Zuckerberg, Thiel e altri miliardari investono milioni in bunker di lusso contro guerre, crisi climatiche e IA. Ma cosa rivela davvero questa corsa ai rifugi privati sul mondo che verrà?
Piscine, piste da bowling, poligoni di tiro e cantine sotterranee rinforzate. Non sono le caratteristiche di un resort esclusivo, ma alcuni dei comfort che si trovano oggi nei bunker costruiti per gli uomini più ricchi del pianeta. Guerre, crisi climatiche, instabilità politica e timori legati allo sviluppo dell'intelligenza artificiale stanno alimentando una vera e propria corsa ai rifugi privati. Dalla Nuova Zelanda alle Hawaii, miliardari e protagonisti della Silicon Valley acquistano proprietà isolate e realizzano strutture sotterranee progettate per resistere a conflitti nucleari, pandemie, rivolte sociali e catastrofi naturali. Ma cosa significa davvero questo fenomeno per chi, un bunker personale, non potrà mai permetterselo?
Nel 2026 il fenomeno ha raggiunto una nuova dimensione. La società statunitense Safe, specializzata in ambienti fortificati, sta sviluppando Aerie, un progetto pensato per clienti che possiedono già residenze protette ma vogliono poter raggiungere un rifugio sicuro anche quando si trovano lontani da casa. Il primo centro, in Virginia, vicino a Washington, è stato annunciato con un investimento di 300 milioni di dollari e comprenderà residenze sotterranee, sistemi biometrici, strutture mediche assistite dall'intelligenza artificiale, piscine, camere iperbariche e ambienti progettati per simulare luce e panorami esterni.
Il progetto prevede di espandersi con una rete di rifugi residenziali di lusso in 50 città degli Stati Uniti, con l'obiettivo di arrivare a mille sedi affiliate in tutto il mondo. Non più, quindi, un singolo bunker isolato a cui sperare di riuscire ad arrivare in caso di emergenza, ma una vera e propria rete di luoghi protetti nelle città abitualmente frequentate dai grandi patrimoni globali, un modello che qualcuno ha paragonato a una sorta di club esclusivo dell'apocalisse.
In Texas, intanto, l'azienda Strategically Armored & Fortified Environments (Safe) sta costruendo un complesso di bunker da 300 milioni di dollari capace di ospitare 625 persone, con unità il cui costo può arrivare fino a 20 milioni di dollari ciascuna. L'apertura è prevista proprio per il 2026.
Diversi protagonisti della tecnologia globale sono stati direttamente collegati a questa tendenza. Mark Zuckerberg, fondatore di Meta, ha negato di stare costruendo un bunker per la fine del mondo nella sua vasta proprietà sull'isola hawaiana di Kauai, una tenuta di circa 570 ettari, pari a circa 800 campi da calcio. Secondo un'inchiesta della rivista Wired, basata su documenti di pianificazione e testimonianze di lavoratori coinvolti nel progetto, il complesso comprenderebbe anche un rifugio sotterraneo di oltre 465 metri quadrati, dotato di sistemi autonomi per elettricità e cibo, con un costo stimato di 270 milioni di dollari e clausole di riservatezza imposte agli operai coinvolti nella costruzione.
Anche Peter Thiel, cofondatore di PayPal, è da tempo legato alla ricerca di luoghi sicuri e isolati. L'imprenditore ha ottenuto la cittadinanza neozelandese e avrebbe acquistato una villa a Buenos Aires oltre a terreni in Uruguay, con il Sudamerica considerato una possibile via di fuga in caso di guerra nucleare o di uno sviluppo incontrollabile dell'intelligenza artificiale.
Non tutti nella Silicon Valley seguono questa strada: Ilya Sutskever, ex ricercatore di OpenAI che ha lasciato l'azienda nel maggio 2024 per fondare Safe Superintelligence, startup che punta a creare un'intelligenza artificiale più sicura e che ha già raggiunto una valutazione di 32 miliardi di dollari, sembra aver rimandato, almeno per il momento, l'idea del bunker personale.
La tendenza non è del tutto nuova. Già nel 2017 Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, aveva raccontato al New Yorker come l'acquisto di una casa in Nuova Zelanda fosse diventato una sorta di codice condiviso tra i super ricchi. Possedere una proprietà nel Paese, spiegava Hoffman, equivaleva sostanzialmente a stipulare una personale assicurazione contro l'apocalisse: un luogo remoto, politicamente stabile e lontano dai principali scenari di guerra in cui potersi rifugiare in caso di emergenza globale.
Da allora, secondo la percezione di questa élite economica, le ragioni per preoccuparsi sarebbero soltanto aumentate: l'invasione russa dell'Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, gli eventi meteorologici estremi legati alla crisi climatica e la rapida evoluzione dell'intelligenza artificiale hanno rafforzato in molti la sensazione di vivere in un mondo sempre più imprevedibile.
C'è però un aspetto che mette in discussione l'intera logica dietro questi investimenti miliardari in sicurezza personale: nessun miliardario è realmente autosufficiente. Lo scrittore Douglas Rushkoff, docente di media studies al Queens College di New York e autore del libro Solo i più ricchi. Come i tecnomiliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui, racconta in un celebre episodio, poi diventato anche un articolo intitolato "Survival of the Richest", di essere stato convocato da un gruppo di uomini estremamente ricchi del mondo finanziario per discutere del futuro.
Uno di loro, che stava completando il proprio sistema di bunker sotterranei, gli aveva chiesto come fare a mantenere il controllo della propria squadra di sicurezza personale dopo quello che il gruppo chiamava semplicemente "l'Evento", la formula con cui indicavano collettivamente scenari come il collasso climatico, i disordini sociali, la guerra nucleare, una pandemia o un grande cyberattacco. La domanda, spiega Rushkoff, è meno grottesca di quanto possa sembrare a prima vista: se il sistema monetario dovesse effettivamente saltare, quale motivo avrebbe una guardia armata per continuare a obbedire al proprietario del bunker che la paga?
Interessante anche il confronto con modelli diversi di preparazione collettiva alle emergenze. In alcuni paesi europei, come la Svizzera, vige da decenni l'obbligo legale di costruire rifugi antiatomici in ogni nuova costruzione, con un posto protetto che costa in media, una tantum, circa 1.500 franchi svizzeri a persona. Un bunker miliardario americano può costare invece decine di migliaia di volte tanto, proteggendo però soltanto pochi eletti anziché l'intera collettività.
La differenza più significativa rispetto a modelli come quello svizzero non risiede tanto nella paura in sé, quanto nell'atteggiamento che la accompagna. Mentre la maggior parte delle persone si prepara, nel migliore dei casi, ad affrontare qualche giorno senza acqua o corrente elettrica seguendo le indicazioni della protezione civile, l'élite economica globale sembra aver scelto una strada radicalmente diversa: costruire una via di fuga personale ed esclusiva, pensata per il singolo individuo o al massimo per una cerchia molto ristretta di persone, nel caso in cui il mondo dovesse effettivamente precipitare nel caos.
Per chi non possiede un patrimonio miliardario, questo fenomeno offre comunque alcune indicazioni utili, al di là della curiosità per piscine sotterranee e camere iperbariche.
La prima riguarda la lettura del rischio. Quando le persone con accesso alle migliori informazioni economiche, scientifiche e geopolitiche del pianeta scelgono di investire cifre enormi in piani di emergenza personali, è un segnale che merita attenzione, non perché la catastrofe sia imminente, ma perché conferma che rischi come instabilità climatica, tensioni geopolitiche e sviluppo incontrollato dell'intelligenza artificiale sono considerati concreti anche da chi ha tutti gli strumenti per valutarli con freddezza, e non soltanto da chi li osserva dai titoli dei giornali.
La seconda indicazione riguarda la differenza tra preparazione individuale e preparazione collettiva. Il modello scelto dai miliardari, un rifugio privato ed esclusivo pensato per pochi, è l'esatto opposto di quello adottato in paesi come la Svizzera, dove la protezione civile è pensata per l'intera popolazione. Per la maggior parte delle persone, la forma di sicurezza più realistica non è replicare in scala ridotta il bunker del miliardario, ma piuttosto affidarsi e contribuire ai sistemi collettivi già esistenti: protezione civile, scorte familiari di base per le emergenze, reti di comunità locali, piani di evacuazione condivisi. Sono strumenti meno spettacolari di un rifugio sotterraneo con piscina, ma storicamente più efficaci su larga scala, proprio perché non dipendono dalla fedeltà di una guardia armata pagata da un singolo individuo.
La terza, forse più importante, è che la sicurezza reale in uno scenario di crisi grave non nasce dall'isolamento, ma dalla tenuta delle relazioni sociali, economiche e istituzionali che permettono a una comunità di reggere l'urto e di riorganizzarsi. È esattamente il punto debole che nemmeno il bunker più costoso del mondo riesce a risolvere, e che dovrebbe far riflettere chiunque guardi a questo fenomeno più con curiosità che con l'ansia di dover imitare, su scala ridotta, la stessa corsa al rifugio privato.
Al di là della curiosità suscitata da piscine sotterranee e camere iperbariche, questo fenomeno racconta soprattutto qualcosa sulla percezione del rischio globale da parte di chi possiede risorse economiche pressoché illimitate. Se le persone più informate, connesse e finanziariamente attrezzate del pianeta investono somme enormi in piani di fuga personali, il messaggio implicito che ne deriva è che le minacce percepite, dai conflitti geopolitici alla crisi climatica, fino ai rischi legati allo sviluppo incontrollato dell'intelligenza artificiale, vengono considerate concrete e non più puramente teoriche.
Resta però il paradosso individuato da Rushkoff a ricordare il limite intrinseco di questa strategia: nessun rifugio, per quanto sofisticato e costoso, può davvero sostituire un sistema collettivo di sicurezza, cooperazione sociale e fiducia reciproca. Un bunker privato può proteggere fisicamente dalle conseguenze immediate di una catastrofe, ma non può da solo ricostruire l'ordine sociale, economico e relazionale che rende possibile, nella normalità quotidiana, qualsiasi forma di sicurezza duratura.
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...