto arriva un nuovo finanziamento, i lavori riprendono per qualche mese, poi si fermano di nuovo.
Il costo totale dell'opera, rivisto al rialzo più volte, ha superato ampiamente le stime iniziali, raggiungendo cifre nell'ordine di centinaia di milioni di euro. L'invaso, parzialmente funzionante, non ha mai raggiunto la piena capacità operativa prevista.
Le cause del fenomeno sono strutturali e si sovrappongono in modo quasi inevitabile.
La prima è la centralità della due diligence normativa: qualsiasi investimento in un'opera pubblica in Italia richiede una mappatura accurata delle competenze amministrative coinvolte e dei rischi di contenzioso. La seconda è il valore crescente della gestione del rischio idrogeologico come asset: le aziende che si specializzano in bonifiche, messa in sicurezza di siti e ripristino ambientale di aree industriali o infrastrutturali dismesse operano in un mercato destinato a crescere. La terza, forse la più amara, è che il costo dell'inazione supera quasi sempre quello della decisione, anche quando la decisione è rinunciare.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...