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Ex Ilva, le ultime notizie: giorni decisivi per migliaia di lavoratori tra decreto, blocchi a Taranto e attesa della Cassazione

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di Dott. Marco Castagna pubblicato il

Migliaia di lavoratori attendono risposte mentre la vertenza entra nella fase più delicata: tra decreto, proteste e udienze ravvicinate, ecco cosa è successo finora e quali date possono cambiare tutto

La vertenza ex Ilva entra in una fase cruciale. Da lunedì 12 ottobre i lavoratori di Taranto presidiano la raffineria Eni e le statali 7 e 106, mentre a Genova e Novi Ligure si sciopera contro lo stop della produzione. Il governo ha approvato un decreto-legge il 13 ottobre, ma Fim, Fiom e Uilm lo giudicano insufficiente e hanno proclamato altre 48 ore di sciopero. Il 15 ottobre circa mille lavoratori sono arrivati a Bari, sotto la sede della Regione, e in serata è arrivata la convocazione del governo a Palazzo Chigi per martedì 27 ottobre alle 17, nella Sala Verde.

Dopo la convocazione è stata annunciata la sospensione dello sciopero e dei blocchi alla raffineria, con la riapertura delle strade attesa per la mattina del 16 ottobre. Va però precisato che si tratta di un annuncio da verificare sul campo: alcune fonti non ne parlano, e il ripristino della circolazione e dei rifornimenti non è ancora confermato.

Come si è arrivati allo stop

Alla base c’è la decisione della Corte d’appello di Milano, che a fine luglio ha ordinato la chiusura dell’area a caldo di Taranto, la parte più importante e più inquinante dello stabilimento. Le due richieste di sospensione dell’azienda sono state respinte. L’area a caldo ha un solo altoforno in funzione, che alimenta gli stabilimenti del Nord, privi di una propria produzione primaria.

Secondo alcune fonti l’azienda ha fermato Taranto perché erano finite le materie prime, anticipando di circa una settimana la data limite. Senza acciaio da lavorare si fermano anche Genova e Novi Ligure, dove la produzione dovrebbe cessare entro un mese. La scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo è il 28 ottobre, mentre il 20 ottobre la Cassazione esaminerà i ricorsi e potrà confermare o annullare la decisione milanese.

Il decreto del governo: che cosa prevede

Il decreto approvato il 13 ottobre ha tre obiettivi dichiarati: tutelare il lavoro, mantenere gli impianti e attrarre investimenti. Tra le misure principali:

  • Cassa integrazione per i dipendenti dal 1° ottobre 2026 al 30 giugno 2027.
  • Per i lavoratori dell’indotto, inserimento in programmi di ricollocamento.
  • Possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità sul territorio.
  • Sgravi e contributi fino a 20mila euro a lavoratore per le aziende che assumono a tempo indeterminato ex dipendenti.
  • Altoforno in preriscaldo: gli impianti restano caldi, senza produrre, per evitare uno spegnimento definitivo che li danneggerebbe. Vale fino alla pubblicazione delle motivazioni della Cassazione e non oltre il 15 dicembre 2026.
  • Un costo complessivo di 187 milioni di euro, compreso un prestito di 40,5 milioni ad Acciaierie d’Italia, oltre a fondi per il tecnopolo di Taranto e un distretto industriale Brindisi-Taranto per le tecnologie a zero emissioni.
I lavoratori coinvolti sono circa 10mila, oltre a migliaia di addetti dell’indotto. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha sostenuto che il decreto prevede una protezione importante anche per l’indotto.

Il nodo irrisolto: chi compra l’ex Ilva. E la posizione dei sindacati

Sullo sfondo resta il problema di fondo: Acciaierie d’Italia è la più grande acciaieria del Paese e viene gestita dai commissari in amministrazione straordinaria, mentre il governo tenta da anni di venderla senza risultati. La gara per il suo destino ha una nuova scadenza al 9 novembre, prorogata in attesa della sentenza della Cassazione. Le imprese interessate, secondo le ricostruzioni giornalistiche, guarderebbero soprattutto alle lavorazioni a valle e non alla produzione primaria, cioè proprio all’area a caldo che oggi è al centro dello scontro. Per i lavoratori significa che ogni decisione giudiziaria si intreccia con un futuro industriale ancora senza proprietario e senza piano.

Per Fim, Fiom e Uilm il decreto è solo un intervento ponte. I lavoratori rifiutano la sola cassa integrazione e chiedono garanzie concrete su lavoro, continuità produttiva e piano industriale. Tra le richieste ci sono l’accompagnamento alla pensione per chi è vicino ai requisiti, il riconoscimento dei lavori usuranti e dell’esposizione all’amianto, gli incentivi all’esodo volontario, un piano di decarbonizzazione compatibile con la salute e il coinvolgimento diretto dello Stato. Per la UIL Taranto serve un progetto industriale che eviti la «desertificazione» economica della città.

Tra i lavoratori, c’è il timore di essere trattati come manodopera sacrificabile dopo anni passati in fabbrica tra amianto e polveri sottili: sui cartelli compaiono slogan come «non siamo schiavi». Secondo la stessa fonte, per gli operai delle ditte in appalto la cassa integrazione dura meno di un anno. Un investimento di circa 6 miliardi di euro servirebbe per riportare Taranto a pieno regime, mentre le quattordici imprese di Federacciai sarebbero interessate soprattutto alle lavorazioni a valle.

I sindacati respingono anche l’idea di separare le vertenze del Nord da quella di Taranto: tutti i lavoratori, dicono, hanno pari dignità e la lotta va condotta unita.

Le ricadute: carburante e Nord Italia

Il blocco della raffineria ha avuto effetti che vanno oltre l’acciaio. Con le autocisterne ferme, in Puglia sono rimaste senza carburante oltre 150 stazioni Enilive su circa 300, con ricadute su trasporto pubblico, aeroporti di Bari e Brindisi e supermercati. Eni ha avvertito che la mancanza di gas tecnici potrebbe imporre una fermata programmata degli impianti. Il ritorno alla normalità, se i blocchi cessano, sarà graduale e richiederà alcuni giorni.

A Genova i lavoratori hanno protestato davanti alla Prefettura, durante l’incontro con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e circa cinquanta manifestanti l’hanno occupata il 14 ottobre. Chiedono l’acquisto di bobine a caldo sul mercato internazionale per far ripartire le linee di Genova, Novi Ligure e Racconigi ed evitare la cassa integrazione per 985 dipendenti da metà novembre. I commissari, però, giudicano questa strada non praticabile nel breve periodo. A Bari, intanto, una delegazione dei lavoratori è stata ricevuta dal presidente della Regione, Antonio Decaro, e il 15 ottobre è stato firmato un documento unitario basato sulle richieste del Consiglio di fabbrica del 7 ottobre.




Dott. Marco Castagna

Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...