La decisione di lasciare il proprio impiego comporta molteplici dubbi, spesso legati non solo a motivazioni personali ma anche a valutazioni economiche concrete. Negli ultimi anni, il mercato del lavoro italiano è cambiato: la cosiddetta "Great Resignation" si è attenuata e molti lavoratori valutano con maggiore attenzione se lasciare un posto stabile sia davvero un vantaggio, sia sul piano del benessere che sul fronte finanziario. Le dimissioni non devono mai essere decise d’impulso: oltre al rischio di perdere la sicurezza dello stipendio, è essenziale considerare possibili ricadute sulla futura capacità di richiedere la disoccupazione, l’impatto sul contesto familiare e persino le strategie adottate dalle aziende per gestire il personale.
Dimissioni volontarie e licenziamento: differenze economiche e accesso alla Naspi
Sul piano giuridico ed economico, esistono sostanziali differenze tra l’uscita dal lavoro decisa dal dipendente e quella imposta dal datore di lavoro. In particolare, cambiano profondamente i diritti relativi all’accesso alle indennità di disoccupazione e le conseguenze in termini contributivi e fiscali.
- Dimissioni volontarie: rappresentano un atto unilaterale del lavoratore che, nella maggior parte dei casi, preclude l’accesso alla Naspi. Tale indennità, infatti, è riconosciuta solo a chi perde il lavoro involontariamente, fatta eccezione per alcune categorie tutelate (dimissioni per giusta causa, madri nel periodo protetto, padri che abbiano fruito del congedo di paternità nel primo anno del bambino).
- Licenziamento: attribuisce automaticamente il diritto di percepire la Naspi, a prescindere dalla ragione per cui sia stato disposto, purché la cessazione del rapporto non sia determinata da colpa grave del lavoratore (giusta causa). Il licenziamento impone inoltre al datore il pagamento del cosiddetto ticket licenziamento (contributo all’Inps), un onere significativo rispetto alle dimissioni.
Un aspetto centrale è rappresentato dalle modalità di calcolo e decorrenza del
periodo di preavviso: in caso di mancato rispetto, sia il dipendente che l’azienda possono incorrere in penalità economiche, sotto forma di indennità sostitutiva del preavviso o trattenute.
| Conseguenza |
Dimissioni |
Licenziamento |
| Accesso alla Naspi |
NO (salvo eccezioni) |
SI |
| Ticket licenziamento INPS |
NO |
SI (41% massimale mensile Naspi per ogni anno di servizio, max 3 anni) |
| Preavviso/trattenute |
Sì (penale per mancato rispetto) |
Sì (indennità sostitutiva se licenziamento senza preavviso) |
Casi in cui dimettersi può essere vantaggioso dal punto di vista economico
Anche se il recesso volontario da un impiego solitamente preclude il diritto alle indennità, esistono situazioni in cui la scelta può risultare economicamente vantaggiosa. Alcuni scenari da valutare:
- Offerta di lavoro più remunerativa: accettare una posizione con salario superiore, benefit aggiuntivi o maggiori opportunità di sviluppo può giustificare la perdita di tutele transitorie, specialmente se il passaggio avviene senza soluzione di continuità.
- Ricollocazione immediata: chi ha già in mano un nuovo contratto a tempo indeterminato potrebbe scegliere di dimettersi per evitare di “saltare” il periodo di preavviso, specialmente se si concorda con il nuovo datore d'arrivo formule di compensazione rispetto ai giorni persi.
- Dimissioni per giusta causa: in presenza di gravi inadempienze o comportamenti illeciti da parte del datore (ad esempio, mancato pagamento sistematico della retribuzione, molestie, mobbing, violazioni delle norme di sicurezza), il lavoratore può cessare immediatamente la prestazione, mantenendo il diritto alla Naspi e all’indennità sostitutiva del preavviso.
- Recessi durante periodi protetti: le lavoratrici madri e i padri che abbiano fruito del congedo nel primo anno del figlio possono rassegnare le dimissioni senza perdere supporti economici e senza obbligo di preavviso, godendo così di una rapida transizione a nuove soluzioni personali o familiari.
- Possesso di un solido piano finanziario: chi dispone di risparmi sufficienti a sostenere lunghi periodi senza stipendio o intende investire nell’autoimprenditorialità può decidere di recedere dal rapporto nel momento più strategico, ottimizzando la tassazione sul TFR e le altre spettanze.
Infine, lasciare un ambiente lavorativo insalubre può rappresentare la soluzione migliore anche dal punto di vista della salute, evitando costi nascosti legati a stress prolungato o scarsa produttività. Tuttavia, la scelta conviene davvero solo quando il rischio di rimanere disoccupati a lungo è molto basso o quando sono attivi validi piani B di tutela personale.
Incentivo all’esodo e uscite concordate: quando e come convengono?
Negli ultimi anni si sono diffuse formule di esodo incentivato, in particolare nei contesti aziendali in cui è necessario ridurre l’organico o effettuare una riorganizzazione. In questi casi, il datore di lavoro può proporre l’uscita anticipata mediante incentivo economico (incentivo all’esodo), a fronte della firma di un accordo consensuale che di solito prevede la rinuncia a ogni ulteriore pretesa.
- L’importo dell’incentivo viene negoziato individualmente o collettivamente, può essere una somma una tantum o un piano rateizzato, e deve essere adeguato a compensare la perdita di reddito futura e la rinuncia a ulteriori diritti.
- Il trattamento previdenziale delle somme ricevute è favorente: sono escluse dalla base imponibile per contributi, ma tassate con IRPEF nella dichiarazione dei redditi, e non concorrono alla maturazione del TFR.
- Esodo conforme alla Legge Fornero: imprese con oltre 15 dipendenti possono concordare con lavoratori a non più di 7 anni dalla pensione uno "scivolo" che garantisce continuità di reddito tramite prestazione INPS. In tal caso, l’intero importo (assegno mensile e copertura contributiva) è anticipato dall’azienda e garantito da fideiussione.
L’incentivo all’esodo è conveniente soprattutto se:
- permette un prepensionamento con copertura economica completa fino all’età pensionabile
- limita rischi di contenzioso con accordi blindati e su misura
- offre al lavoratore una prospettiva di riposizionamento o di nuova carriera, anche verso progetti di autoimpiego
- consente al datore di lavoro una gestione meno conflittuale della riduzione del personale
Rischi e conseguenze delle dimissioni senza preavviso
Decidere di interrompere il rapporto lavorativo all’improvviso senza dare il preavviso previsto dal contratto può determinare pesanti implicazioni sia economiche sia reputazionali. Il preavviso si configura come obbligatorio per legge e CCNL: rappresenta il lasso temporale utile a consentire la riorganizzazione produttiva all’azienda e un passaggio progressivo per il lavoratore.
- Mancato rispetto: comporta una trattenuta sulla liquidazione finale, corrispondente alla retribuzione che si sarebbe maturata nei giorni di preavviso non lavorati. La trattenuta è una penale risarcitoria e colpisce direttamente l’importo netto da versare al dipendente.
- Conseguenze aggiuntive: in casi gravi, l’azienda può agire per ulteriori danni e segnalare negativamente la condotta del lavoratore, influendo sulle future referenze professionali.
- Eccezioni: solo nel caso di dimissioni per giusta causa o durante specifici periodi protetti (ad esempio, maternità/paternità nel primo anno di vita del figlio), il preavviso non è dovuto e anzi il lavoratore può ottenere indennità sostitutive per il periodo non lavorato.
Per ridurre tali rischi, la soluzione migliore resta il dialogo con il datore di lavoro per trovare un accordo formalizzato magari con rinuncia reciproca al preavviso, così da evitare future contestazioni o trattenute superiori al dovuto.