C'è ancora da festeggiare per la festa del papà? Una riflessione sul ruolo, ma anche sulla vita del papà in Italia non può che essere realisticamente ,perlomeno, triste
Oggi, quando ricorre la Festa del Papà, la riflessione si allontana sempre di più dalla semplice celebrazione simbolica per lasciare spazio a un’analisi concreta della realtà quotidiana dei padri in Italia. In un Paese in cui il primo figlio arriva mediamente a 36 anni, tra incertezze lavorative, bassi stipendi e orari prolungati, diventare padre spesso significa sacrificare tempo prezioso con i propri figli. Non è raro che, soprattutto per chi affronta la separazione, i contatti tra papà e figli si riducano in modo significativo. L’equilibrio tra aspettative sociali e reale partecipazione al percorso di crescita dei figli si gioca ancora su un terreno minato da ostacoli strutturali e culturali. Questo scenario, ben distante dalla narrazione idilliaca, impone domande urgenti: cosa c'è da celebrare per tanti papà italiani? Che tipo di riconoscimento e di diritti servono davvero?
Il congedo di paternità, in Italia, resta una concessione limitata e fortemente disomogenea. Secondo i dati Inps elaborati da Save the Children, nel corso del 2024 solo il 64% dei padri lavoratori dipendenti ha usufruito dei 10 giorni previsti dalla normativa, fermandosi a 181.777 beneficiari. Tuttavia, questa statistica cela profonde divisioni territoriali: circa il 59% delle fruizioni si concentra al Nord, mentre il Sud e le Isole raccolgono numeri nettamente inferiori. Le aree con maggiore accesso ai congedi, come Lombardia e Lazio, sono caratterizzate da una migliore presenza di servizi e da uno scenario lavorativo più stabile, dimenticando regioni dove mancano asili nido, mense scolastiche e tempo pieno nelle scuole.
| Area geografica | % Fruizione congedo |
| Nord | 59% |
| Centro | 19% |
| Sud e Isole | 22% |
L’Italia si posiziona tra i Paesi UE meno generosi, rispettando a malapena il minimo imposto dalla direttiva Work-Life Balance 2019/1158, con 10 giorni retribuiti. Al confronto, Svezia, Spagna e Norvegia garantiscono rispettivamente 90 giorni, 16 settimane e 15 settimane esclusivamente per i padri. Il quadro che emerge è quello di una misura che non è ancora davvero universale o inclusiva: a incidere non sono solo elementi culturali, ma anche limiti salariali, aziendali e legislativi ancora da superare.
Sebbene negli ultimi decenni si sia assistito a un graduale aumento della partecipazione paterna alla vita familiare, la paternità in Italia è ancora profondamente segnata da stereotipi e pregiudizi. Essere chiamati “mammo”, subire ironie o mobbing in azienda sono esperienze comuni per chi decide di usufruire di permessi parentali. I risultati di una recente indagine, “Come stanno i working dad in Italia?”, mostrano che l’85% dei padri intervistati vive un forte senso di colpa, distribuito tra la difficoltà a garantire equilibrio personale, il peso delle aspettative familiari e la pressione lavorativa.
Non di rado, chi sceglie di prendersi cura dei figli sperimenta un cosiddetto “paternal wall”: oltre il 65% dei padri lavoratori sente su di sé stigma e discriminazione in ambito professionale. Contrariamente agli stereotipi, numerose ricerche rivelano che un padre attivo non perde capacità di leadership; anzi, qualità come empatia e intelligenza emotiva, acquisite nella genitorialità, si traducono in competenze apprezzate anche in ambito aziendale.
Lo stress emotivo, la difficoltà a conciliare lavoro e cura, e l’assenza di strumenti adeguati per vivere appieno la paternità, continuano a rappresentare un nodo irrisolto per tanti uomini che, sempre più spesso, desiderano un ruolo attivo e autentico nella crescita dei propri figli, ma devono fare i conti con una società e un mercato del lavoro ancora poco accoglienti.
In Italia, la separazione familiare si traduce frequentemente in una pesante esclusione dei padri dalla vita quotidiana dei figli. Nonostante la legge 54/2006 abbia introdotto l’affido condiviso come regola generale, i numeri raccontano altro: nei fatti, nella quasi totalità dei casi i minori risiedono prevalentemente con la madre, mentre il padre è relegato a ruoli marginali, spesso limitati a pochi weekend e vacanze all'anno.
Secondo dati ISTAT e analisi europee, solo il 2,6% dei figli di genitori separati vive un vero regime di affido equo. Il 94,5% resta invece con la madre. Si configura così il fenomeno degli “orfani di genitori viventi”: bambini che, pur non avendo perso un genitore, vedono ridursi drasticamente la relazione con il padre.
L’Italia risulta tra i paesi meno inclusivi in tema di diritti per i padri, soprattutto se confrontata con alcune realtà europee. In Spagna, sono riconosciute 16 settimane di congedo pienamente retribuito ai padri, in Svezia si hanno 90 giorni riservati, mentre in Norvegia 15 settimane sono dedicate solo ai papà. Il confronto mette in luce una cultura in cui la genitorialità maschile è valorizzata come elemento centrale nella crescita familiare, non “di supporto”.
Al contrario, il dato italiano dei 10 giorni obbligatori (tra i più bassi in Europa) rappresenta un limite strutturale e culturale. Tuttavia emergono segnali incoraggianti da alcune aziende, che tramite accordi integrativi intervengono per estendere il congedo, arrivando in rari casi a 90 giorni retribuiti. Questi esempi, ancora circoscritti (come il caso di Lidl), dimostrano che è possibile e auspicabile promuovere una condivisione reale delle responsabilità fra genitori anche nel contesto lavorativo. Resta però il margine per un impegno normativo più ambizioso, che possa replicare a livello nazionale queste buone prassi.
Il cammino verso una paternità davvero inclusiva passa anche attraverso la decostruzione di stereotipi e barriere sociali ancora profondamente radicati. Sempre più uomini esprimono il desiderio di essere pienamente partecipi della vita famigliare, prendendo parte alla cura quotidiana, alle decisioni educative e all’accudimento emotivo dei figli. Tuttavia, la società italiana mostra ancora rigidità: il pregiudizio che la cura sia compito quasi esclusivo delle madri fatica a essere scardinato, come dimostrato dalla recente bocciatura del congedo parentale paritario in Parlamento.
Nel contesto italiano attuale, la ricorrenza della Festa del Papà appare sempre più come un rito simbolico, spesso scollegato dalle esigenze e dalle difficoltà dei padri reali. I dati, le testimonianze e le analisi concordano nell’indicare che la situazione dei padri italiani necessita di azioni concrete, più che di celebrazioni. Il limite dei congedi, la discriminazione nei tribunali dopo la separazione e la presenza di stereotipi ancora forti sul lavoro dipingono un quadro dove ciò che manca non è il riconoscimento simbolico, ma una vera promozione di diritti e di strumenti di supporto.
La sfida non può più essere rimandata: la crescita di una società equa passa dalla revisione dei modelli familiari e dal coinvolgimento di entrambi i genitori attraverso scelte legislative, culturali e aziendali. Perché il vero senso di una Festa del Papà dovrebbe essere la possibilità di esercitare a pieno il proprio ruolo genitoriale, senza ostacoli strutturali o retaggi culturali, a beneficio dei figli e dell’intera collettività.
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...